Nuova luce nel Duomo di Gemona del Friuli


Duomo di Gemona
Interno illuminato. Scenario con l’accento sui poli celebrativi e i soli pendenti in navata

Foto di Giorgio Della Longa

Il duomo di Gemona del Friuli, una delle più alte testimonianze del gotico nel nord-est del Paese, ha subito le offese del terremoto del 1976. La violenza del sisma lacerò la vetusta fabbrica, scaraventando a terra il campanile e gran parte della navata destra; il Duomo ferito mostrava così il proprio interno, con la nave principale salva seppur pericolosamente piegata. Grazie ai cospicui interventi strutturali che hanno ancorato la compagine muraria al profondo sottosuolo, l’edificio è stato congelato nel drammatico stato di sbandamento procurato dal sisma. Il Duomo di Santa Maria Assunta è così divenuto uno degli edifici simbolo della ricostruzione in Friuli.

Gli interventi promossi allora comportarono però anche la rimozione di quel che restava del sistema di illuminazione del passato a favore di un sistema di proiettori che privilegiava l’architettura ma che non dava degna accoglienza alla complessità rituale e devozionale dell’importante chiesa.

I lavori recentemente intrapresi hanno inteso riqualificare l’antica chiesa; l’intervento principale ha riguardato l’aggiornamento dell’illuminazione artificiale e delle reti di supporto. Il progetto ha comportato attenzione non solo per l’architettura ma ha inteso restituire un degno habitat al vissuto ecclesiale. Un progetto quindi che risponde in maniera articolata alla complessità del tema e alla variegata fruizione di una chiesa insigne che al tempo stesso, come tante altre in Italia, è Bene culturale e Bene cultuale. Risponde con una oculata distribuzione di apparecchi illuminanti e infrastrutture elettriche, anche per contenere l’effettiva invadenza delle nuove tecnologie. Risponde con un sistema di gestione digitale che consente una efficace distribuzione e regolazione della luce secondo un programma di scenari condivisi col committente.

Tutto ciò con modalità che, è giusto riconoscerlo, è ormai frequentemente proposta nelle chiese in cui si interviene attraverso il progetto.
Fa da sfondo, a dirla tutta, un panorama non certo esemplare in cui gli interventi di illuminazione delle chiese – e tra queste anche di chiese illustri – sono promossi da fattori estranei alla necessità di perseguire la qualità della luce, quasi sempre motivati invece da urgenze di rispetto normativo in relazione alla sicurezza degli impianti e dell’edificio.

Desidero in questo caso porre l’attenzione su uno dei tanti fattori in gioco, trattando di nuova luce artificiale in contesti storicizzati, quello della scelta tra apparecchi di illuminazione integrati all’architettura – invisibili o quasi – e quelli in cui gli apparecchi si mostrano alla vista.

Nella prefazione al suo noto manuale sull’architettura della luce, Francesco Bianchi non lascia spazio ad alternative: “la prima cosa che bisogna imparare in fatto di illuminazione è che si deve creare una superficie illuminata senza rendere visibile la sorgente luminosa” (Architettura della luce, Kappa, Roma 1991, NdR). Senza precludere spazi di lavoro in una direzione che offre prospettive affascinanti, nello specifico delle chiese storiche ho più volte rilevato in passato le conseguenze e i rischi di una prassi – gradita da committenti e soprintendenze – che sembra quasi non conoscere alternative nel nostro paese. Prassi del nascondimento che nei contesti storici viene preferita più per comodità che non per appropriatezza.

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Immagine scanner-laser che palesa lo sbandamento dell’edificio

Non di rado, inoltre, è preclusa di fatto la possibilità di celare alla vista gli apparecchi per l’illuminazione. Nel caso specifico, l’antico duomo non possiede cornici o aggetti atti ad ospitare apparecchi per l’illuminazione secondo il modello per cui le lampade stesse – i proiettori moderni – sono occultati alla vista o fanno capolino per quel che basta dall’apparato decorativo dell’architettura.
Invasivo. Nel campo dei beni culturali è prassi usare questo aggettivo, tratto dal linguaggio medico, per discriminare ciò che non è compatibile da ciò che lo è. In genere – anche se non mancano i casi opposti – un apparecchio celato o parzialmente celato sopra la cornice non risulta tale, mentre uno nuovo posto in vista corre il rischio a priori di essere considerato invasivo. Si tratta a mio avviso di spostare l’attenzione sul senso delle cose.
In questo progetto ho difeso una linea di lavoro, quella della presenza di nuovi corpi illuminanti in un contesto storico, che ho ritenuto fosse, nel caso specifico e nonostante i dubbi di vari interlocutori, l’opzione da perseguire.

La scelta operata a Gemona è stata infatti, quella di illuminare la nave come gli antichi – che non disponevano di apparecchi a luce proiettata – avrebbero fatto. Un modo consueto sino a tempi recenti, ovvero con lampade che pendono dall’arcata e portano la luce in basso accanto ai fedeli. Si tratta della più arcaica forma di illuminazione, che può essere riconsiderata oggi alla luce dell’evoluzione tecnologica e con un nuovo oggetto-lampada progettato per questo scopo.

È un apparecchio composto da un spesso disco in alluminio forato – il cui disegno è mutuato da arcaiche corone di luce – atto a dissipare il calore del LED, e un cangiante diffusore della luce realizzato in lamiera stirata. L’ha prodotto, come apparecchio speciale, Reggiani Illuminazione. Nel 1974 Gio Ponti aveva disegnato per l’azienda una lampada da terra, la 458, realizzata con un paralume cilindrico in lamina stirata di alluminio anodizzato. Questo elemento, che Ponti ha utilizzato anche all’interno della concattedrale di Taranto, ha fornito l’ispirazione per il diffusore che distribuisce la luce della nuova lampada. Gli apparecchi sospesi danno ora nuova luce ai fedeli tra le navate del vecchio duomo. La verticale dei lunghi cavi d’acciaio a cui sono appesi rivela lo sbandamento murario e registra il vissuto in un rinnovato dialogo con l’antico. La recente inaugurazione della nuova illuminazione ha anticipato le celebrazioni, a distanza di quarant’anni dal terremoto, dell’avvenuta ricostruzione; all’interno del Duomo si sono svolte le più toccanti manifestazioni memoriali. La stampa locale, all’indomani dell’inaugurazione, ha indugiato proprio sui moderni lampadari. Io preferisco pensarli come oggetti capaci di fornire risposte di luce attraversando il tempo.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°318, dicembre 2016.

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