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Le Alchimiste di Kiefer, vista dall'alto dell'allestimento. Ph. Davide Radice

La luce come pensiero dinamico e gesto etico e poetico. L’illuminazione di Pasquale Mari per Le Alchimiste di Kiefer alla Sala delle Cariatidi a Milano

By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Aprile 2026

Anselm Kiefer. Susanna von Klettenberg (part.). 2025. Emulsion, oil, acrylic, shellac, gold leaf, sediment of electrolysis, steel, clay, and charcoal on canvas. 570 x 280 cm. 224 3/8 x 110 1/4 in. Copyright : © Anselm Kiefer. Photo : Nina Slavcheva

Abbiamo incontrato Pasquale Mari (Napoli, 1959), maestro della luce pluripremiato (che preferisce definirsi disegnatore luci), di spazi, quadri e neoluoghi di fama internazionale, considerato un lighthunter che basa il suo operare sull’ascolto delle condizioni luminose dello spazio in cui agisce e sulla comprensione della drammaturgia visiva. La sua costruzione luminosa non è mai ornamentale, ma concettuale, risolta in architetture invisibili, sottratte all’oscurità. Nelle sue visioni sceniche, la luce diventa scrittura drammaturgica e strumento narrativo per inscenare immagini nella penombra, in bilico tra materia e astrazione, corpo e spazio, amplificando la percezione che permette al fruitore di immergersi in un’esperienza sensoriale totale. Mari ci racconta come ha illuminato Le Alchimiste di Kiefer, monumentale mostra in scena, fino al 27 settembre, nella Sala Delle Cariatidi a Milano, luogo simbolico di memoria, storia e identità.

Come si definisce? Light designer, artista visivo, drammaturgo visionario della luce o narratore di esperienze sensoriali?

Mi definisco disegnatore luci, in italiano.

Con Mario Martone e Toni Servillo, lei è fondatore del “Falso Movimento”, ma la luce per lei ha un suo ritmo, perché?

Da quando ho cominciato a riflettere sul mio percorso nella luce, a scriverne e a insegnare, mi sono reso conto che quel nome del nostro gruppo (*), disceso dal Wilhelm Meister di Goethe attraverso Peter Handke e poi Wim Wenders, era un’espressione facilmente applicabile alla mia sensibilità verso il fenomeno luminoso e ho spesso usato la parola viaggio per descrivere il percorso che la luce compie sotto i nostri inconsapevoli occhi. Non essendo facile neanche per la Fisica attribuire alla luce una definizione univoca, sempre in bilico tra onda e particella, ho preferito, dal mio punto di vista esperienziale, identificarla con il suo movimento. Continuo e inarrestabile, il movimento della luce cattura la nostra attenzione e cerchiamo di fermarlo in dispositivi visivi che variano dal quadro alla fotografia, al cinema, al teatro, agli spazi espositivi.

(*) Toni Servillo non faceva parte del gruppo.

Che funzione ha la luce nelle esposizioni di arte contemporanea, per lo più site-specific, e in grandi spazi ricavati da architetture industriali o palazzi storici?

Trovo che questa impostazione concettuale unifichi l’approccio prima analitico e poi operativo agli spazi che attraverso e a cui applico un metodo di lavoro interdisciplinare. Per esempio, nei grandi spazi storici o industriali prestati all’arte o allo spettacolo dal vivo, la ricerca si rivolge a tecnologie luminose che riescano a portare una luce morbida e naturale alla distanza necessaria a ottenere la messa a fuoco e il risalto dell’attore, del performer, dell’opera d’arte. In sintesi: allontanare le fonti di illuminazione, farle corrispondere a elementi architettonici o scenografici esistenti, usare il minor numero possibile di apparecchi, tendere al fatto che si possa parlare, alla fine, di luce al singolare e non al plurale.

Chi l’ha scelta per il progetto di illuminazione della mostra “Le Alchimiste di Kiefer” allestita alla Sala delle Cariatidi a Milano?

È stata Lia Rumma, gallerista di Kiefer per l’Italia, a proporre il mio nome all’Artista, a Gagosian e a Marsilio Arte.

Come nasce il progetto espositivo del ciclopico ciclo pittorico di Kiefer?

Credo che un insieme di valutazioni riguardanti il percorso di Kiefer, nato tra le rovine post-belliche del 1945 in Germania, e che ha messo il concetto stesso di rovina alla base concettuale del suo lavoro, abbia suggerito di far conoscere all’artista quella che a tutti gli effetti è una delle rovine post-belliche italiane rimaste tali, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, invitandolo a interagire con essa.

È entrato subito in sintonia con Kiefer. Avete ideato insieme l’illuminazione o l’artista si è affidato a lei?

Le Alchimiste di Kiefer, vista dall'alto dell'allestimento. Ph. Davide Radice

Prima di incontrarlo ho voluto visitare una volta di più la sala milanese, al cui interno avevo illuminato il progetto espositivo de Il Meraviglioso mondo della Natura curato da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa con la scenografa Margherita Palli. Approfittando di un raro e prezioso giorno di settembre in cui la sala non ospitava alcun allestimento, ho potuto respirare la sua luce diurna, filtrata dalle numerose finestre affacciate da un lato sul Duomo, dall’altro sull’edificio del Museo del Novecento. Ho presentato dunque un primo progetto, basato sulla luce naturale, che prevedeva di sovrapporre alle finestre più alte di entrambi i lati lunghi della sala gli stessi pannelli LED Folio di Cifralluminio ad alta efficienza luminosa e cromatica che avevo utilizzato per la enorme facciata luminosa che caratterizzava la prima sala del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2022, curata da Gianmaria Tosatti. Dopo essere stato per circa un’ora tra gli alti teleri delle 38 Alchimiste, come allestiti nel grande padiglione dell’atelier Kiefer di Croissy replicando la esatta planimetria di quella che sarebbe stata l’esposizione nella Sala delle Cariatidi, anche con l’aggiunta di grandi specchi che riproducevano quelli già presenti tra le finestre della sala milanese, quando il Maestro ci ha raggiunti ero fermamente deciso a proporre un’installazione che non prevedesse punti di luce singoli che avrebbero fatalmente intercettato gli occhi dei visitatori rivolti verso l’alto delle grandi tele di 5,70 metri di altezza per 2,80 di base. Ho girato anche un video che riproduceva il mio percorso di visita e con il mio assistente Gianni Bertoli lo abbiamo poi elaborato graficamente in 3D, per mostrare l’interazione tra i quadri e le fonti di illuminazione tradizionale dove avremmo potuto disporre le fonti di luce stesse.

Quando, a fine visita, ci siamo riuniti al tavolo dell’Atelier parigino con i suoi fidati collaboratori, ho esposto la mia idea di illuminazione attraverso un dossier preparato con l’altra mia collaboratrice e set designer Alice De Bortoli. Alla fine Kiefer mi ha semplicemente chiesto: “Vuoi illuminare i miei quadri con la luce naturale? Non l’ho mai fatto, ma proviamoci”.

Quali sono state le maggiori criticità riscontrate in questo progetto di illuminazione così complesso?

Ricevuta questa approvazione di massima, confortata al rientro da quella del Direttore del Museo, Domenico Piraina, mi è apparso subito chiaro il difficile percorso da intraprendere per la sua realizzazione. La Sala delle Cariatidi è un sito sotto la tutela della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano e possiede caratteristiche volumetriche particolarmente sfidanti per qualsiasi installazione al suo interno. Inoltre, la presenza nella sala della mostra dedicata ad Appiani, con la sua volumetria, non ci ha permesso di realizzare la bauprobe (prova teatrale tecnica, solitamente in scala reale, in cui si testa la scenografia sul palcoscenico utilizzando materiali semplici ed economici prima della costruzione finale, NdR) che sarebbe stata necessaria per valutare appieno l’efficacia dell’illuminazione delle opere attraverso i pannelli e, dopo vari consulti tra Atelier, Gallerie, Museo e Soprintendenza, si è arrivati al progetto di illuminazione finale con la preziosa consulenza dell’architetto Corrado Anselmi, responsabile dell’installazione complessiva.

La luce naturale è però rimasta il punto di riferimento, così come la messa in risalto della morfologia interna della sala, con le sue statue, nicchie, colonne e finestre, che è stata la fonte di ispirazione primaria del ciclo delle Alchimiste, come sottolineato più volte da Kiefer. Finestre dunque: a persiane aperte lato Duomo a piano terra e piano superiore, invece aperte al piano superiore e oscurate al piano terra sul lato del Museo del Novecento. Lungo i due lati verticali dei vani interni di ciascuna delle 14 finestre dell’ordine superiore sono stati montati due binari elettrificati verticali per consentire il montaggio di fino a 10 faretti di piccolo formato a sorgente LED: in questo modo la vista delle finestre è rimasta sgombra, così come l’ingresso della luce naturale nelle varie fasi della giornata.

Che tipo di faretti ha utilizzato per il ciclopico ciclo pittorico di Kiefer?

Le Alchimiste di Kiefer, vista dall'alto dell'allestimento. Ph. Davide Radice

A questo punto è arrivata la scelta dei proiettori ERCO. Avevo conosciuto e adoperato i prodotti della casa tedesca in occasione della mostra Portraits of Inequalities. Pittura di classe, curata da Giovanni Agosti alla Triennale di Milano nel 2025, apprezzandone in particolare la gamma di temperature colore ottenibili e l’alto indice di resa cromatica. Questa volta la scelta è caduta su una linea di proiettori che coniuga le dimensioni contenute, necessarie per il minore impatto visivo possibile nei vani delle finestre, con la luminosità necessaria a raggiungere le grandi tele cariche di colore da una distanza minima di circa 5 metri fino anche a 20 metri. La particolare disposizione dei grandi pannelli pittorici della Sala delle Cariatidi, sostenuti da carrelli su ruote alte circa 20 cm, a formare quattro linee spezzate con andamento a zig-zag, è stato uno degli aspetti maggiormente sfidanti del lavoro per la diversità degli angoli con cui le superfici si presentavano alla luce proveniente dalle strutture corrispondenti alle finestre e dalle finestre stesse, ma non ho voluto derogare dal principio che la luce sulle opere in Mostra provenisse principalmente da quelle fonti. Le caratteristiche di modulazione della temperatura e regolazione della luminosità dei faretti ECLIPSE on Track size M ci hanno inoltre permesso di soddisfare il desiderio comune di accompagnare la variazione della luce esterna nel corso della giornata creando degli scenari di luce che, dalle 8 del mattino alle 10 di sera, si dissolvessero impercettibilmente l’uno nell’altro grazie a lunghe transizioni temporali. Per far questo abbiamo prodotto delle tavole che permettessero di visualizzare il percorso del sole nel periodo e negli orari di apertura della mostra modulando l’intensità dei proiettori a seconda delle ore di maggiore, minore o assente irraggiamento solare.

Altra caratteristica che ne ha indirizzato la scelta è stata la possibilità di montare sui corpi illuminanti una serie di ottiche fisse della serie Darklight, concepita per minimizzare l’abbagliamento dell’osservatore.

Lei di solito procede per sottrazione, ma, a suo parere, la Sala delle Cariatidi, opera d’arte di per sé, non è stata fagocitata da un allestimento fin troppo scenografico e invasivo per un luogo simbolo della memoria qual è?

Il mio modo di procedere nel concepire qualsiasi intervento di illuminazione tende a far dimenticare l’intervento stesso, cercando il più possibile di far sì che la luce venga vissuta dal visitatore come parte integrante del luogo. Perché la Sala delle Cariatidi mantenesse viva e visibile la propria morfologia così unica in dialogo con le opere installate, abbiamo, per esempio, appoggiato dei sottili pannelli LED Folio di 40 cm di lato, anch’essi dimmerabili e tunable white, sulle mensole in pietra sorrette dalle statue delle Cariatidi in posizione non visibile dai visitatori, in modo da diffondere morbidamente luce cromaticamente intonata a quella principale sulle pareti della sala, a partire da circa 4 metri di altezza. Al livello del suolo abbiamo mantenuto l’illuminazione architetturale residente, dopo averne verificato la qualità, adattandola con l’uso di leggeri filtri diffusori e neutri in gelatina.

Nel caso delle Alchimiste “kieferiane”, quale tra le 38 figure femminili in mostra ha tenuto nell’ombra e perché?

Credo che ciascun visitatore sia sedotto diversamente dalle figure ritratte ed elegga le proprie preferite andando poi ad approfondirne possibilmente la biografia. Per quel che mi riguarda, ha attirato la mia attenzione quella dai tratti delicati di Susanne Klettenberg (vedi foto), caratterizzata da una palette cromatica dominata dal verde-azzurro. In particolare, questo pannello è uno di quelli più vicini alle finestre affacciate sul Duomo e, quindi, più influenzati di giorno dalla luce naturale. Avendo impostato la temperatura di base dell’illuminazione generale intorno ai 3000K, immergendo l’installazione in una luce continua e senza confini dai toni caldi, ho sentito il bisogno, per quest’opera e poche altre, di virare la luce di alcuni dei proiettori a lei destinati (sempre non meno di quattro per opera) su una temperatura più fredda e vicina a quella della luce del giorno, vedendo cosi emergere con ammirata sorpresa quel verde particolare e non esistente in natura che Kiefer è solito ottenere attraverso un processo di elettrolisi. Proprio la sua affermazione, percorrendo insieme la mostra, di aver visto poche volte la luce restituire in modo così fedele i suoi verdi, è stata per me di particolare soddisfazione.

A quale nuovo progetto sta lavorando?

Agli inizi di Maggio 2026 mi attende il ritorno a uno dei templi teatrali dove si officia il rito dell’incontro e della compenetrazione della luce solare con quella dell’uomo, il palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa, dove porterò in scena, con la regia di Filippo Dini, l’Alcesti di Euripide.

AUTHOR

Jacqueline Ceresoli

Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.

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