Eventi
“La principessa di Lampedusa” e la luce piena di vita di Cesare Accetta
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Dicembre 2025
INDICE
- 1 Vorrei iniziare da ciò che, nel suo progetto luci, mi ha subito affascinato: il fondale dai colori intensi.
- 2 Negli ultimi tempi la luce in scena sta acquisendo uno importante spazio drammaturgico e il rapporto fra lei e Sonia Bergamasco, nel duplice ruolo di artista e regista, mi sembra segnato proprio da una vicinanza e un dialogo particolari.
- 3 Il tocco finale aggiunto all'ultimo momento?
- 4 Cosa la affascina del teatro?
“È tutta così la vita. Viviamo al buio. Finché qualcosa non viene a sussurrarci che fuori di noi c’è un altro mondo. Chiudiamo gli occhi. Resistiamo. Vorremmo continuare a dormire. Ma se non vinciamo la pigrizia del corpo e la pigrizia della mente, non sapremo mai cos’è la luce”. Le parole della Principessa di Lampedusa vibrano di vero, legate alla magia dell’interpretazione di Sonia Bergamasco, una delle figure più raffinate e complete del panorama artistico e culturale italiano, interprete e regista dello spettacolo andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, La principessa di Lampedusa, appunto, tratto dal romanzo omonimo di Ruggero Cappuccio che ripercorre la vita di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, donna di raro fascino: colta, brillante pianista, aristocratica ma profondamente libera. Mondana e coraggiosa, eterea e al tempo stesso ostinata. Madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo, fu a sua volta scrittrice, benché della sua opera Eclissi siano rimaste soltanto poche pagine, e contribuì senza dubbio a ispirare il celebre romanzo del figlio.
Le suggestive luci, sospese fra sogno e realtà, potenti controparti emotive di tutto il monologo, sono disegnate da Cesare Accetta, uno dei più importanti fotografi e lighting designer italiani, che, con le belle scene di Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo intrecciate con la narrazione, rendono il monologo un viaggio sensoriale-onirico avvolgente. Le musiche sono di Marco Betta, Ivo Parlati, Charles Gounod e Nino Rota, arricchite anche dalla consulenza al suono di Gup Alcaro. Nel 2026, la tournée riprenderà il 20 e 21 gennaio al Teatro della Pergola di Firenze, per poi approdare il 4 febbraio al Teatro San Ferdinando di Napoli, con repliche fino all’8 febbraio, e si concluderà a Roma, al Teatro India, dal 10 al 15 febbraio.
In sala il sipario è già aperto: sullo sfondo si distende una linea orizzontale di spighe di grano, circondata da migliaia di altre che riempiono l’intero spazio, mentre al centro si erge una struttura formata da tre archi che ricordano le colonne dell’androne di palazzo Lampedusa. Il primo arco appare spezzato, il secondo conserva ancora le corde e la tavoletta per la seduta, il terzo, in pietra e metallo, sembra evocare una gloria antica, il cui intonaco è ormai caduto, ma che custodisce ancora un’anima tenace, decisa a non arrendersi al tempo. Dal pilastro centrale, in pietra e metallo dorato, pende un’altalena di legno e corda che richiama quella dei giochi infantili, leggera e spensierata (“Ripresa da una piccola terracotta che avevo visto a Creta che ritraeva, appunto, una donna su un’altalena e che rappresenta qualcosa di sospeso, che mi aiuta a raccontare la visione di una donna che non c’è più, ma anche con leggerezza e divertimento”). In controluce, sul quell’altalena dondola una figura femminile inizialmente di spalle sulla scena semibuia, dai capelli corti, velata di un vestito panna, le cordicelle del corpetto le stringono vita e fianchi: “Sono morta il diciassette ottobre millenovecentoquarantasei”, dice scandendo ogni sillaba con voce decisa. Una scena luminosa e vuota, ma colma di visioni.
In una Palermo devastata dai bombardamenti alleati del ’43, la principessa — morta, ma ancora cosciente, come in un impetuoso flusso onirico, chiama a raccolta le voci della sua vita, per raccontarsi e raccontare. Le voci di chi ha amato, detestato, compreso o rifiutato si intrecciano e si rincorrono: ci sono il figlio Giuseppe, le sorelle Giulia, Teresa, Maria e Lina, il marito, ma anche le cameriere, la giovane amica Eugenia che prende il posto di Stefania, la figlia primogenita prematuramente scomparsa, e che coltiva un sogno audace, laurearsi in Fisica e sposare Cateno, sfidando il destino che i suoi genitori avevano già scritto per lei. Tante trame di vite dense di eros, di segreti, di nostalgie, di affilatissimi desideri, di parole non dette. Le tonalità ambrate delle spighe diventano un orizzonte materico su cui le luci disegnate da Cesare Accetta (nei sessanta minuti di spettacolo) proiettano variazioni cromatiche: sfumature che vanno dal blu al turchese, dal giallo al verde, dal nero al rosa. Luce e colore creano transizioni emotive. Il canto ritmico dei grilli e il frinire delle cicale che scandiscono le calde giornate estive; la musica del Valzer Brillante di Rota, ispirato a Verdi e riscoperto e arrangiato dallo stesso compositore per la celebre sequenza del ballo a Palazzo Ganci; e infine il crepitio, appena percepibile, dei bombardamenti. Tutti elementi che faranno da controcanto sonoro.
Come sempre Sonia Bergamasco, applauditissima, sorprende con un’interpretazione intensa e insieme controllata, sostenuta da una voce chiara e precisa, capace di farsi grave, acuta, quieta, triste o malinconica seguendo il flusso della musica e dei sentimenti della donna. A piedi scalzi, il corpo si muove con fluidità: il busto e le braccia danzano in passi morbidi, attraversando continui crescendo e diminuendo, pause, sospensioni e improvvisi cambi di ritmo. Una precisione rara nelle sue innumerevoli modulazioni. “Mi interessa un teatro che coniuga con modalità inedite parole e musica, mi interessa sviscerare la parola, mi interessa la ricerca del suono della parola”, ha dichiarato in una recente intervista l’attrice, che ha alle spalle un diploma in pianoforte e una formazione teatrale alle scuole di Giorgio Strehler, Massimo Castri e Carmelo Bene.
Quasi come un ritratto fotografico in movimento, di voce e corpo, le luci avvolgono la protagonista in un isolamento luminoso attraverso puntamenti leggeri sul suo viso, ne sottolineano l’espressività e la recitazione, a volte la separano dal mondo in un alone luminoso, altre la rivelano all’improvviso in un chiarore abbagliante. Sonia Bergamasco evoca, in un soffio di voce, antichi canti popolari che narrano la timida e dolce intimità dei novelli sposi (quannu la misi ‘ntra dd’amatu lettu, e ci scuprivi li minnuzzi d’oru …). Recita e mima un amplesso cosmico fatto di lava e respiro tellurico tra il Vesuvio e l’Etna, fondendosi in un abbraccio di fuoco, eros e mito intrecciati in un nodo indissolubile di creazione e distruzione. Beatrice sogna, danza con le parole e infine invita alla bellezza, alla libertà, alla vita, con un ultimo ballo sotto le bombe. Un gesto che testimonia la continuità dell’istinto vitale, anche nel punto in cui tutto sembra già concluso. L’opera non termina con la resa di fronte a un mondo che crolla, ma con l’invito a credere nella forza della vita che continua a chiedere fiducia. Alla giovane protetta, alla domanda “che giorno è oggi?”, Beatrice aveva risposto: “È un bel giorno per nascere. Non puoi immaginare quanti modi ci sono per venire al mondo. E non puoi immaginare quanti ce ne sono per venire alla luce”. La luce della verità e dell’illuminazione interiore, accogliendo e obbedendo soltanto a ciò che ci chiede la voce dell’anima.
Luce disegnata magistralmente da Cesare Accetta, incontrato da LUCEweb.
Vorrei iniziare da ciò che, nel suo progetto luci, mi ha subito affascinato: il fondale dai colori intensi.
La prima idea, condivisa con Sonia, è nata proprio dal desiderio di lavorare sul fondale. Ne avevamo già sperimentato il potenziale, come nel caso de L’uomo seme, un racconto sulla crudeltà della guerra, in cui lo sfondo si trasformava e mutava colore. L’intento era quello di dare voce al fondale stesso, lasciando che raccontasse i diversi stati d’animo e le atmosfere desiderate attraverso le sue sfumature e i suoi colori. Ogni scelta cromatica è stata accuratamente pensata per evocare emozioni specifiche e atmosfere. Dal blu dell’alba al celeste del giorno, al giallo del ricordo, al rosa della femminilità, al rossastro dell’impulsività, al violetto del sogno fino al biancastro dell’oblio in continui passaggi cromatici, temporali ed esistenziali. Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto utilizzando esclusivamente fonti luminose a LED.
All’inizio ero un po’ incerto, con i LED c’era sempre un po’ questo problema: la resa tende a essere leggermente più “acida”, senza mai dare quella morbidezza tipica delle lampade alogene che si usavano in passato, capaci di creare una luce morbida, avvolgente e ricca di sfumature cromatiche delicate e pastellate. Siamo riusciti a ottenere un effetto altrettanto raffinato usando – per me è stata una novità – le barre LED asimmetriche della serie DALIS, prodotte da Robert Juliat. Anche il sistema di aggancio permette il montaggio in americana, orizzontale o verticale, in maniera particolarmente semplice.
Negli ultimi tempi la luce in scena sta acquisendo uno importante spazio drammaturgico e il rapporto fra lei e Sonia Bergamasco, nel duplice ruolo di artista e regista, mi sembra segnato proprio da una vicinanza e un dialogo particolari.
Ci lega una collaborazione artistica che dura da molti anni, fondata su una profonda sintonia creativa. Lavorare con Sonia è sempre un piacere: un’artista completa, di grande talento e straordinario rigore professionale. Sonia crea spettacoli dove canto, musica (spesso al pianoforte) e recitazione si fondono, utilizzando la sua voce e la sua presenza scenica per “illuminare” la partitura emotiva. Ricordo le nostre lunghe telefonate, quando mi racconta con passione di un testo. Quando hai la fortuna di lavorare con artisti che sanno emozionarti semplicemente parlando del loro lavoro, usando il tuo stesso linguaggio, seguirli viene naturale. Il nostro primo incontro risale a molti anni fa, con Karénina. Prove aperte d’infelicità, concepito e scritto dalla stessa Bergamasco e diretto da Giuseppe Bertolucci nel 2012.
La sua interpretazione (che le valse un Premio della Critica, NdR) si concentrava su Anna prima della trasformazione in Karenina, esplorando il personaggio attraverso la musica, un aspetto particolarmente significativo considerando che Sonia è anche pianista. È nato un bel feeling, insieme abbiamo costruito nel tempo altri lavori importanti, come le Nozze di Figaro che ha segnato il debutto di Sonia nella regia d’opera, allestita a Firenze per la stagione 2019 del Maggio Musicale Fiorentino.
Il tocco finale aggiunto all'ultimo momento?
Un soffio di rosa in più, nella scena dove il vulcano erutta e “brucia rosso”.
Cosa la affascina del teatro?
Il teatro è uno dei luoghi in cui si impara a scrivere con la luce: ciò che si vede, ciò che si intravede ma anche “ciò che non si vede”, come ricordava Antonio Neiwiller (figura emblematica del teatro di ricerca, attore e regista scomparso nel 1993). Lo spazio scenico diventa la camera oscura, la scatola nera dove la luce diventa ricerca, rivelazione, svelamento di qualcosa di profondo e nascosto nella potenzialità del buio.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)
LEGGI DI PIÚ
Eventi
Il “Paso Doble” di Antonio Marras e Maria Lai, fra ombre e luce
BY Cristina Tirinzoni | 6 Mar 26


