RONAN E ERWAN BOUROULLEC: L’INCONTRO AL VITRA DESIGN MUSEUM


Bouroullec
Erwan e Ronan Bouroullec nel loro studio parigino photo © Studio Bouroullec

Duo francese di designer ormai di fama e riconoscimento internazionale, Ronan e Erwan Bouroullec portano avanti nel loro studio di Parigi un lavoro fatto di equilibrio e finezza, frutto di un dialogo costante tra le loro diverse personalità, che ha negli anni spaziato dalla concezione di piccoli oggetti alla realizzazione di veri e propri ambienti, dall’artigianato alla scala industriale, dal disegno alla fotografia.

Li abbiamo incontrati in occasione della presentazione della loro ultima mostra Rêveries Urbaines al Vitra Design Museum – nella Fire Station progettata da Zaha Hadid, dal 8 ottobre 2016 al 22 gennaio 2017 – e abbiamo chiesto a Erwan Bouroullec di raccontarci il loro punto di vista sulla luce, protagonista di alcuni loro progetti.

Aim di Flos in un allestimento alla Kreo Gallery, Parigi, 2010
photo © Tahon & Bouroullec

La vostra produzione è molto ricca: spazia dall’oggetto di piccola scala a veri e propri ambienti. Come affrontate ogni progetto?
È una domanda abbastanza difficile, in realtà. Abbiamo sempre l’impressione di lavorare di progetto in progetto, cercando di volta in volta metodi e quadri. Eppure allo stesso tempo, come in questo caso (il riferimento è all’allestimento al Vitra di Rêveries urbaines, NdA), capita di riprendere qualcosa di anni fa e vedere che funziona piuttosto bene. Non siamo molto teorici, non abbiamo mai scritto. Credo si possa dire che abbiamo questa metodologia per cui tutto quello che facciamo potremmo quasi sempre fabbricarlo direttamente noi stessi. Non si tratta di qualcosa che desideriamo espressamente, ma lavoriamo sempre tramite pensieri, disegni e messe in opera che, a ben vedere, fanno sì che, avendo abbastanza tempo, potremmo effettivamente realizzare noi stessi i nostri progetti. Magari non sarebbero realizzati nel migliore dei modi, ma potremmo comunque farlo. Penso che questo dia al nostro lavoro un certo sapore.
Sappiamo quanto attualmente un oggetto sia indissolubilmente legato alla sua immagine e al suo nome. Basta pensare ad Apple: la sua riuscita è anche molto legata allo spiegare i propri obiettivi e processi. Più che al successo, tutto questo contribuisce alla funzionalità finale dell’oggetto. Penso che le persone si comportino diversamente quando sanno come questo è stato concepito. Quando si lavora a una dimensione più artigianale si cerca una strategia, una tattica e una politica più adatta. Penso ci sia molta politica nel design, una politica positiva.

Tra i vostri progetti figurano anche alcune lampade, realizzate con materiali anche molto diversi tra loro. Qual è il vostro rapporto con la luce e con lo spazio nel quale questa interagisce? Quali sono, secondo voi, i caratteri imprescindibili che deve avere un oggetto luminoso?
Diciamo che ci pensiamo molto ma non ci riusciamo benissimo (ride, NdA). Credo che una delle nostre lampade sia stata una grande riuscita da questo punto di vista: Aim, lampada del 2013 per Flos. Un sistema molto semplice permette di portare la luce dove realmente serve. Penso che comunque una buona illuminazione sia fatta da molteplici sorgenti luminose. Gli spazi contemporanei hanno spesso una qualità piuttosto uniforme, con pochi punti di riferimento in termini di sensazioni. Eppure basta immaginarsi una stanza con un caminetto: non ci serve necessariamente il suo calore, ma questo crea quello che io chiamo “punto di riferimento sensoriale”. Anche senza vederlo si crea un qualcosa, se ne sente il profumo e il suono. Credo che l’animale che è in tutti noi abbia realmente bisogno di sentire questo. Con Aim è molto facile portare la luce nel luogo giusto: ha questa souplesse nello spazio che trovo personalmente molto interessante. Per il resto, abbiamo fatto poche lampade che abbiano davvero la capacità di illuminare completamente uno spazio. Si tratta più di piccoli oggetti luminosi che possono essere facilmente spostati. Ma questo viene sicuramente dalla nostra visione sulla molteplicità delle sorgenti.
Bisogna dire che le lampade sono sempre abbastanza complesse: tutte le sorgenti sono cambiate, gli standard vengono a mancare. Lavoriamo con il Led, ma spesso al di fuori degli standard per cui sostituire diventa complicato.

Restando in tema di illuminazione, il vostro intervento a Versailles nel 2013 colpisce per la sua leggerezza e per la delicatezza con cui si inserisce in uno spazio non certo facile. Può raccontarci qualcosa di più a proposito di quest’opera?
Gabriel è stato un progetto complicato per la sua dimensione. La cosa più bella è che è manifesto, evidente a tutti. Versailles è un luogo estremamente pubblico, soggetto a molte controversie. Stranamente il nostro chandelier non ha ricevuto attacchi, pur essendo estremamente contemporaneo. Va fatta però una precisazione a riguardo: il luogo in cui si trova, lo scalone Gabriel, è rimasto come progetto su carta per due secoli ed è stato realizzato effettivamente solo una trentina di anni fa. Benché fedele al progetto originale, si tratta di uno spazio in un certo senso nuovo; difficilmente avremmo potuto realizzarlo in uno degli ambienti storici della reggia. Ciò che è stato estremamente difficile qui è stato accordarci sulla quantità di luce. Il nostro chandelier riprende un po’ l’illuminazione data dalle candele, che era quella di questi spazi: una moltitudine di sorgenti deboli. Con i Led è esattamente quello che succede: molti piccoli punti luminosi, relativamente poco potenti. Abbiamo sempre temuto che la quantità di luce che avremmo ottenuto fosse insufficiente, per cui quando lo abbiamo acceso per la prima volta ne siamo rimasti entusiasti. È una luce estremamente naturale, piuttosto bassa, molto morbida e calda. Si tratta a mio avviso di un’illuminazione assolutamente consona al castello di Versailles, molto simile a quella originaria. Gabriel è un progetto di cui sono molto fiero, ma appartiene a Versailles, non può essere riprodotto in una dimensione diversa.

Chandelier Gabriel a Versailles, 2013 
photo © Studio Bouroullec

Un site specific, quindi…
Esatto, anche per la dimensione del luogo. Il lampadario è alto una ventina di metri, e non potrebbe funzionare in una dimensione minore. Alla scala attuale è molto delicato, ma visto da vicino perde un po’ questa delicatezza e leggerezza. La sua struttura non è proprio adatta a fare oggetti di dimensioni ridotte.

Un oggetto luminoso a cui è particolarmente affezionato?
Recentemente devo ammettere di aver sbagliato qualcosa nell’illuminazione della mia cucina, per cui abbiamo iniziato a usare delle candele. Le accendiamo la sera, quando ci riuniamo a tavola, insieme ad una piccola lampada. Si crea una luce molto dolce e piacevole. Trovo che ci sia una forte dimensione evocativa nella candela, che rende la sua luce particolarmente piacevole.
In generale, ho sempre amato tutte le lampade che si appendono, che si articolano, di architetti. Una lampada che ho sempre trovato geniale è la Mayday di Kostantin Grcic, che si può sospendere ovunque.
Quando ero bambino avevo tirato fili per tutta la mia stanza: ho sempre amato l’elettricità e amo poter spostare, orientare e posizionare dove voglio la luce.

Con Rêveries urbaines vi siete trovati a interagire con due spazi, la Fire Station del Vitra Campus a Basilea e Les Champs Libres a Rennes, molto diversi da un punto di vista della luce. Può parlarcene?
Sono due situazioni estremamente diverse. A Rennes eravamo in una sala completamente buia, dotata di una griglia tecnica che ci metteva a disposizione un’illuminazione molto performante, direi quasi scenografica. Essendo abituati a lavorare con la luce naturale, è stata una cosa non facile da gestire: per la prima volta abbiamo lavorato con un’illuminazione quasi drammatica. Per Basilea abbiamo prima di tutto lavorato a rendere del tutto mobile l’esposizione: i tavoli erano già abbastanza autonomi in realtà, ma non dal punto di vista dell’illuminazione. Abbiamo quindi lavorato al disegno, piuttosto semplice, di questi filamenti di Led che un po’ riprendono e citano le strutture dei tendoni dei circhi che popolano alcuni dei nostri spazi protagonisti della mostra. In un certo senso è una Versailles in più piccolo, mille volte più semplice. La cosa interessante del Led è che si tratta quasi di un materiale luce: quando si rompe, si rompe il tutto. Non si può recuperare. Questo a mio avviso cambia un po’ tutto.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°319, 2017.