A RIVEDER LE STELLE: INTERVISTA AL REGISTA DAVIDE LIVERMORE


Lo scorso 7 dicembre, al Teatro alla Scala di Milano era in programma la Prima, il tradizionale appuntamento che inaugura la nuova stagione lirica. Sarebbe dovuta andare in scena Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, ma a poche settimane dal debutto lo spettacolo è stato cancellato a causa della pandemia di coronavirus.  La storico teatro ha deciso di non rinunciare alla sua serata più importante e ha coinvolto il regista Davide Livermore per creare da zero un’opera destinata esclusivamente alla diffusione televisiva, intitolata A riveder le stelle. Un progetto inedito e ambizioso, con cui La Scala ha voluto sperimentare nuovi format e nuovi linguaggi e che merita di essere approfondito, per conoscerne le peculiarità. L’autore ne ha parlato con il regista Davide Livermore.

Davide Livermore
Davide Livermore, photo © Eugenio Pini

A riveder le stelle è stato uno tipo di spettacolo inedito e innovativo per il Teatro alla Scala. In che modo ha sviluppato l’idea di quest’opera? Qual è il messaggio che voleva trasmettere?
Io non penso di dovere trasmettere dei messaggi, il mio mestiere è creare emozione e raccontare storie. La Scala e la Rai mi hanno messo di fronte al fatto di dover mettere in scena un gala – un tipo di rappresentazione non particolarmente attraente dal punto di vista televisivo – destinato prevalentemente agli amanti della vocalità, mentre chi ama l’opera ne ama anche il fatto teatrale. Il programma che mi sono trovato di fronte era molto eterogeneo, quindi con gli autori ho cercato di accorpare tra loro alcune arie, a volte per vicinanza di titolo, a volte per vicinanza di temi. Con A riveder le stelle dovevamo confezionare un prodotto che fosse trasversale, per questo abbiamo previsto la presenza di attori della prosa italiana. Una grande occasione, tra l’altro, per fare comunicare tra loro il mondo della prosa e quello dell’opera.

Quali sono state le ispirazioni creative che ha seguito nella stesura della drammaturgia?
Con le due Prime degli anni precedenti (Attila e Tosca, ndr) abbiamo vinto due partite importantissime dal punto di vista televisivo. Abbiamo realizzato scenografie di grande impatto sia per chi era in sala che per chi era a casa. L’obiettivo era nascondere il palcoscenico e mostrare l’immagine come se provenisse da un set cinematografico. Il record di audience raggiunto con Tosca è stato vinto grazie alla scatola scenica che abbiamo costruito, e che ha ingabbiato i telespettatori all’interno della storia. Siamo ripartiti da quella intuizione e abbiamo pensato di sviluppare una narrazione che si compisse per ogni aria, racchiusa in un canovaccio più ampio e tematico. La tecnologia per noi non è una sfida, ma è qualcosa che deve fare parte del racconto. Il teatro da sempre persegue questo obiettivo. Chi lavora per il teatro ha il compito di creare sperimentazione tecnologica nella scena, a prescindere dal budget.

La produzione dello spettacolo è stata condizionata da tempi di lavoro molto ristretti. Quali sono state le difficoltà maggiori durante le prove e durante le registrazioni delle scene?
Non ci sono state difficoltà, ma non voglio dire che sia stato facile. Abbiamo lavorato in un sistema progettato non per guardare i problemi, ma per risolverli. Io parto da un assunto, che per me è fondamentale: una buona idea in teatro è solo quello che puoi realizzare. Sembra un limite, ma non lo è. Ci vogliono tecnica e fantasia; non solo per cercare una soluzione immediata, ma anche per generare idee che nascano già con la possibilità di essere realizzate. Gli artisti hanno questa missione: riuscire a fare ciò che desiderano nonostante tutte le complicazioni che ci possono essere. La parte indomita del desiderio della narrazione è fondamentale nel nostro mestiere.

Pensare a uno spettacolo destinato esclusivamente alla televisione apre a diverse possibilità in più, anche nella gestione degli spazi e nell’utilizzo dei luoghi del Teatro.
Era uno degli obiettivi. Visto che questo di solito è impossibile, abbiamo voluto assecondare la curiosità delle persone e coinvolgere in questa scoperta anche chi non conosce La Scala. Portare le telecamere in luoghi che normalmente inaccessibili lascia lo spettatore a bocca aperta. Inoltre, avendo registrato quasi tutto in tempi strettissimi, dovevamo essere pronti dal punto di vista tecnico e artistico. Abbiamo registrato a ritmi e qualità impressionanti per qualsiasi tipo di televisione. Non è stato un miracolo, ma una somma di virtù. Vivendo costantemente nell’hic et nunc del live, abbiamo sviluppato una forma mentale per cui è sempre “buona la prima”.

In questo senso ha funzionato bene anche la collaborazione con la Rai.
La Rai ha avuto molta fiducia nei confronti del nostro gruppo, forte delle esperienze positive degli anni passati. Di questa inaugurazione che non dobbiamo dimenticarci un numero: A riveder le stelle ha totalizzato tre milioni di telespettatori alle cinque di pomeriggio; in quella settimana, in prima serata, la finale di X Factor ne ha raggiunti un milione e novecentomila. Questo risultato non è casuale, ma è frutto di una convinzione profonda: ormai la nostra società ha sviluppato una grande esperienza da spettatrice cinematografica. Le convenzioni teatrali sono considerate obsolete, il cinema è il riferimento. Noi dobbiamo essere più bravi di loro, e lo siamo quando facciamo le stesse cose che fa il cinema, ma dal vivo e con la voce dei cantanti.

a riveder le stelle
L’apertura della Prima, con l’inno di Mameli cantato dai lavoratori del Teatro alla Scala riuniti sul palco e diretti dal Maestro Riccardo Chailly

Nel suo monologo finale ha parlato del Teatro alla Scala come simbolo di rinascita, oggi come nel 1946. Qual era l’obiettivo di quel discorso?
Quel discorso aveva l’obiettivo di riaffermare la centralità della cultura nella vita italiana. Noi siamo il paese che deve produrre bellezza e non possiamo sottrarci a questo compito. Non è un ruolo solo teorico, ma anche numerico e economico. Nessuno parla di quanto produca la cultura, che è la prima azienda d’Italia. Prima della pandemia, tra opera e prosa, avevamo più abbonati di tutta la Serie A, ma questo nessuno lo dice. Cito la canzone che Willie Peyote ha portato a Sanremo: “Riaprono gli stadi, ma non i teatri né i live, facciamo due palleggi, mai dire mai”. Abbiamo vissuto decenni in cui la cultura è stata trattata come un nemico del popolo. Un atteggiamento che ha marchiato una generazione di artisti, che hanno provato a sopravvivere nonostante i continui tagli al settore. Ma la bellezza non si può tagliare, né può costare poco. È il momento di affermare che la cultura va difesa, perché è un bene che appartiene a tutti, anche a chi la vuole censurare.