LO SMARTWORKING FUNZIONA? SÌ, FORSE, DA SCOPRIRE


smart working

Dalla recentissima ricerca realizzata da BVA Doxa sugli effetti della diffusione del Coronavirus e delle conseguenti misure governative per limitare il contagio, si scopre che il 73% delle aziende italiane ha introdotto lo smartworking in maniera “massiva”, ovvero applicandolo al maggior numero di persone. ll 17% è riuscita ad attuarlo solo in maniera contenuta e circoscritta ad alcune aree e funzioni, mentre un’azienda su dieci lo applica marginalmente, riservandoloa specifiche figure.

Le multinazionali straniere con sede in Italia sono state le prime ad aver attivato questa politica del lavoro “agile”, il 90% è già in smartworking. Ma anche le aziende italiane hanno scoperto che lo smartworking funziona: il 90% esprime un giudizio favorevole in termini di efficienza e gestione ottimale dell’attività lavorativa. In particolare, il 67% delle aziende italiane con delle sedi estere hanno attivato in pieno il telelavoro, ma con sedi solo in Italia è stato attivato solo da tre aziende su cinque.

Per due aziende su cinque– attive nei settori finance, utilities e TLC – i cambiamenti organizzativi introdotti in questo periodo, spiega la ricerca BVA Doxa, saranno continuativi anche a emergenza finita.

Riguardo alle prospettive di mercato sul lungo periodo, molte incertezze e timori sono stati espressi dal 67% delle aziende, mentre un terzo si dice più ottimista sul risolversi della crisi nell’arco di qualche alcuni mesi.

Si tratta della prima e più grande esperienza sul nostro territorio sulla quale si stanno sempre più raccogliendo dati, valutazioni e pareri dalle aziende e dai dipendenti coinvolti. Ma si tratta soprattutto di un test – in un periodo in cui il traffico dati sulle linee fisse è aumentato in media del 20% con punte del 50% – spiegano Milena Gabanelli e Rita Querzè in una ricerca per il Corriere “…che fa i conti con l’arretratezza tecnologica di tante aziende e un problema su tutti, a 11 milioni di italiani manca la connessione“. Infatti, solo nelle tre regioni in emergenza: Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, i comuni e le frazioni ma anche singoli quartieri di grandi città in cui non è possibile svolgere smartworking o telelavoro in modo efficiente sono ben 2.349. E i comuni d’Italia sono circa 8.000.

Per smartworking, lasciata a lato per un attimo la grave emergenza che l’ha imposto in modo esteso e reso necessario in tempi ristrettisimi per la continuità o sopravvivenza delle attività di migliaia e migliaia di aziende, e dei loro dipendenti e collaboratori, s’intende, secondo la definizione del centro di ricerche Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, punto di riferimento in Italia sull’innovazione digitale: “Una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Credo che quando tutti avremo alle spalle questi difficili e terribili mesi, il significato operativo dello smartworking riceva la necessaria attenzione da parte di studiosi, imprese, lavoratori, ricercatori, istituzioni e stampa, al fine che la sua pratica, malgrado le circostanze in cui è stata introdotta e che per alcuni sarà stata anche sofferta o non semplice da organizzare e attuare, poiché  In un prossimo vicino futuro è destinata a far parte della vita di milioni di persone,  confidiamo che in tempi non più di emergenza il suo gradimento rimanga alto,come ben spiega BVA Doxa nella sua ricerca, ma altrettanto o soprattutto che la sua ottima definizione letterale, che abbiamo sopra riportato, venga confermata. Non si può essere infatti sempre e solo in emergenza per fare ricerca e investimenti in settori vitali per il Paese.   

Photo ©bongkarn thanyakij da Pexels

Precedente Le infinite stanze di Ariosto
Prossimo RIGENERAZIONE DELLE PESCHERIE A MANTOVA CON LORENZA BARONCELLI, GIOVANNA BELLINI E PAOLO RIZZATO