La formazione negli atenei italiani


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Come si formano i progettisti della luce?
Viaggio nelle università, tra tradizione e innovazione. Il parere di otto docenti di altrettante facoltà da Catania a Torino

Otto docenti di otto differenti università italiane a confronto su pregi e limiti dell’insegnamento dell’illuminotecnica negli atenei italiani. Sono interviste che offrono uno spaccato interessante dello stato dell’università, del loro rapporto con il territorio e con i mondi della produzione e della progettazione, della loro capacità di rispondere alla domanda attuale di formazione, della fatica che si compie per migliorare l’insegnamento alle prese con l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione spinta. È anche una fotografia, molto parziale, di come cambia l’insegnamento alle differenti latitudini e in relazione ai contesti produttivi. È anche un’istantanea di come funziona il settore della produzione edilizia in Italia, dove sul tema della luce esiste ancora troppa improvvisazione. Ma le interviste restituiscono anche la voglia di fare che all’interno delle facoltà pubbliche italiane esiste.

Luigi Marletta
Luigi Marletta

Il tour tra le università italiane in cui si insegna illuminotecnica comincia dal sud, da Catania, dove al dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e informatica dell’università di Catania lavora Luigi Marletta. “All’interno di un corso di Fisica tecnica insegno illuminotecnica, a cui dedico una ventina di ore. Non è molto, certo, ma è ciò che oggi è possibile fare stante l’attuale situazione dell’università italiana. Mi occupo della formazione di base, dei principi e dei contenuti scientifici della materia, fino ad arrivare alle tecnologie. Certamente servirebbe altro. Per proporre un’offerta formativa adeguata ai tempi occorrerebbe un corso di laurea dedicato, cosa oggi impensabile considerata l’attuale politica nazionale in campo universitario. Non riusciamo neppure a rimpiazzare i colleghi che vanno in pensione, figuriamoci a immaginare di attivare dei corsi di laurea specifici! Proprio in questi giorni ho svolto una breve indagine sugli insegnamenti universitari esistenti in Italia: nella maggior parte dei casi, tranne alcune lodevoli eccezioni, l’insegnamento dell’illuminotecnica è un capitolo della fisica tecnica. Esistono corsi di acustica e di illuminotecnica, ma insegnamenti specifici non ve ne sono. L’università, insomma, si limita agli insegnamenti di base, all’interno dei quali la materia è argomento di nicchia”. Un quadro non proprio entusiasmante, si potrebbe dire, quello che emerge ascoltando le parole del docente. “Purtroppo è così. Dal mio osservatorio posso solo aggiungere che i progetti che vengono realizzati sono di buon livello, ma sono ancora troppo pochi. Mentre l’illuminazione è una cosa dalla quale non si dovrebbe prescindere. Invece, molte scelte vengono delegate, al rivenditore, ad esempio. È raro vedere un’impresa rivolgersi a un progettista qualificato per progettare degli impianti di illuminazione. Non c’è una grande sensibilità, anche se i risultati, quando si opera bene, si avvertono”.

Francesco Leccese
Francesco Leccese

Chi invece offre una visione di segno opposto, ottimistica si potrebbe dire, è Francesco Leccese, che insegna illuminotecnica e acustica al dipartimento di Ingegneria dell’Energia dell’università di Pisa. “È vero che scontiamo del ritardo, però va ricordato che negli ultimi anni passi in avanti se ne sono fatti. E non mi riferisco alle esperienze più avanzate, come Milano, ma in generale verifico che gli insegnamenti di illuminotecnica si sono diffusi un po’ ovunque in Italia. Cosa questa che ha sensibilizzato gli studenti. Stiamo ovviamente parlando di insegnamenti che sono radicati nei corsi di laurea del quarto e quinto anno del vecchio ordinamento. Si tratta di corsi che formano gli studenti sugli aspetti pratici della progettazione illuminotecnica, non sulle materie di base. Attraverso corsi, seminari e laboratori entriamo in contatto con le aziende del settore. E le aziende sono molto disponibili a compiere le attività pratiche. Da quando abbiamo attivato quest’attività seminariale, una dozzina di anni, abbiamo avuto casi in cui gli studenti hanno anche trovato occupazione”. Insomma, l’università è in ritardo, ma qualcosa si muove. “Esatto, siamo in ritardo, anche perché l’illuminotecnica è ancora considerata una Cenerentola, ma i progressi ci sono. Anche perché sono convinto che il tema meriti la giusta considerazione, non fosse per il fatto che il livello di discomfort, dovuto a un’errata progettazione, si traduce in un importante problema funzionale”.

In un Paese che spesso non ha una progettualità seria e lungimirante nella ricerca e nella innovazione, la formazione deve affiancare lo sviluppo industriale del Paese, e l’università deve essere a fianco dell’impresa per la crescita della conoscenza. E oggi la prima missione delle università nella formazione è di sapere esprimere un reale impatto sul proprio territorio e nella società in cui è insediata

Un tema poco considerato riguarda il ruolo degli ordini professionali nel processo di formazione delle giovani leve. “Gli ordini in effetti potrebbero essere un’interfaccia importante per i giovani laureati. Ma anche qui siamo indietro. Qualcosa si fa, sia chiaro, ma forse un ruolo più dinamico sarebbe auspicabile, in particolare per la formazione specialistica, non quella legata ai crediti formativi, se consideriamo questi dei semplici adempimenti burocratici”. Le proposte, insomma, non mancano per far progredire l’intero sistema.

Già, ma cosa insegnare oggi nell’epoca dell’innovazione tecnologica? “L’innovazione in questi anni è stata forte, l’avvento dei Led ne è la dimostrazione. Ed è proprio per questo che in una fase come quella attuale servono basi di conoscenza solide, che solo l’università è in grado di offrire”.

Cinzia Buratti
Cinzia Buratti

Cinzia Buratti insegna Fisica tecnica al dipartimento di Ingegneria dell’università degli studi di Perugia. La docente pone al centro della riflessione il tema della formazione e del gap esistente tra domanda e offerta, partendo da un altro punto di vista. Che corrisponde a un fatto oggettivo, da cui alle volte si prescinde. Vale a dire la dimensione delle singole università, dei singoli atenei.
“Probabilmente il gap tra domanda e offerta per quanto concerne la formazione in campo illuminotecnico esiste ed esiste in particolare nelle facoltà di piccole dimensioni, dove non è possibile fornire una formazione che corrisponda alle attuali esigenze del mondo della produzione e della progettazione. Un’impossibilità che dipende però dall’attuale organizzazione del sistema universitario nazionale: nel corso di studi triennale è impensabile poter approfondire in modo adeguato molti temi. Cosa diversa, immagino sia, per gli atenei che possono contare su grandi numeri, di studenti, docenti e spazi. Va anche detto che esiste una modalità di insegnamento tipica delle università italiane che ci contraddistingue, rispetto ad esempio alle modalità utilizzate dalle facoltà anglosassoni. Il nostro è un approccio all’insegnamento basato sull’approfondimento delle materie scientifiche di base: una modalità che consente l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze fondamentali, le quali a loro volta favoriscono un approccio versatile ai problemi. Noi offriamo agli studenti strumenti affinché sia a loro possibile disporre di una formazione specifica”.

Buratti conferma poi un problema generale, quello cioè della mancanza di cultura della luce. “Sì, è vero, manca una cultura della luce, in quanto manca una formazione adeguata. Ma a costruire una cultura non può essere solo l’università. Noi siamo una piccola parte del mondo che ruota attorno all’illuminotecnica. Per esempio, nel settore privato, nei singoli privati committenti, l’approccio culturale è del tutto assente. Servirebbe un lavoro vasto e importante nei confronti dell’opinione pubblica. Servirebbe un’opera di sensibilizzazione. Ed è quello che facciamo nel rapporto con il territorio, con le aziende e con gli ordini professionali”.

Carla Balocco
Carla Balocco

Chi ne fa un problema squisitamente culturale e di sensibilità è Carla Balocco, docente di Fisica tecnica ambientale al dipartimento di Ingegneria industriale dell’università degli studi di Firenze. Per Balocco, infatti, il ritardo che si sconta nell’insegnamento dei temi dell’illuminotecnica non dipende tanto da una carenza delle istituzioni scolastiche, ma riguarda un ritardo culturale generale, che interessa la società nel suo complesso.
“Il ritardo nasce addirittura all’interno delle famiglie e nella società e ha a che fare con la sottovalutazione del tema dell’energia, che non viene capito e vissuto con consapevolezza e responsabilità. Occorre infatti razionalizzare i consumi energetici e quelli destinati a utilizzi a bassa temperatura. Serve utilizzare l’energia in funzione della sua qualità termodinamica.
In questi ultimi anni abbiamo assistito a una crescita dell’importanza della progettazione illuminotecnica, del ruolo della luce nella logica dello Human Centric Lighting, della necessità di conoscenze da parte dei lighting designer, della luce nelle smart city; ciononostante, la cultura generale non si è modificata. I Led, ad esempio, hanno prodotto una rivoluzione, ma anche una serie di fraintendimenti, dovuti alla mancanza di adeguata informazione sulla luce e sul concetto di progetto illuminotecnico”.

La riflessione della docente si sposta poi sui concetti di entropia e sostenibilità energetica, sull’energia del sole e sulla luce, per concludere che: “Nel processo progettuale serve introdurre il secondo principio della termodinamica e considerare la finitezza del flusso neghentropico, cioè di informazione, derivante dal sole e da poche altre fonti. La progettazione illuminotecnica andrebbe concepita come strumento utile per lo scambio di conoscenze e di informazione. Ciò sarebbe attuabile se esistessero la possibilità di comunicare rapidamente, un processo progettuale efficiente, competenze e capacità progettuali e produttive diffuse. L’elevato livello di sviluppo richiesto dal processo progettuale destinato all’uso razionale dell’energia e, quindi, alla progettazione di luce di qualità per visione, percezione ed ergonomia richiede un insieme strutturato e interdisciplinare di figure professionali, che abbia elevati scambi, veloce comunicazione, nuove procedure per la gestione digitale della trasmissione e della modifica dei progetti, fino ad arrivare a nuovi rapporti con le committenze pubbliche, nonché alla gestione integrata dei processi informativi e decisionali”.

Maurizio Rossi
Maurizio Rossi

C’è anche chi rivendica con orgoglio i passi in avanti compiuti. È il caso di Milano e del Politecnico e di chi da anni ci insegna.
“In Italia, la formazione dei lighting designer rappresenta un tema critico – attacca Maurizio Rossi, docente alla Scuola del design del Politecnico di Milano Bovisa. Nonostante il nostro Paese sia il secondo più importante produttore europeo di apparecchi di illuminazione, da noi non esistono corsi di laurea dedicati al progetto di illuminazione. Una condizione, la nostra, che non dipende dall’esiguo numero di docenti che conducono i corsi di illuminotecnica all’interno di altri corsi di laurea, ma che chiama in causa il ministero competente, nei confronti del quale dovrebbe essere assunta un’iniziativa coordinata tra le associazioni di produttori – Assil e Assoluce – con il supporto di Aidi e Apil. Con le leggi attuali, infatti, avviare nuovi corsi di laurea è pressoché impossibile. Infatti, il corpo docente che si occupa del tema insegna fisica tecnica, ingegneria elettronica e solo alcuni design”.

In effetti, il luogo in cui Maurizio Rossi è docente è l’eccezione che, appunto, conferma la regola. Lavora infatti alla Scuola del design, un avamposto tecnico-scientifico-culturale che vanta ottime credenziali: la scuola infatti al QS World University Ranking 2018 si è collocata al quinto posto al mondo, prima tra le università pubbliche. “Già a partire dal 2003 – prosegue Rossi –, abbiamo avviato un percorso di alta formazione post-laurea, un master in lingua inglese in Lighting Design & Led Technology. Il 70 per cento dei partecipanti proviene dall’estero e abbiamo dovuto introdurre il numero chiuso per garantire un alto livello formativo, organizzando due classi all’anno”.
In effetti, siamo di fronte a numeri di tutto rispetto. Il master riceve infatti ogni anno più di 150 richieste di realtà industriali e professionali provenienti da ogni parte del mondo.
“Come partecipazione e posizionamento i numeri del nostro master sono simili o addirittura migliori degli analoghi corsi della Parsons di New York, della UCI di Londra, della KTH di Stoccolma e della Hochschule di Wismar – conclude orgoglioso il docente. La ragione di questo successo sta nella forte impronta politecnica che abbiamo voluto dare fin da subito. Prima di introdurre i corsisti alla cultura del progetto, si affrontano gli aspetti scientifici e tecnologici, che vengono aggiornati sulla base dei ritorni che riceviamo dal mondo industriale”. Dal Politecnico di Milano a quello di Torino il passo è breve, ma le differenze ci sono, soprattutto per quanto riguarda il contesto produttivo di riferimento: la presenza di primarie imprese di illuminotecnica nel primo caso, un contesto di aziende di medie e piccole dimensioni nel secondo.

Anna Pellegrino
Anna Pellegrino

Una differenza che inevitabilmente si fa sentire, anche per quanto riguarda il rapporto tra università e territorio.
“Il tessuto produttivo torinese – attacca Anna Pellegrino, docente al dipartimento di Energia del Politecnico di Torino, che da anni insegna illuminotecnica nei corsi di laurea di architettura – si compone soprattutto di aziende di piccole e medie dimensioni. Un dato, questo, che conta, anche per quanto riguarda gli sbocchi professionali dei nostri studenti, sempre più spesso attratti da offerte di stage e di lavoro provenienti dall’estero: dall’Olanda e dalla Germania, in particolare. Ciononostante, nei workshop rivolti agli studenti di architettura possiamo contare sulla presenza di operatori e tecnici del mondo della produzione. Non si tratta di corsi strutturati con le aziende del settore o con gli ordini professionali, certo, ma di nostre autonome iniziative per fornire agli studenti strumenti operativi per l’ingresso nel mondo del lavoro.
Purtroppo, quando parliamo di gap tra domanda e offerta in campo illuminotecnico dobbiamo tenere conto anche del contesto produttivo entro il quale le università operano”. Contesto a parte, l’insegnamento dell’illuminotecnica al Politecnico di Torino ha una storia consolidata, che si tramanda da anni, che si insegna sia nella fisica tecnica ambientale sia nell’ingegneria tecnica, talvolta anche nel design. Un ateneo che mantiene stretto il rapporto con il territorio di riferimento, in particolare con i Comuni alle prese con la progettazione illuminotecnica dei beni culturali, degli spazi urbani e degli edifici monumentali. “Certo, operiamo anche al di fuori del contesto torinese – continua la docente del Politecnico –, come dimostrano i workshop svolti a Taormina per il progetto di allestimento illuminotecnico del parco archeologico dell’Isola Bella o sul castello di Schisò ai Giardini Naxos a Messina. O, più vicino a noi, i progetti illuminotecnici per la Reggia di Venaria Reale”.

Marco Frascarolo
Marco Frascarolo

Superare i vincoli dell’insegnamento tradizionale e la competizione tra atenei. Ecco un esempio positivo. È quello dell’università di Roma Tre. Alla facoltà di architettura è infatti attivo un master di lighting design, fondato una quindicina di anni fa da Corrado Terzi, mentre, le due facoltà di architettura, Roma Tre e Sapienza, collaborano attivamente sui temi dell’illuminotecnica: nella Capitale, da alcuni anni, è attivo un polo universitario della luce, all’interno del quale i corsi si completano e offrono nuove opportunità formative.
“Roma, da questo punto vista, rappresenta un esperimento riuscito di collaborazione tra le due università – sostiene Marco Frascarolo, docente di acustica e illuminotecnica alla facoltà di architettura di Roma Tre. Un’iniziativa che ha permesso di superare i limiti imposti dall’insegnamento universitario tradizionale della fisica tecnica, dove a dettare legge molto spesso sono i termotecnici. Non solo, ma ciò che offriamo agli studenti è quanto di più avanzato oggi si possa loro proporre”.
Il tema su cosa insegnare, in una fase di forte innovazione tecnologica, diventa quindi centrale. “I nostri master – prosegue Frascarolo – sono di alta formazione. A differenza di quanto propone il Politecnico di Milano, dove lì prevale il product design, noi a Roma siamo concentrati sulla progettazione illuminotecnica dei beni culturali. In questo modo è possibile, come è avvenuto, collaborare a importanti iniziative, come i progetti illuminotecnici della Cappella Sistina, della Basilica di Assisi, per l’illuminazione del Colosseo o per la redazione delle linee guida dell’illuminazione per Roma Capitale. Il nostro sforzo è essere sempre più presenti sia sul territorio sia sulle nuove frontiere dell’illuminotecnica, vale a dire l’IoT e la domotica”.
Certo, molto dipende anche dal contesto produttivo dell’area romana.
“Abbiamo realtà differenti – conclude il docente romano – per dimensioni e mentalità. Sono presenti aziende consolidate, ma statiche, altre meno grandi, ma dinamiche, e poi una marea di piccole imprese tecnicamente approssimative. Capita però che anche dalle piccole realtà arrivino spunti interessanti, soprattutto da quelle che realizzano prevalentemente prodotti su misura o da quelle che colgono il cambio di paradigma che vive il settore”.

Laura Bellia
Laura Bellia

Chi si dice ottimista rispetto alle sorti dell’insegnamento dell’illuminotecnica in ambito universitario è Laura Bellia, docente al dipartimento di Ingegneria industriale all’università di Napoli.
“Nonostante tutto, vale a dire nonostante la marginalità della nostra materia all’interno dei corsi di laurea universitaria e della troppa improvvisazione esistente sul campo da parte di tecnici poco formati, sono ottimista. Perché vedo che nel mondo delle università si sta cominciando a fare rete, a fare sistema, anche grazie al lavoro di Aidi (Bellia è responsabile tecnico- scientifico dell’associazione, nda)”. Effettivamente, l’insegnamento dell’illuminotecnica nelle università italiane, tranne rare eccezioni, è troppo spesso confinato all’interno di altre discipline, come la Fisica tecnica ambientale, dove spesso la climatizzazione e il risparmio energetico sono le materie che la fanno da padrone.
“È vero, l’illuminotecnica è vissuta come marginale – continua l’architetto –, e il peso specifico del suo insegnamento dipende soprattutto dalla sensibilità e dalla formazione dei singoli docenti. Tra l’altro, così facendo, si rischia di non cogliere gli elementi di innovazione tecnologica che sempre più spesso accompagnano la nostra disciplina”.

Cosa fare allora, se modifiche all’ordinamento universitario non sono all’orizzonte?
“Penso che dovremmo impegnarci maggiormente a mettere in circolo le nostre conoscenze e i nostri saperi – prosegue la docente napoletana. Anche perché la mancanza di una cultura tecnica specifica non è un problema dei soli addetti ai lavori, ma è un tema che ha ripercussioni concrete nelle opere che vengono realizzate. E questo vale anche per tutti coloro i quali – tecnici della pubblica amministrazione, produttori, installatori, costruttori – entrano nel ciclo della produzione edilizia. Infine, qui da noi, a differenza di quanto avviene all’estero, manca il riconoscimento della professione
di progettista della luce”.
Un altro tema riguarda la mancanza di un tessuto produttivo uniforme a livello nazionale. “Certo – conclude Bellia –, è un problema vero, difficile da risolvere. Se alcune realtà come Torino e Milano possono vantare un tessuto imprenditoriale di riferimento sviluppato, non è così dappertutto, nel Sud del Paese in particolare”.
Ultima questione. La mancanza di una cultura, ampia e diffusa, della luce e della sua importanza.“Credo che occorra trovare le forme giuste di divulgazione all’opinione pubblica dell’importanza della luce – conclude Bellia. Forse serve riproporre quanto fatto in passato da Enea sui temi del risparmio energetico”.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°327, 2019.