A RIVEDER LE STELLE: INTERVISTA A PAOLO CUCCO, DIRETTORE DI D-WOK


Lo scorso 7 dicembre, al Teatro alla Scala di Milano era in programma la Prima, il tradizionale appuntamento che inaugura la nuova stagione lirica. Sarebbe dovuta andare in scena Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, ma a poche settimane dal debutto lo spettacolo è stato cancellato a causa della pandemia di coronavirus.  La storico teatro ha deciso di non rinunciare alla sua serata più importante e ha coinvolto il regista Davide Livermore per creare da zero un’opera destinata esclusivamente alla diffusione televisiva, intitolata A riveder le stelle. Un progetto inedito e ambizioso, con cui La Scala ha voluto sperimentare nuovi format e nuovi linguaggi e che merita di essere approfondito, per conoscerne le peculiarità. L’autore ne ha parlato con Paolo Cucco, direttore di D-WOK, la società che ha curato le scenografie video.

Paolo Gep Cucco

D-WOK aveva già collaborato con il Teatro alla Scala in passato. Che cosa ha reso A riveder le stelle una produzione di diversa dagli altri spettacoli?
Questa è stata la terza Prima della Scala consecutiva a cui abbiamo lavorato. Per Attila, tre anni fa, abbiamo cercato di portare dentro il Teatro alla Scala una rivoluzione tecnica importante, cioè la scenografia Led. Prima di allora il Teatro alla Scala non aveva mai utilizzato questa tecnologia, se non su piccole superfici: la sfida che è nata con Attila insieme a Davide Livermore ha riguardato l’idea di lavorare sempre di più con l’immagine, considerandola come un pezzo importante della scenografia. Il successo ottenuto in quello spettacolo ci ha fatto immaginare subito di poter utilizzare un ledwall per lo scorso 7 dicembre, anche perché il tempo di realizzazione è stato brevissimo, solo tre settimane. L’unica possibilità era quindi semplificare la scenografia già costruita e utilizzare il ledwall per tutte le altre scene, sfruttando la riflessione dello specchio d’acqua posizionato sul palcoscenico sia per raddoppiare le immagini che per ottenere inquadrature diverse con le telecamere. Siamo partiti dalla necessità di lavorare in fretta per uno spettacolo con 27 cambi di scena, tempi di prova molto rapidi e tanti stili diversi da mettere insieme. E poi, visto che noi non ci accontentiamo mai, abbiamo deciso di aggiungere anche la realtà aumentata.

Questo è un punto molto interessante da approfondire, perché si tratta di una innovazione inedita in ambito teatrale, perlomeno alla Scala.
Sì, anche questa è stata una novità assoluta, nata dalla voglia di sperimentare. Il problema che avevamo quando abbiamo iniziato a lavorare alla stesura della sceneggiatura con Livermore era quello di riuscire a contestualizzare tante atmosfere diverse senza trasformare A riveder le stelle in un recital. Con così tante star e così tante esibizioni il rischio era molto alto, per cui abbiamo immaginato per ognuna di esse una regia e una collocazione in un ambiente che rispettassero esattamente il libretto o il racconto della scena. Non era possibile installare un ledwall più grande né lavorare con le movimentazioni, perché non avremmo avuto il tempo di provarle. Invece aggiungere la realtà aumentata, visto che si trattava di uno spettacolo prettamente televisivo, ci ha offerto una serie di opportunità che altrimenti non avremmo potuto sfruttare. Abbiamo utilizzato un nostro software, sviluppato nei mesi scorsi e basato su Unreal Engine, per aggiungere componenti grafiche animate alle scene, per esempio durante La donna è mobile, oppure per creare l’enorme costellazione che si è vista durante l’esecuzione di Nessun dorma. Un grande sforzo produttivo per realizzare un grande esperimento visivo.

Un esperimento riuscito, perché in alcuni passaggi la differenza tra scena reale e scena digitale era quasi indistinguibile.
In questo caso l’esperimento era di per sé complicatissimo, visti i tempi di produzione compressi. Ma, ragionando in termini televisivi, e quindi lavorando con la regia Rai, la grande difficoltà ha riguardato la fotografia – e quindi la luce –, che è stato un altro degli aspetti cruciali da gestire. In maniera molto rapida siamo riusciti a rendere ogni scena omogenea sia con i video che con gli attori.

La televisione è un medium completamente diverso dalla platea di un palcoscenico, sia per numero di persone che guardano, sia dal punto di vista dell’esperienza per lo spettatore. In un progetto come questo si inseriscono, inoltre, numerose specificità, come avere a che fare con delle luci diverse e con delle telecamere. Come è cambiato il vostro approccio al lavoro rispetto a tutte queste differenze?
Devo dire che le due passate Prime sono state un’ottima palestra da questo punto di vista, a partire dal rapporto con la Rai. Poiché noi eravamo gli autori anche della parte televisiva abbiamo avuto la possibilità di costruire tutto il ritmo narrativo dall’inizio alla fine dello spettacolo e di immaginarlo sempre in funzione della televisione. L’idea dell’inno nazionale, con la musa che entra dopo la sigla e si ritrova davanti a una inserviente della Scala intenta a pulire il palcoscenico, è una scena totalmente televisiva, ma che nello stesso tempo vive anche di una grande teatralità. Con Davide in questi anni ci stiamo abituando a fare opera in maniera molto cinematografica, spinti dal desiderio di mescolare i due linguaggi e considerarli un’unica cosa, anziché due mondi separati.

Quali sono state le ispirazioni creative e le idee che avete seguito nella stesura della drammaturgia?
La parte di scena era molto legata ai brani e alla storia e ogni ambiente trasportava lo spettatore in mondi diversi. Ciascuno di essi si rifaceva a un’estetica che abbiamo affinato io e Livermore in anni di lavoro: nel tempo siamo riusciti a trovare una cifra stilistica che contraddistingue tutta la nostra produzione visiva e che contribuisce a costruire un’identità scenica a tutto lo spettacolo.

C’erano anche parti registrate fuori dal palcoscenico, che hanno contribuito a tenere insieme il racconto e a guidare lo spettatore tra una scena e un’altra.
Erano fondamentali per riuscire a raccontare l’opera in modo completo. Abbiamo inserito diversi racconti e testi per introdurre i temi che poi venivano affrontati all’interno del live. Con Davide abbiamo immaginato che questo concerto potesse lanciare il messaggio che la cultura è uno dei pilastri sui quali si costruisce la società italiana ed è quindi su questo pilastro che il futuro post pandemia deve essere immaginato e deve essere costruito, perché oggi il mondo dello spettacolo si trova veramente in grande difficoltà.

La sala regia (photo © Marco Filibeck)

Quale attrezzatura e quali tecnologie avete utilizzato per la Prima? In una platea senza pubblico c’è stato spazio per molta più sperimentazione nel posizionamento delle camere.
Alla struttura tradizionale delle telecamere Rai HDR abbiamo affiancato delle camere sensorizzate, per trasmettere alla realtà aumentata i parametri di tracking. Ne abbiamo utilizzata una centrale e una montata su un braccio; c’era poi una shuttle su un palco, perché ci piaceva l’idea di far vedere anche le quinte. Infine la rail centrale, un supporto importante, che non avevamo mai utilizzato in altre Prime e che ci ha permesso di dare maggiore dinamica alle riprese. Il ledwall che abbiamo installato misurava 18 per 7 metri; abbiamo utilizzato WatchOut per gestire le uscite e con le nostre macchine controllavamo le telecamere, per inviare al pullman regia il segnale composito con anche la realtà aumentata. Per via dei tempi ristretti abbiamo potuto girare le scene in una, massimo due prove, e questo ha dato un’impronta live anche alla fase delle riprese. Sulla produzione dei video, invece, abbiamo lavorato in modo diverso. Abbiamo prodotto alcune parti in 3D, come il palazzo di giustizia, Ofelia nell’acqua e alcuni cieli. Altre cose le abbiamo girate per l’occasione, per esempio la scena delle ombre cinesi o alcune sequenze in super slow motion riprese con la Phantom. Abbiamo creato anche la sigla del programma con i droni su Milano, la Musa iniziale e la scena finale, lavorando a stretto contatto con la direzione creativa Rai. In questo modo anche i contributi realizzati per la televisione sono risultati coerenti con l’idea narrativa.

Da questa esperienza del 7 dicembre che cosa si può portare nelle future Prime e, in generale nelle opere liriche mediate dalle tecnologie digitali?
Sicuramente la realtà aumentata. Per noi la sfida della Prima della Scala, da quando abbiamo iniziato a realizzarla con Davide, è stata quella di pensarla per la mondovisione e per la televisione.  Lo abbiamo dimostrato con Tosca, che è stato lo spettacolo teatrale più visto nella storia della Rai, con tre milioni di spettatori in Italia. Devo dire che quest’anno riuscire ad avere comunque due milioni e seicentomila spettatori credo sia stato un grandissimo successo. Ormai facciamo fatica a considerare separatamente quello che è scena, quello che è cinema e quello che opera o spettacolo. Mi piace definire D-WOK come una società di Entertainment Design, perché quello che facciamo è progettare intrattenimento nel senso più generale e artistico del termine e la sperimentazione è all’ordine del giorno.