Parlano i lighting designer


luci
Foto di Jill Wellington da Pixabay

Non tutti i progettisti concordano sul ritardo culturale esistente in Italia in materia di formazione illuminotecnica, ma la denuncia dell’anomalo rapporto tra progettazione e produzione è corale. C’è chi, in nome della qualità del progetto, invoca le norme volontarie, chi la necessità di un gentlemen’s agreement, chi ancora una maggior collaborazione tra professionisti. La strada da fare, insomma, è ancora lunga.

Formazione e progettazione illuminotecnica, la parola ai lighting designer. Dopo aver raccolto i pareri di diversi esperti, LUCE riprende il suo tour sulla formazione, questa volta ascoltando alcuni progettisti. Cinque lighting designer, con un ricco curriculum alle spalle, i cui pareri compongono un quadro variegato di opinioni. Un quadro in cui, accanto ad alcune sottolineature negative riguardo i limiti del sistema formativo nazionale, emergono altri temi, come ad esempio la necessità di un nuovo rapporto tra due mondi fondamentali del sistema: quelli della progettazione e della produzione. Con alcune proposte concrete per creare un sistema di relazioni più rispettoso dell’autonomia professionale dei progettisti, delle esigenze di qualità del prodotto finale e di quello straordinario rapporto che esiste tra architettura e luce.

Anna Busolini

Registro una ricerca formale sui singoli apparecchi, ma una scarsa attenzione alla qualità della luce realizzata

“È vero, in Italia, sul fronte della formazione si registra ancora un ritardo – afferma Anna Busolini. Basta riflettere sulla quantità di ore dedicate all’insegnamento della progettazione illuminotecnica all’interno dei nostri atenei. Molto, se non tutto, dipende dalla sensibilità e dalla passione dei singoli docenti. La vera formazione avviene dopo la laurea, attraverso master e corsi di specializzazione. Sempre però su base volontaria. Credo di non sbagliare se dico che il tema non è trattato adeguatamente là dove si formano i giovani progettisti.

E questo rappresenta un problema concreto nel momento in cui, nella professione, ci si misura con la realtà del progetto e del cantiere. Certo, esistono le eccezioni, ma sono pur sempre tali. La formazione in campo illuminotecnico, insomma, è considerata poco importante. Piuttosto, registro un’attenzione e una ricerca formale sui singoli apparecchi, ma una scarsa attenzione alla qualità e alle prestazioni della luce realizzata. Un dato di fatto che dipende dalla scarsa importanza che si dà alla qualità della luce, dalla pretesa dei progettisti di volersi occupare di tutto, anche di ciò che non conoscono, come nel caso della progettazione illuminotecnica. Dall’eccessiva attenzione alla qualità estetica del prodotto e, all’opposto, dalla scarsa considerazione della qualità del risultato. Infine, dalla presenza di distorsioni del mercato. Mi spiego, spesso il ruolo delle aziende produttrici va oltre il loro compito: ci sono casi, non pochi, in cui sono le stesse aziende fornitrici che si propongono come progettisti della luce. E questa è un’aberrazione. Il rapporto tra aziende e professionisti è benvenuto, ma occorre porre dei limiti”.

Cinzia Ferrara

Noi siamo i campioni delle soluzioni alternative, quelle cosiddette all’italiana

C’è però chi esprime un punto di vista originale sullo specifico tema della scarsa formazione. “Non concordo sulla mancanza di formazione dei lighting designer in Italia – sostiene Cinzia Ferrara. Non si tratta a mio avviso di un problema formativo. Qui da noi, negli anni, si sono fatti numerosi passi in avanti. Il problema è invece di come si è sviluppato il mercato italiano e dei ruoli che al suo interno si sono storicamente determinati. A differenza di altri settori, ad esempio, in materia di progettazione della luce non esiste un rapporto fiduciario tra committente e professionista. Noi siamo i campioni delle soluzioni alternative, quelle cosiddette all’italiana. Viviamo una stortura dal punto di vista del mercato. E ciò avviene in barba anche a indicazioni normative chiare. Parlo delle norme UNI, che offrono precise indicazioni circa la necessità di avere progettisti specializzati nel campo illuminotecnico, come avviene ad esempio nel campo impiantistico. Non è un obbligo, certo, ma è sicuramente un riferimento che andrebbe seguito. Ciò che accade in Italia, per cui anche un tecnico non qualificato può progettare la luce, non succede da altre parti. La nostra è una situazione in cui, alla fine, nessuno si avvantaggia, in quanto, facendo così, non si ottiene alcun avanzamento culturale. Per migliorare servirebbero dei master ancora più qualificati, di secondo livello, e poi, cercando di essere ottimisti e positivi, servirebbe un gentlemen’s agreement tra tutti gli operatori”.

Filippo Cannata

Se paragoniamo il nostro cammino con quello di altri settori professionali, ritengo che in Italia si stia compiendo il giusto percorso

C’è anche chi preferisce collocare il tema formativo all’interno di un contesto temporale e culturale differente.

“Siamo in ritardo? Probabilmente no – afferma Filippo Cannata –, se consideriamo che in Italia si parla di light design solo da una ventina d’anni al massimo. All’epoca, quando ero giovane e muovevo i primi passi in questo settore, una trentina di anni fa, era solo Piero Castiglioni che parlava di illuminotecnica. Negli Stati Uniti, dove mi sono formato, esiste invece una tradizione diversa: lì già negli anni Trenta e Quaranta si parlava di lighting design. In Italia, insomma, siamo alle prese con una professione tutto sommato nuova. Per cui, se paragoniamo il nostro cammino con quello di altri settori professionali, ritengo che in Italia si stia compiendo il giusto percorso. Anzi, direi che siamo forse avvantaggiati dal fatto che abbiamo avuto dei maestri che hanno saputo, prima di altri, con i loro segni e con le loro geniali intuizioni, anticipare questa esigenza culturale, penso a Castiglioni e a Magistretti. Per cui direi che non siamo in ritardo, ma stiamo procedendo bene.

Il ritardo è invece più generale, direi fisiologico, non dovuto alla materia di cui parliamo, ma riguarda il mercato italiano. Un mercato, quello della progettazione illuminotecnica, nonostante il grande numero di architetti esistente, tutto sommato limitato a qualche centinaio di professionisti. Per cui, l’accelerazione culturale è giusto che avvenga, ma attenzione alla densità del fenomeno, è opportuno che abbia il passo adatto. Siamo nella società dei millennial e della rivoluzione digitale: in questo contesto registriamo, al contrario, il ritardo delle istituzioni e di quelle universitarie in particolare, a differenza di quanto avviene all’estero. Basterebbe che in Italia fossimo al passo con i tempi. Forse l’unico luogo in Italia di livello internazionale, in cui si è al passo con i tempi, è Milano, al Politecnico, con Maurizio Rossi. Detto questo, e rimanendo sul diffuso della progettazione, bisogna anche purtroppo riconoscere che, in assenza di più luoghi qualificati dove formare le nuove leve, oggi questo percorso è perlopiù svolto dalle aziende produttrici. Questa è la vera distorsione del sistema in cui operiamo. L’architettura è luce. Lo insegnavano Louis Kahn, Tadao Ando e oggi Jean Nouvel, che ci hanno insegnato che la luce è una componente fondamentale dell’architettura. Se le aziende del settore capissero fino in fondo quanto è fondamentale la luce nel progetto di architettura, sicuramente si registrerebbe un successo anche in termini di mercato. Purtroppo, la cultura della luce non è divulgata a sufficienza, proprio in una fase di forte cambiamento come quella attuale dove dalla luce tradizionale siamo passati al Led e all’IoT. Abbiamo grandi architetti nel campo della progettazione, ma siamo meno bravi, direi scarsi, nella fase realizzativa vera e propria. E allora, la strada del miglioramento passa anche attraverso il lavoro dei team di progettazione, dove attorno a un tavolo da lavoro si ritrovano le migliori competenze e tra queste anche il lighting designer. Da ultimo, mi piace ricordare che, per progetti importanti, sono le stesse aziende, quelle più evolute, che ci chiedono di intervenire nel processo progettuale illuminotecnico.

Ma casi così sono ancora pochi, quasi delle eccezioni. Discorso differente quando si lavora con importanti architetti,che credono nel lavoro di équipe, grazie ai quali il progetto illuminotecnico entra nella fase di concept del progetto, non solo nel suo sviluppo. Un buon progetto di architettura diventa tale quando le condizioni di partenza sono buone”.

Alessandro Grassia

Occorre ammettere che la preparazione nel nostro campo, alle prese con i repentini cambiamenti, non è mai sufficiente

Sul tema del ritardo culturale e sul rapporto anomalo tra progettazione e produzione torna Alessandro Grassia, lighting designer di Roma. “Primo, i corsi che trattano il tema della luce sono pochi e marginali, mentre nell’architettura l’aspetto illuminotecnico è importante in termini di qualità degli spazi e di risparmio energetico. Secondo, a differenza di altri paesi, in Italia la professione di lighting designer non ha un riconoscimento di mercato. Sono ancora molti, troppi, i professionisti che ritengono di poter fare tutto in autonomia. O meglio, presuppongono di saper fare tutto da sé. E spesso si appoggiano alle aziende produttrici, ma con risultati spesso insoddisfacenti. Un tema, quello della mancanza di cultura tecnica, che si riflette anche nella pubblica amministrazione, sempre più spesso alle prese con interventi di rifacimento degli impianti di illuminazione pubblica: spesso, molto spesso, le stesse commissioni di gara non hanno competenze adeguate per valutare la bontà di una proposta o di un’offerta tecnica. E capita spesso di registrare esiti di gara in cui si premiano gli aspetti estetici, non quelli di qualità della luce. C’è quindi bisogno di allargare le competenze. Per questo dico che c’è ancora molta strada da fare. Anche se occorre ammettere che la preparazione nel nostro campo, alle prese con i repentini cambiamenti, non è mai sufficiente. Un aiuto lo possono sicuramente offrire i master post laurea. C’è da augurarsi, infine, per ottenere esiti progettuali e realizzativi di qualità, che cambi il rapporto tra il mondo della progettazione e quello della produzione”.

Giacomo Rossi

Servirebbe un maggior dialogo tra gli attori, tra i progettisti
e i produttori, e servirebbe maggior rispetto dei ruoli 

“Il ritardo culturale esiste tuttora – sostiene Giacomo Rossi. Non per niente, anni fa, è stata costituita l’Apil (Associazione dei professionisti dell’illuminazione, ndr). Manca ancora una cultura diffusa della luce, nonostante ciò che ci viene insegnato nelle scuole di architettura, e questo perché non esiste l’obbligo di un progetto di illuminazione. Per rispondere a questo problema servirebbe un maggior ruolo delle università. Certo, la materia ha prerogative tutte sue e le conoscenze tecnico-fisiche sono fondamentali per la qualità del progetto. Ciò che serve è una maggior diffusione delle conoscenze, così
come serve il lavoro che Apil sta conducendo sul fronte della progettazione illuminotecnica integrata alla progettazione architettonica. Ripeto, l’università è il luogo più adatto,
con corsi specialistici che dovrebbero entrare a far parte dei corsi di base. Poi, servirebbe un maggior dialogo tra gli attori, tra i progettisti e i produttori, e servirebbe maggior rispetto dei ruoli. Non è pensabile che parte della funzione progettuale venga assorbita da quella produttiva”.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°328, 2019.

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