Giacomo Rossi. La buona luce è un valore fondamentale


Giorgio Armani showroom, Howick Place, Londra
Giorgio Armani showroom, Howick Place, Londra

Giovane, lighting designer professionista da dodici anni, italiano. Tre cose assieme oggi non facili. Lo pensa anche lei?
Ho iniziato a lavorare nel settore dell’illuminazione subito dopo la laurea in architettura nel 1999, ma solo dal 2011 ho deciso di iniziare la mia attività in proprio, forte dell’esperienza professionale coltivata per dieci anni presso un noto studio di lighting design italiano. Uno dei principali problemi che affligge i piccoli studi, o con un portfolio lavori ridotto, è la scarsa competitività su un mercato della progettazione che sta diventando sempre più complesso ed esigente. Recentemente ho partecipato a una conferenza in cui è emerso che il problema della competitività è molto sentito non solo nel settore dell’illuminazione, ma, in generale, nell’architettura. Nel nostro settore le cose si fanno più dure a causa della perdita di valore attribuito al progetto d’illuminazione che, sebbene fondamentale, non è obbligatorio. Questo avviene in particolare in Italia, dove il nostro lavoro è spesso svolto da professionisti senza una competenza specifica in materia.

Il suo studio nel 2016 entra a far parte di LDT – Lighting Design Team, un gruppo multidisciplinare di progettazione della luce. Quanti siete, perché questa unione e come collaborate?
Come dicevo sopra, uno dei problemi che può gravare sullo svolgimento della professione è la competitività: in Italia sono presenti circa 70.000 studi di architettura, il 12% dei quali è composto da un singolo professionista. Non conosco i dati ufficiali relativi al solo settore dell’illuminazione, ma posso di certo dire che, in Italia, gli studi di lighting design ben strutturati, che possono essere davvero competitivi sul mercato nazionale o estero, non sono molti. Volendo rispondere alla sua domanda, LDT Lighting Design Team è un gruppo di professionisti che ho fondato assieme ad altri colleghi e che nasce proprio dalla volontà di acquisire un peso specifico maggiore sul mercato, grazie all’unione di diverse competenze. Al momento siamo in quattro, ma non esiste un limite reale, se non quello dato dalla fondamentale condivisione di un medesimo obiettivo. La gestione di una realtà come LDT è più flessibile di quella che avviene in un normale studio; questo ci aiuta ad abbattere alcune spese fisse e a essere forti quando è necessario, in tutti i settori in cui la progettazione della luce è coinvolta.

In molti paesi, e non solo in Europa, il lighting designer è coinvolto fin dall’inizio del progetto architettonico. In Italia dobbiamo fare qualche passo in avanti o ancora molti in tale direzione?
È vero, esiste una sensibile differenza tra le modalità con cui viene coinvolto un lighting designer all’estero e in Italia. Per quanto mi riguarda il coinvolgimento di un professionista della luce nel processo di progettazione dev’essere totale: dal concept, alla fase esecutiva e al supporto in cantiere in fase di realizzazione. La questione è molteplice, la problematica della mancanza di obbligatorietà del progetto di illuminazione è solo un tassello; sul territorio nazionale intervengono diversi fattori che aggravano la condizione. In primo luogo è un problema culturale. Molti studi di Architettura per i propri progetti si accontentano del servizio commerciale offerto da aziende o distributori d’illuminazione, senza comprendere il reale vantaggio di avvalersi di un professionista indipendente qualificato. Naturalmente, sta anche a noi lighting designer, sia come singoli professionisti, sia in forma di Associazione di Categoria, continuare a spiegare molto chiaramente in cosa consiste il progetto d’illuminazione, di quali fasi è composto e perché è importante avvalersi di un professionista della luce indipendente. In questo senso ci aiuta la nuova normativa UNI 11630 del 2016, che definisce i criteri per la stesura del progetto illuminotecnico.

Illuminare correttamente è saper bilanciare tecnologia e emozione. Fare il lighting designer significa affrontare una disciplina multidisciplinare, dunque complessa, mix tra tecnica e psicologia; è così? O la tecnica svolge un ruolo ancora determinante?
Il lighting design è una disciplina complessa: quando si progetta la luce è fondamentale affrontare ogni aspetto, sia percettivo che tecnico. Per questo motivo è fondamentale in ogni studio, o gruppo di progettazione, la presenza eterogenea di professionisti con diverse competenze, così da poter dare risposta a ogni problematica di progetto, nel modo più completo possibile. Personalmente credo che sia estremamente sbagliato un approccio esclusivamente normativo o tecnico alla progettazione della luce. Sebbene lo strumento normativo sia fondamentale, è altresì importante considerarlo non come un punto di arrivo della progettazione, ma come parte dell’insieme di argomenti da trattare nel processo di design della luce.

Oggi l’illuminazione, interna ed esterna, è quasi tutta a Led e solo apparentemente più semplice: tutti ne parlano, tutto sembra più facile. Ma è proprio così?
La tecnologia allo stato solido (Led) ha portato a una rivoluzione nel nostro settore, cambiando letteralmente il modo di pensare la luce, sia in termini di realizzazione di prodotto che nel modo di progettare le scenografie luminose degli spazi in cui si interviene. Questa rivoluzione tecnologica ha raggiunto oggi una piena maturazione: molti costruttori da tempo hanno iniziato il processo di trasformazione del proprio catalogo, fino ad arrivare a una conversione totale. Tuttavia, questa raggiunta consapevolezza dei propri mezzi non va confusa con “facilità” di applicazione, e i motivi sono diversi. In primo luogo perché la tecnologia allo stato solido porta con sé alcune criticità che vanno tenute in considerazione quando si progetta, pena la perdita di qualità del risultato finale. Non dimentichiamo che, a fianco delle molte eccellenze che negli ultimi anni hanno investito ingenti risorse in ricerca e sviluppo, ne esistono altrettante che propongono sul mercato prodotti Led di pessima qualità, dichiarando dati fasulli che possono incidere, anche in modo serio, sul risultato finale del progetto d’illuminazione.

Le nuove tecnologie Led, l’elettronica e i sistemi Smart stanno entrando sempre di più nel mondo dell’illuminazione, e le aziende si stanno adeguando. La figura del lighting designer saprà affrontare queste nuove sfide?
Fino a non molti anni fa la tecnologia allo stato solido era vista solo in termini di efficienza luminosa e quindi di risparmio energetico, ma questo è solo una infinitesima parte delle molteplici qualità che la caratterizzano.
Tra i punti di forza di questa tecnologia troviamo la facilità di gestione, di configurazione e adattabilità con sistemi di reti anche complessi. Questo permette di creare sistemi intelligenti d’illuminazione, che potenzialmente possono diventare parte di un sistema generale. Grazie all’Internet of Things l’apparecchio di illuminazione stesso può diventare strumento per la raccolta di informazioni, che possono essere riutilizzate per migliorare le esperienze dell’individuo all’interno degli spazi di cui fruisce. È fondamentale per ogni lighting designer rimanere sempre aggiornato,
così da poter affrontare in modo consapevole ogni sfida progettuale.

Giacomo Rossi è un architetto specializzato in progettazione della luce, membro del consiglio direttivo di APIL. Dopo la laurea in Architettura, inizia a collaborare con lo studio Ferrara Palladino di Milano, presso cui forma la propria esperienza professionale nel settore dell’illuminazione. Nel 2010, al termine di questa esperienza, apre il proprio studio. Dal 2016 è parte di LDT-Lighting Design Team, gruppo multidisciplinare di progettazione della luce. Dal 2000, all’esperienza professionale, affianca l’attività didattica presso le Facoltà di Architettura e Design del Politecnico di Milano e altre scuole private. Nel 2007 apre Luxemozione.com, primo blog italiano interamente dedicato al mondo dell’illuminazione, è inoltre autore di articoli su riviste del settore illuminotecnico.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°320, giugno 2017

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