ADDIO A NANDA VIGO ARTISTA INTERNAZIONALE DELLA LUCE E DEL DESIGN


Si è spenta Nanda Vigo a 83 anni, pioniera della Light Art, tra i protagonisti delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta, esegeta del Gruppo Zero che ha sperimentato il dialogo tra arte, design e architettura con sculture di luce e ambienti stranianti. Personalità complessa, donna libera e sovversiva, dal carattere dominante, l’autrice nel “Manifesto Cronotopico” (1964), dal greco chronos e topos, sintetizza la percezione del tempo e spazio, attraverso la luce, elemento scultoreo volto all’alterazione straniante dei suoi ambienti e oggetti.

Architetto, designer e artista, ha collaborato con Gio Ponti, Lucio Fontana, suo mentore e complice in progetti di ambienti effimeri come ipotesi, utopie di spazi per indagare le potenzialità strutturanti e poetiche della luce.

Per una strana coincidenza del destino, il prossimo 20 maggio la mostra retrospettiva “Nanda Vigo. Light Art Project”, ospitata a Milano a Palazzo Reale a cura di Marco Meneguzzo, nel 2019, apre al Museo MACTE, Museo Arte Contemporanea di Termoli, Campobasso, a cura di Laura Cherubini, e dopo la chiusura dei musei il suo messaggio luminoso, in bilico tra spazialismo e trascendenza, ci appare come un vessillo di speranza.

Un ricordo personale di Silvano Oldani
Ha scritto la critica e storica dell’arte Jacqueline Ceresoli in un articolo su LUCE dedicato a Nanda Vigo su LUCE 324|2018 –  che ripubblichiamo oggi come omaggio e ricordo di un’amica e di una grande artista –  che era “intransigente, perfezionista, di lei si dice che ha un pessimo carattere, ma, come è noto, per gli uomini tutte le donne indipendenti dotate di una forte personalità sono tali… ricordiamolo, in quanto donna, in quegli anni, fare l’artista, oltre che la designer, è stata una scelta coraggiosa”.

Il suo design di luce ha segnato la storia del Design. 
Stupisce per inventiva con Golden Gate1968: primo prototipo di lampada a LED (in quegli anni i LED erano utilizzati solo dalla NASA e vennero acquistati appositamente per realizzare questa lampada unica nel suo genere), per cui è premiata con il New York Award for Industrial Design. Realizza Filo Sfera, che anticipa la tipologia della Parentesi di Castiglioni-Manzù; Cronotopo, 1970 ispirata al  suo lavoro d’artista  sui «cronotipi» divenuti oggetti di design integrati alla produzione industriale; Osiris (1971); Iceberg, 1971, in metallo e lastra di vetro smerigliato e serigrafato. E molto altro d’avanguardia. 

Light Tree
Light Tree, 1984-85, profili in metallo verniciato, vetro industria stampato, neon e alogena_245x90x45 cm photo ©Emilio Tremolada

L’ho incontrata recentemente due volte, la prima per una intervista in occasione del Salone del Mobile, camminava a fatica ma i suoi occhi erano sempre vivaci e luminosi, così i suoi rari sorrisi. Una lunga conversazione dopo molti anni che non ci si vedeva, sui nomi di grandi artisti che aveva frequentato, con cui aveva lavorato, collaborato, di Angelo Paolo Lelii e della sua azienda a Monza, Arredoluce, di cui Anty Pansera da anni stava raccogliendo da tempo testimonianze e documenti per scrivere un libro, l’anno dopo presentato in Triennaleecco il nostro secondo e ultimo incontro – e come erano nate questa o quella lampada icona che fanno parte della storia dell’arte e del design internazionale.

Uno spaccato di vita importante della nostra storia, averne cura significa avere cura del ricordo che abbiamo di tanti nomi che come Nanda Vigo non sono più con noi, in cui la luce, la loro luce, nell’arte e nel design ha reso protagonista l’Italia per decenni nel mondo. (so)


LUCE 324-2018 | LIGHT ART

Nanda Vigo: gipsy light

di Jacqueline Ceresoli

La luce è la materia dell’attitudine progettuale di Nanda Vigo, classe 1936, nata a Milano e viaggiatrice per vocazione. 
Luce come elemento fluido, dinamico costruttivo, cognitivo ed estetico; struttura portante della filosofia dell’opera, materiale ambivalente utilizzato dall’artista, architetto e designer di formazione internazionale. Intransigente, perfezionista, di lei si dice che ha un pessimo carattere, ma, come è noto, per gli uomini tutte le donne indipendenti dotate di una forte personalità sono tali. 

Vigo è stata una protagonista del processo di rinnovamento dell’arte italiana tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, che, in seguito alla laurea all’Institut Polytechnique di Lausanne e a uno stage a San Francisco, nel 1959, apre il suo studio a Milano. Da questo momento intreccia rapporti di amicizia e collaborazione con diversi artisti e architetti avanguardisti di quegli anni.
È attratta dal Gruppo Zero, fondato a Düsseldorf nel 1957 da Otto Piene, Heinz Mack e Günther Uecker, ai quali si aggiunsero Yves Klein, Lucio Fontana, Enrico Castellani e Piero Manzoni. Nanda Vigo condivide con i colleghi una ricerca di nuovi codici espressivi e l’azzeramento del linguaggio artistico tradizionale.
Entra nella cerchia di Azimuth, rivista d’arte e galleria (Azimut) fondata da Piero Manzoni e Enrico Castellani, e inizia a progettare non solo case, come la Zero House (1959/1962), primo ambiente abitabile completamente bianco nel quale sono state integrate le opere di Castellani e Fontana. Partecipa a numerose mostre nell’ambito del Gruppo Zero in Italia e all’estero (dal 1964 al 1966). La poliedrica autrice crea il Manifesto Cronotopico (1964), dal greco chronos e topos: una crasi tra il termine tempo e spazio, nonché summa poetica dell’artista maturata all’insegna dell’interdisciplinarità tra arte, design e architettura, che comprende l’uso di materiali differenti – come vetro, alluminio e superfici specchianti –, sperimentando fenomeni percettivi e forme rigorosamente geometriche sullo statuto della visione a partire dalle leggi della percezione e della psicologia della forma.

  • Osiris, 1971
  • Galleria Mana Art, Roma, 1971
  • 40° Biennale, Magazzini del Sale, Venezia, 1982


La sua poetica si fonda sull’essenza luminosa naturale e artificiale e sull’assenza del colore, sulla relazione tra oscurità e luce, fonte primaria per ogni visibilità, sostanza vitale per l’arte e per chi la fruisce. Tra il 1965 e 1968 ha collaborato anche con Gio Ponti per la realizzazione della Casa sotto la foglia a Malo (VI), abitata dalla luce, in cui si abbattono le barriere tra arte e architettura. A Nanda Vigo viene affidata la cura della leggendaria mostra Zero Avangarde (1965), ospitata nello studio milanese di Lucio Fontana, tra i protagonisti più rilevanti del XX secolo della scena artistica internazionale, amico e complice di progetti condivisi innovativi.

Le sue lampade, molte delle quali realizzate in collaborazione con Arredoluce, hanno segnato la storia del design e si caratterizzano per verticalità, come Osiris (1971). In questi anni stupisce per inventiva con Golden Gate: primo prototipo di lampada a LED, di circa due metri d’altezza, con un cilindro di base nel quale è incastonato uno stelo di metallo e un tubo incurvato. Negli anni Settanta i LED erano utilizzati solo dalla NASA e vennero acquistati appositamente per realizzare questa lampada unica nel suo genere. Vigo sperimenta simultaneamente design, installazioni, performance, ambienti e soluzioni formali luminose, all’insegna della libertà creativa che la connota fin dagli esordi. Vigo si lascia coinvolgere in diverse avventure sperimentali o progettuali. Per esempio, l’ambiente spaziale Utopie, progettato in occasione della XIII Triennale di Milano (1964) e ricostruito al Pirelli HangarBicocca nell’ambito dell’importante mostra “Lucio Fontana. Ambienti/Environments” a Milano, si è basato sulla collaborazione di Nanda Vigo, che per l’occasione ha elaborato il progetto ad hoc e selezionato i materiali, prendendo spunto da alcuni dettagli tratti da fotografie storiche.

Zero House, 1959-1962, Milano
Zero House, 1959-1962, Milano photo ©Casali, Domus

È tra le poche donne designer premiate con il New York Award for Industrial Design (1971) per lo sviluppo della lampada Golden Gate, e nello stesso anno realizza, tra i suoi progetti più spettacolari, la casa Museo Remo Brindisi a Lido di Spina (FE). A Milano, nella Galleria San Fedele, la mostra “Sky Tracks Nanda Vigo”, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Marco Meneguzzo in collaborazione con Archivio Nanda Vigo, ha raccolto una serie di opere di ieri e di oggi che raccontano intrecci personali e lavorativi, e in particolare le sue amicizie coltivate nel dopoguerra, nel vivo della rivoluzione artistica in atto in quel periodo. L’autrice è un caso unico: di formazione internazionale, ha sempre privilegiato rapporti e scambi con i protagonisti più innovativi del suo tempo. Curiosa sperimentatrice di materiali industriali come vetro, alluminio e corpi illuminanti con gli artisti cinetici, è stata la compagna di Piero Manzoni – tra i firmatari del Manifesto contro lo stile, esordiente nell’ambito del Gruppo Nucleare, con cui espone alla mostra “Pittura Nucleare” presso la Galleria San Fedele a Milano. Come Manzoni e altri artisti, negli anni Sessanta anche Nanda Vigo ha optato per l’Europa, in primis prendendo contatto con il Gruppo Zero. Coerente solo al suo estro creativo indomito, alla sua volontà di azzerare tutte le esperienze precedenti, di rinnovarsi per seguire un’attitudine creativa originale, trova nel Nord Europa il terreno fertile dove sviluppare in maniera pionieristica innumerevoli progetti, installazioni e “architetture” di luce.E ricordiamolo, in quanto donna, in quegli anni, fare l’artista, oltre che la designer, è stata una scelta coraggiosa. Nel 1982 ha partecipato alla 40° Biennale di Arti Visive di Venezia e da allora ha curato mostre e creato opere, come Light Trees (1984). 

Nanda Vigo con Giò Ponti, La casa sotto la foglia, 1965-68, Malo (VI)_ph_ Casali docmus
Nanda Vigo con Giò Ponti, La casa sotto la foglia, 1965-68, Malo (VI) Photo ©Casali, Domus

Nel nuovo millennio continua a sorprendere per inventiva: “Lights Forever”, questo è il suo motto, come dimostra con la serie di Deep Space, opere in cristallo, specchio, neon e acciaio e installazioni come quella realizzata per il progetto Alcantara al MAXXI di Roma, in concomitanza con la mostra “Arch/arcology”, curata da Domitilla Dardi: un’immersione totale nella sua abilità di stravolgere lo spazio con scenari fantasmagorici. 

© LUCE

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