Andrée Ruth Shammah. La luce in teatro può rendere prezioso ogni dettaglio


Cita a Ciegas
Cita a Ciegas, di Mario Diament Regia di Andrée Ruth Shammah Foto©Luca Del Pia - Laura Marinoni

Siamo all’interno del Teatro Franco Parenti di Milano immersi nella luce ambrata di un pomeriggio d’autunno, cosa abbastanza insolita per un teatro. È qui che incontriamo l’anima di questo luogo: Andrée Ruth Shammah. Il suo percorso artistico coincide con la genesi e la storia di questi spazi. Regista che ha firmato oltre cento regie teatrali, imprenditrice culturale, nasce al Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler e Paolo Grassi, ma la sua storia si concretizza con l’apertura del Salone Pier Lombardo, oggi Teatro Franco Parenti, fondato nel 1973 insieme ad altri artisti e intellettuali come Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni. Nel 2019 è stata nominata Chevalier de la Légion d’Honneur dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. 
All’inizio della nostra conversazione ci dice subito una frase che sembra quasi un manifesto: “È significativo che la luce entri a far parte della regia dello spazio e dell’architettura del teatro, illuminare non è solo un fatto di bellezza. La luce in teatro può rendere prezioso ogni dettaglio, così come preziosa è ogni battuta”.

Andrée Ruth Shammah
Andrée Ruth Shammah

Uno dei principali motivi per cui mi piace lavorare in questo teatro come scenografo, e abitarlo da spettatore sta nel fatto che è la luce naturale a condurmi attraverso gli spazi.
Ti racconto un aneddoto che è sintomatico… Quando Eduardo De Filippo tornò dopo dieci anni di assenza dai palcoscenici meneghini, disse di essere ritornato perché a Milano c’era la “sciamma” (fiamma in napoletano), intendendo dire la Shammah, cioè me, e dichiarò che non veniva a Milano perché qui la maggior parte dei teatri sono sotto terra, aggiungendo sarcasticamente che “c’è tempo per andare sotto terra…”.

Tanto divertente, quanto vero!
Buona parte dei teatri a Milano sono interrati e non hanno luce naturale, così la prima cosa che ho fatto è stata aprire il teatro verso l’esterno, operazione che è continuata durante la ristrutturazione con Michele De Lucchi, che ha portato all’apertura del foyer dell’originario cinema attraverso le finestre che guardano e si affacciano sulla piscina.

62° Festival di Spoleto,
08/07/2019 62 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Auditorium della stella, spettacolo teatrale Coltelli nelle Galline, regia di Andree Ruth Shammah con gli attori Eva Riccobono, Alberto Astorri, Pietro Micci

La fila di finestre che si affacciano sulla Piscina Caimi, ora Bagni Misteriosi, mi evoca diverse inquadrature in sequenza, come se la piscina fosse un set cinematografico…
La realizzazione delle finestre ha avuto un ruolo fondamentale nella scelta di avviare i lavori di riqualificazione della piscina, perché nel momento in cui ho creato questa apertura verso l’esterno mi sono resa conto che non ci si poteva affacciare su un luogo di morte, lì dove volevo fare un teatro di vita, e dunque dovevo rivitalizzare quello spazio. Ora dall’interno del foyer possiamo guardare la vita che ha rigenerato la piscina e da lì osservare la vitalità che scorre dentro il teatro.

Oggi il Teatro Franco Parenti e i Bagni Misteriosi consentono di vivere gli spazi e la luce in tutte le stagioni.
Questa idea di apertura avevo già iniziato a concretizzarla! Prima dell’apertura del foyer era stata realizzata la Sala Grande con le finestre! Addirittura abbiamo creato un sistema che genera una luce notturna e lunare (possiamo scegliere la temperatura colore mixando luce calda e fredda), che dall’esterno filtra verso l’interno e a seguire, prima dell’inizio dello spettacolo, creiamo il buio in sala attraverso un dispositivo che oscura simultaneamente le aperture chiudendole. Avrei anche voluto creare un cielo stellato dentro la sala, passando dalla luce notturna dell’esterno verso l’interno.

La vita, il sogno di Franco Loi
La vita, il sogno di Franco Loi Stagione 1995-96 – Da sinistra Luigi Monitni, Stefano Guizzi, Carlo Rivolta

Un continuum di luce e spazio!
Non solo… Un continuum tra la vita dello spazio esterno, quella delle persone che abitano la piscina e la vitalità dello spazio interno del Teatro.

Hai innescato una serie di relazioni con il genius loci che hanno generato azioni.
Ho cercato di far diventare questi spazi quello che io sentivo che erano, probabilmente le suggestioni che sto descrivendo me le ha date il luogo stesso e non sono io ad averle date a lui.
E questo c’entra con la luce! Ho voluto che la luce del giorno potesse entrare in teatro e così, mentre negli altri teatri si accendono le luci di servizio, quando noi entriamo nella nostra sala abbiamo le finestre aperte e c’è la luce del giorno.

Hai svolto un grande lavoro di regia nel comporre gli spazi.
Nell’evolversi della struttura sembrava esserci sempre qualcosa che non andava bene, con tutti gli architetti con cui ho lavorato al progetto abbiamo avuto grandi discussioni su molte questioni, per esempio l’entrata. Ho voluto mantenere quella storica, così come ho scelto che il pubblico abbia il massimo, creando la piazza centrale, il foyer, che dà accesso a tutte le sale. 

L’emozione di vivere gli spazi del Franco Parenti penso stia nell’essere un luogo caldo e avvolgente, che ti conduce per mano nei vari mondi a cui gli spettacoli danno vita.
L’atmosfera e la luce calda che pervade il teatro sono dovute alla presenza del pavimento in legno che è dappertutto, perché questo luogo è pensato per essere un palcoscenico totale, ovunque è possibile allestire uno spettacolo. Molto prezioso è stato lo sguardo del mio scenografo storico Gian Maurizio Fercioni, presente durante i lavori con la sua famosa matita rossa e blu! Ciò che durante i sopralluoghi segnava in rosso era tassativamente bocciato, mentre ciò che contrassegnava in blu era accettabile. La bellezza di questo teatro sta sicuramente nel pensiero di De Lucchi, sta anche nelle convinzioni di Fercioni e nel mio saper ascoltare e interpretare i suggerimenti di entrambi. 

4/07/2019 62°Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Auditorium della stella. Coltelli nelle galline. Prove Generali. Eva Riccobono Andrée Ruth Shammah. Alberto Astorri Pietro Micci Foto ©Cristian Sordini.

Parliamo adesso del tuo lavoro di regista. Da cosa si dipana il progetto delle luci nei tuoi spettacoli?
La luce in uno spettacolo teatrale può rendere prezioso ogni dettaglio, cosi come è preziosa ogni battuta. 

Uno spettacolo visivamente scarno, in cui la luce sembra tessere la trama della vicenda ambientata in un parco di Buenos Aires, è Cita a ciegas.
La luce è l’elemento visivo chiave in Cita e ciegas, spettacolo che si ispira alla consuetudine di Jorge Luis Borges che era solito trascorrere e godersi la frescura delle prime ore del giorno in un parco. Qui l’atmosfera cambia lentamente, attraverso una luce che filtra da una jacaranda e si fa mutevole e impalpabile, amplificando la sensazione di vero, ma irreale. Una luce che da dentro il palcoscenico, insieme alla parola e all’interpretazione degli attori, attraversa i destini incrociati dei vari mondi dei protagonisti.

Nella tua versione de La vita è sogno lo spazio era composto da un sofisticato equilibrio formale tra un orizzonte di sabbia e la luce. 
In La vita è sogno, tradotto in milanese da Franco Lori, abbiamo svuotato la sala e creato una grande distesa di sabbia e poi disposto il pubblico intorno. L’intero spazio era sormontato da un grande ring che generava una luce filtrata attraverso i rami e le fronde di un bosco, e al suo interno lo spazio era segnato da tragitti e sentieri in cui prendevano vita le vicende e lo spettacolo.

Uno tuo spettacolo di Eduardo De Filippo che mi ha colpito per l’uso dello spazio e della luce bianca è Io l’erede.
Il ricordo del lavoro fatto sul bianco quasi di gesso della scenografia e delle diverse temperature colore della luce bianca riecheggia in me ancora adesso. Nell’allestimento di Coltelli nelle galline che ho realizzato ad inizio stagione nel foyer del teatro ho creato un involucro bianco pensando ai materiali di Io l’erede

Io,l'erede di Eduardo De Filippo
Io,l’erede di Eduardo De Filippo Stagione 1996_97. Da sinistra Tommaso Ragno, Carlina Torta, Corrado Tedeschi, Gabriella Franchini, Gabriella Poliziano, Elisa Lepore, Marta Comerio – Regia di AndréE RUth Shammah

Parliamo di Andrée Ruth Shammah spettatrice di teatro, c’è un autore che ti ha influenzato nella tua estetica della luce?
Da spettatrice non si può non citare Giorgio Strehler. Ci ha insegnato che per fare la luce più “semplice” del mondo, per cercare quella giusta, bisogna stare in teatro un mese. Alla fine delle sue prove, all’apertura del sipario il suo risultato era totale! Le sue non erano luci realistiche, ma ti immergevano in un’atmosfera. Era ciò che succedeva al Piccolo di via Rovello. Di quel teatro, che piccolo lo è davvero, ricordo l’immensità dei suoi spazi. 

Hai recentemente dedicato un tuo lavoro a Giorgio Strehler.
Ho fatto un omaggio a Strehler con Gli innamorati, evocando tutti i suoi Goldoni. Un lavoro molto curato e minuzioso; nell’allestimento abbiamo utilizzato anche i suoi proiettori che il Piccolo Teatro ci ha concesso in prestito. Uno lavoro per me emozionante! È di fondamentale importanza ogni tanto ricordare i maestri. Peter Brook, all’incontrario di Strehler, incentra le sue regie sulla verità della recitazione, attraverso una apparente non luce, una apparente non atmosfera che sta nella rarefazione, nell’assenza di orpelli. 

Teatro Franco Parenti
Foyer – Teatro Franco Parenti – foto©Aliocha Merker

Sono visioni che generano un approccio antitetico della costruzione dell’immagine?
L’estetica e la costruzione dell’immagine di autori come Strehler, come Visconti, sono per noi il “vitello d’oro”. Invece, per autori come Peter Brook o Ariane Mnouchkine, la ricerca dello spazio e della luce sta nella espoliazione. La loro lezione è come un’affermazione: noi siamo teatro, noi siamo sul palcoscenico e ciò che conta è quello che io voglio tramandare e raccontare. Se dovessi definire il teatro ebraico lo definirei fuori dalla verosimiglianza, un oggetto vuoto che riempio interpellando il pubblico attraverso la parola, e ha bisogno di una Luce di Verità. Mentre la luce di Strehler è illusione.

La luce rimane comunque l’elemento che dà origine allo spazio e al tempo.
La luce è la partenza significativa e profonda di ogni tipo di comunicazione in teatro, e senza la luce non puoi comunicare! Non è solo la scenografia… se lasci un palcoscenico vuoto, di per sé cos’è?
E come prende vita il luogo del palcoscenico? Tutto inizia con la luce!

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°330, 2019.