Illuminare con gli specchi due capolavori assoluti dell’arte imperiale romana


courtesy Museo Archeologico Nazionale, Melfi

Mi occupo da anni dell’illuminazione delle mostre d’arte, e in alcune occasioni ho utilizzato gli specchi per illuminare per riflessione opere altrimenti inaccessibili alla luce diretta degli apparecchi.

Ho impiegato, ad esempio, tre specchi per illuminare il teschio di Damien Hirst a Firenze nel 2011, a Palazzo Vecchio, per la mostra “For the love of God”. Si trattava allora di una situazione estrema, poiché sul soffitto di una sala molto piccola era collocato un ring di binari posizionato sopra la teca di vetro entro la quale era deposto il teschio tempestato di diamanti.

Non era quindi assolutamente possibile, in quelle condizioni, illuminare bene la nuca e le parti laterali del cranio adagiato su un cuscino, e per questo furono utilizzati tre specchi posti sulle pareti della stanza e precisamente traguardati dalla luce dei sagomatori collocati sul ring.

Damien Hirst
Damien Hirst, For the Love of God Schema del sistema di illuminazione con gli specchi per la mostra a Palazzo Vecchio, Firenze, 2011

Mi è capitato poi di utilizzare uno specchio per illuminare correttamente un’opera di Miró per la mostra “Miró, sogno e colore”, che si è svolta a Torino nel 2018 all’interno di Palazzo Chiablese.

In questo caso l’illuminazione diretta dalla posizione fissa del binario alla teca che conteneva l’opera produceva una fastidiosissima linea d’ombra generata dallo spigolo della teca di vetro, spigolo che risulta sempre e comunque opaco alla luce.

Per eliminare la linea d’ombra ho pensato di collocare uno specchio rettangolare sulla parete posta di fronte alla teca e, in assenza di sagomatori, ho illuminato lo specchio con un proiettore, chiudendo il fascio luminoso a 15 gradi.

Miró, Sogno e colore
“Miró, Sogno e colore”, Palazzo Chiablese, Torino, 2018

Il cono di luce del proiettore ha determinato una forma tondeggiate sulla parete intorno allo specchio, ma la forma rettangolare e la posizione di quest’ultimo ha comunque permesso che la luce riflessa risultasse sagomata e non producesse linee d’ombra sull’opera.

Miró, Sogno e colore
“Miró, Sogno e colore”, Palazzo Chiablese, Torino, 2018

In entrambi i casi, l’utilizzo dello specchio è stato assunto in loco durante la fase dei puntamenti come estrema ratio in situazioni non previste durante la fase progettuale.

Nel caso dell’illuminazione della mostra “Capolavori in rilievo”, l’impiego degli specchi è stato invece deciso già in fase progettuale come strumento ottico che permettesse la visione di particolari significativi delle opere esposte.

La mostra nasce dalla volontà di porre a confronto due splendidi sarcofagi di epoca romana, così come ben descritto dal testo di Erminia Lapadula, direttrice del Museo di Melfi, sede dell’esposizione.

I sarcofagi sono stati collocati paralleli trasversalmente all’asse longitudinale di una sala che misura cinque metri per diciotto, interamente sormontata da volta con altezza massima di 5 metri e mezzo.

La sala è stata interamente tinteggiata di marrone e l’allestimento della mostra prevedeva la sola illuminazione dei sarcofagi e dei testi illustrativi posti su dei pannelli e ancorati alle pareti laterali.

Avevo quindi inizialmente deciso di far porre un binario lungo l’asse longitudinale della sala in modo da illuminare, oltre ai testi esplicativi, anche il fronte e il retro di ciascun sarcofago, mentre per le facce laterali avrei utilizzato le due linee di binari esistenti, collocati lungo l’imposta della volta. 

Uno dei due sarcofagi, quello di Rapolla, misura due metri e mezzo di larghezza, per un metro e venti di profondità e un metro e ottanta di altezza; caratteristica ancora più interessante del sarcofago è quella di possedere un magnifico coperchio sul quale giace distesa una figura femminile di bellissima fattura. Purtroppo, l’altezza del coperchio ne impedisce la visione nella sua splendida interezza ed è possibile solo ammirarla dal basso.

Ho così immaginato di collocare due specchi sulla volta in corrispondenza dei lati corti del sarcofago in modo che fosse possibile comunque vedervi riflessa tutta l’immagine della figura femminile, e mi sono chiesto se tali specchi fossero in grado di illuminare anche i corrispondenti lati del sarcofago. 

Ho quindi ipotizzato di utilizzare dei sagomatori posti su di un unico binario pendinato al colmo della volta, ma occorreva stabilire con certezza l’altezza dell’apparecchio di illuminazione, la dimensione dello specchio, la sua posizione sulla parete e la sua giusta inclinazione necessaria per la visione della figura femminile.

Ho perciò disegnato la sezione della sala e, attraverso lo studio delle geometrie degli specchi piani sono riuscito a determinare l’esatta posizione del sagomatore e le dimensioni e la posizione dello specchio così come illustrato nel disegno.

sistema di riflessione
Schema del sistema di riflessione per l’illuminazione della mostra “Capolavori in rilievo”, Museo Archeologico Nazionale, Melfi, 2020

Il procedimento è stato impiegato anche per illuminare il sarcofago di Atella e mostrarne l’interno, accrescendone la visione tridimensionale e sottolineandone la funzione sepolcrale. 

Altri sagomatori, posti sullo stesso unico binario, sono stati utilizzati per illuminare i lati lunghi dei sarcofagi e i testi esplicativi di una mostra in cui gli specchi hanno manifestato anche una loro inedita caratteristica: quella di scomparire completamente alla vista, poiché, servitori muti di geometrie newtoniane, riflettono magnificamente la luce ma non possono mai da questa essere rischiarati.

Capolavori in rilievo 
di Dott.ssa Erminia Rosaria Lapadula, Direttrice Museo Archeologico Nazionale "Massimo Pallottino", Melfi, Potenza.
Il Museo ospita dallo scorso dicembre, fino all'8 novembre 2020, l'importante mostra "Capolavori in rilievo", esito del positivo partenariato tra il Polo Museale della Basilicata e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Nell'esposizione sono eccezionalmente riuniti due capolavori assoluti dell'arte imperiale romana: il sarcofago di Rapolla, afferente alla collezione permanente del museo di Melfi, e il sarcofago di Atella, straordinario prestito del MANN. Le due opere, collocate una di fronte all'altra parallelamente, dialogano per la prima volta a distanza ravvicinata offrendo al visitatore l'opportunità di conoscere, attraverso le storie che le stesse raccontano, una parte della Storia antica del territorio. I due sarcofagi marmorei, infatti, ritrovati occasionalmente nei secoli passati nei territori di Rapolla e Atella, testimoniano la ricchezza e il raffinato mondo dei grandi proprietari terrieri che nei primi secoli dell'impero romano possedevano ville nella campagna del Vulture. Contestualmente le opere raccontano di uno scambio culturale, ma anche economico e commerciale, tra il mondo microasiatico e attico, sede delle migliori botteghe scultoree cui viene attribuita la loro produzione, e l'élite sociale che abitava l'entroterra lucano.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°332, 2020.