Formazione, parlano i produttori


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Formazione dei lighting designer quarta puntata. Dopo architetti e addetti ai lavori, docenti e progettisti della luce è la volta delle aziende del settore, del mondo della produzione illuminotecnica. Di coloro i quali cioè pensano, progettano e producono sistemi e apparecchi di illuminazione.

LUCE, in questo quarto e ultimo tour sul tema della formazione dei progettisti illuminotecnici italiani, presenta il punto di vista delle imprese, intervistando alcuni degli esponenti del fronte industriale, tassello fondamentale del sistema.

Diciamo subito che da questa ultima rassegna di opinioni non mancano nuovi spunti di riflessione, utili non solo a completare il quadro d’insieme, ma a gettare le basi per costruire qualcosa di concreto, nuovo e duraturo: forse quell’accademia della luce che già nel primo dei quattro servizi qualcuno – l’architetto Alfonso Femia – aveva preconizzato. Un luogo permanente che rappresenterebbe lo sviluppo naturale di quanto ASSIL e AIDI stanno già da tempo facendo. L’ultima tappa di questo giro sulla formazione dei progettisti illuminotecnici la facciamo con Andrea Nava, amministratore delegato di Erco Italia, Paolo Di Lecce di Reverberi Enetec, Giovanni Bonazzi, amministratore delegato del gruppo 3F Filippi-Targetti, e Dante Cariboni, presidente di Cariboni Group e vicepresidente di AIDI.

Andrea Nava

Andrea Nava
amministratore delegato di Erco Italia

“Il nostro Paese vive un’anomalia profonda per quanto concerne il ruolo dei progettisti della luce – attacca l’amministratore delegato di Erco Italia, Andrea Nava. Da noi, ancora oggi, a differenza di altri Paesi esteri in cui operiamo, il ruolo del lighting designer non è sufficientemente valorizzato. Il progetto illuminotecnico è un presupposto fondamentale per ottenere un risultato qualitativo nell’ambito della progettazione di un ambiente, un edificio, un negozio, uno spazio pubblico. Per i valori che la luce possiede, il lighting designer svolge un ruolo importante nel processo di sviluppo di un progetto. Saper progettare la luce consente di gestirla al meglio e di ottenere atmosfere e scenografie adeguate al concept architettonico in cui viene integrata. Lavorare con i lighting designer è una nostra priorità: il problema di una buona progettazione illuminotecnica, troppo spesso, risiede però nelle logiche che guidano le committenze. In Italia la progettazione architettonica non si lega sempre a quella illuminotecnica, come avviene invece in altri Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.

Forse, ciò che ci distingue dai mercati esteri è anche altro. Ad esempio, le dimensioni degli studi di progettazione italiani, un fenomeno strettamente correlato alle dimensioni del nostro mercato, che da tempo non riesce a svilupparsi come meriterebbe”. Parlando con l’AD di Erco Italia fa capolino un tema che accompagna spesso il confronto tra progettisti e imprese. Vale a dire l’accavallamento tra i ruoli che lighting designer e aziende dovrebbero avere sul mercato. E il gentlemen’s agreement che alcuni progettisti della luce reclamano, che fine ha fatto? “Sono stato proprio io il primo firmatario dell’accordo tra imprese e progettisti illuminotecnici proposto da APIL. Erco, la cui offerta in termini di prodotto si orienta verso progetti architettonici complessi, predilige avere a che fare con un lighting designer professionale con cui dialogare…e a riprova di ciò, i più bei lavori che abbiamo realizzato sono nati dall’intuizione e dalle capacità di bravi lighting designer. Spero davvero che questa sinergia si sviluppi sempre di più nel prossimo futuro, in modo da colmare il gap che ancora ci divide da altri Paesi”.

Paolo Di lecce

Paolo Di Lecce
di Reverberi Enetec

Chi può esprimere un punto di vista duplice sul tema è sicuramente Paolo Di Lecce, che è al contempo esponente del mondo delle imprese dell’illuminazione pubblica e da anni membro di ASSIL e AIDI.
“Porto il punto di vista di chi opera nel settore dell’illuminazione pubblica – afferma Di Lecce –, un comparto oggi sempre più alle prese con la componente smart della tecnologia al servizio delle città. Un settore, il nostro, che confina con quello tipico del light design, ma che non è la stessa identica cosa. In questo campo di attività la formazione dei progettisti non è un’operazione agevole. In Italia, su questo terreno, partiamo avvantaggiati rispetto a quanto succede nei paesi esteri, dove si fa più fatica a far comprendere l’impatto delle nuove tecnologie relative alla pubblica illuminazione. Qui da noi la domanda è elevata, segno che c’è bisogno di acquisire conoscenze e competenze e questo lo registriamo dai numeri dei corsi che ASSIL e AIDI organizzano proprio sul tema delle smart city e della pubblica illuminazione”.
Insomma, la domanda esiste, ma l’offerta non è sempre all’altezza delle esigenze e delle competenze che servono. Ma chi, allora, dovrebbe fare questa benedetta formazione?
“I nostri sono temi di frontiera, ed è per questo che fatichiamo a trovare esperti che non siano espressione del mondo della produzione. Al di fuori delle nostre aziende si fatica a trovare delle competenze adeguate allo sviluppo tecnologico odierno. Un problema, questo, che anche nei corsi di ASSIL e AIDI registriamo spesso”.

Ma allora non sarebbe il caso di dar vita a qualcosa di nuovo, di originale e di duraturo? “Sì, l’esigenza esiste, si avverte. Servirebbero iniziative decentrate, diffuse sul territorio, ma è una strada che si scontra con le attuali capacità organizzative ed economiche. Se fossimo in grado di fare questo salto di qualità otterremmo sicuramente dei buoni risultati e potremmo fare crescere quella cultura della luce che ancora stenta ad affermarsi”.
Chi esprime un punto di vista critico rispetto all’attuale condizione della formazione in Italia è Giovanni Bonazzi, amministratore delegato del gruppo 3F Filippi-Targetti.
“Il grado di formazione dei progettisti è qualcosa di difficilmente definibile in poche parole – afferma Bonazzi –, perché quelle che sono le conoscenze tecniche devono giocoforza integrarsi con un’adeguata attività sul campo. Oggi, in Italia, le offerte formative sono diverse, variegate, e non mancano opportunità di acquisire nuove e significative competenze, ma queste sono sfruttate al meglio solo dopo tanto lavoro in ufficio e in cantiere”.

E con l’evoluzione tecnologica come la mettiamo?
“Il cambiamento tecnologico e i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti. Negli anni non sono cambiati solo gli apparecchi, ma la luce stessa e la sua gestione. Ecco perché l’approccio alla progettazione non può più limitarsi alla mera analisi delle schede tecniche e delle fotometrie. Oltre a conoscere informazioni e numeri, il lighting designer deve sempre ‘toccare con mano’, cioè verificare concretamente le potenzialità di un apparecchio prima di fare una scelta. Insomma: deve essere curioso, perché è la curiosità il vero motore del suo lavoro, l’unica molla che può portarlo a raggiungere l’eccellenza”. Ma se questo è il contesto, chi dovrebbe produrre una formazione capace di interpretare la nuova situazione? “Noi diamo il nostro contributo, supportando da anni iniziative di formazione per i lighting designer organizzate da attori pubblici e privati. Credo però che sia il mondo accademico a dover giocare un ruolo da protagonista, eventualmente sviluppando partnership con le aziende. È infatti il dialogo costante con l’industria che permette di informare al meglio sulle innovazioni e potenzialità provenienti dal mercato”.

E sulle invasioni di campo di cui i lighting designer si lamentano, voi come rispondete? “Ci tengo a precisare che il nostro core business è e sarà sempre la progettazione/produzione degli apparecchi, non il lighting design. A volte, e solo se richiesto, forniamo un supporto ai progettisti illuminotecnici, senza mai sostituirci a loro. A proposito delle comprensibili rimostranze di questi professionisti, sono favorevole all’introduzione dell’obbligo di avvalersi delle loro competenze nella progettazione illuminotecnica, come del resto avviene già in altri paesi europei”.

Dante Cariboni

Dante Cariboni
presidente di Cariboni Group e vicepresidente di AIDI

Chi ci tiene al confronto tra la nostra situazione e quelle che si vive in alcuni paesi esteri per quanto concerne la qualità del progetto illuminotecnico e della formazione dei progettisti è Dante Cariboni, presidente di Cariboni Group e vicepresidente di AIDI. “Sono convinto che in Italia vi siano ottimi professionisti della luce che esprimono un livello di qualità della progettazione molto alto – afferma convinto Cariboni. Ma questo livello di qualità non è capillare e diffuso su tutto il territorio, in cui spesso ci capita di incrociare competenze tecniche modeste. Qui da noi ci sono ottimi docenti con grandi idee e capacità, ma c’è un vasto mondo che non possiede questi contenuti. Quella italiana è una situazione assai differente rispetto a quella di altri Paese europei. In Germania, ad esempio, i corsi di progettazione illuminotecnica sono numerosi e frequenti. Da noi, invece, le punte di eccellenza sono sostanzialmente gli atenei di Milano e Roma. Sempre in Germania, università e aziende collaborano costantemente, in quanto esiste l’obbligo di frequentare, per sei mesi, corsi all’interno delle aziende o negli studi di progettazione. Perché conoscere i prodotti e sapere come utilizzarli è fondamentale: solo pochi dispongono di queste competenze tecniche, che sono basilari per una buona progettazione. Poi, esiste anche un problema legato al mercato: in Italia, in generale, la committenza, privata e pubblica, non riconosce il ruolo e quindi l’importanza del progettista della luce. E questo dipende dal fatto che qui da noi manca una cultura della luce e, di conseguenza, manca il riconoscimento della professione del lighting designer. Noi però disponiamo di AIDI, che è la nostra casa comune, un luogo in cui la progettazione e la produzione devono servire a valorizzare la figura del lighting designer e, di conseguenza, un mercato di qualità. Perché il compito dell’associazione è questo: produrre competenze e cultura”.

E sull’invasione di campo da parte delle aziende nel campo della progettazione illuminotecnica?
“Le imprese non devono sostituirsi ai lighting designer. Purtroppo non è la regola, e questo fenomeno si è sempre manifestato e continuerà ad accompagnarci ancora, anche perché sono gli stessi progettisti a chiedere il supporto delle aziende, anche per quanto concerne la conoscenza dei prodotti. Per contenere questo fenomeno, progettisti e imprese devono lavorare insieme. E la casa in cui operare c’è ed è AIDI”.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°329, 2019.