John Jaspers “Questa è arte o kitsch?”


Chilean Iván Navarro – Traffic, 2015

L’incontro con il direttore del Centre for International Light Art di Unna

di Silvia Eleonora Longo e Marica Rizzato Naressi
foto di / photo by Frank Vinken

Direttore Jasper ci racconta la storia del suo museo?
È da circa cinque anni che dirigo il Center for International Light Art; prima ero direttore di un museo analogo a Eindhoven, che ora non esiste più. A tutt’oggi il Center for International Light Art, aperto nel 2001, è l’unico museo al mondo dedicato alla Light Art. La sede è all’interno di un antico birrificio a Unna, nella Renania Settentrionale- Vestfalia, vicino a Essen e Dortmund.
Lì sono esposti “i Rembrandt e i Van Gogh” della Light Art: nomi come James Turrel, Keith Sonnier, Mario Merz, Christian Boltanski, Rebecca Horn, Olafur Eliasson, a cui è stato chiesto di venire a Unna personalmente, scegliersi uno spazio all’interno del museo e costruire grandi installazioni site-specific. La fama di questi artisti internazionali richiama il pubblico fino a Unna.

John Jaspers
Il direttore del Centre for International Light Art John Jaspers, davanti a una delle installazioni del museo

Oltre alla collezione permanente, il museo ospita diverse mostre temporanee: l’ultima, dedicata a Francois Morellet, sarà visitabile fino al 29 gennaio.*
Francois Morellet è uno dei maestri della Light Art: ha lavorato con la luce fin dagli anni Sessanta e le sue prime opere con i neon risalgono al 1962. Inizialmente non era sicuro di voler fare la mostra, perché sapeva di essere anziano e debole. Poi l’anno scorso sono andato personalmente a trovarlo a Cholet, in Francia: gli ho portato grandi disegni e piante delle sale del museo, e in un pomeriggio, assieme ai suoi collaboratori, abbiamo messo in piedi la mostra. È morto l’11 maggio 2016, quindi questa è l’ultima esposizione che ha curato personalmente. Ha scelto opere del primo periodo e alcuni degli ultimi lavori, eseguiti fino al 2015. In un certo senso la mostra è una celebrazione del meraviglioso corpo di opere di Light Art che ha lasciato dietro di sé.

Una delle reazioni più comuni alla Light Art è ciò che io chiamo “Effetto Wow”: la luce arriva direttamente ai nostri sensi, è emozione pura e può influenzare le nostre emozioni. La stessa cosa vale per Francois Morellet, ma il suo lavoro è più minimalista, astratto, forse un po’ difficile da afferrare per il largo pubblico, non così accessibile a prima vista. Ma a uno sguardo più attento, si coglie subito la profondità della sua arte.

François Morellet
François Morellet – No End Neon (Pier and Ocean), 2001/02

Un’altra importante iniziativa del Centre for International Light Art è l’International Light Art Award. Che cosa può dirci della prossima edizione?
È un concorso su scala mondiale nato nel 2015. Nella prima edizione i partecipanti sono stati proposti da direttori di musei, curatori, critici d’arte e collezionisti, a ciascuno dei quali era stato chiesto di scegliere due nomi significativi del panorama contemporaneo. In tutto hanno gareggiato trenta artisti, ma abbiamo ricevuto così tante proteste da persone che chiedevano una competizione aperta, che quest’anno l’abbiamo resa tale.
La procedura di selezione si è da poco conclusa, ora abbiamo circa 400 progetti da oltre quaranta paesi diversi. È meraviglioso che il premio abbia ottenuto tanto riconoscimento. La mole di lavoro organizzativo questa volta però è immensa, in quanto stiamo tentando una preselezione dei lavori: non possiamo certo chiedere alla giuria di esaminare 400 progetti, scapperebbero! Valutiamo attentamente che siano state rispettate tutte le condizioni del regolamento e che i progetti siano realizzabili. A volte gli artisti sono dei gran sognatori, ma anche l’aspetto tecnico della Light Art ha la sua importanza. Solo 30-35 progetti arriveranno alla giuria e l’esposizione delle installazioni vincitrici sarà visitabile dal 21 aprile al settembre 2017. Sono molto felice che quest’anno sia Keith Sonnier il presidente di giuria, uno dei guru della Light Art. Il primo vincitore riceverà 10.000 euro in denaro e ulteriori 10.000 saranno stanziati per produrre ciascun progetto installativo selezionato. Il museo non avrebbe mai potuto sostenere un tale impegno economico, perciò sono molto felice che la fondazione Innogy, che si occupa di energia, sostenibilità e ambiente, supporti l’iniziativa. Siamo anche in contatto con molte aziende di illuminazione, fortunatamente ce ne sono alcune proprio nei dintorni di Unna.

Uno dei nostri sostenitori al momento è BEGA, ma devo rilevare purtroppo quanto sovente le aziende, avendone visitate molte, siano restie ad aprire le proprie porte temendo che gli vengano “rubate” le idee, in quanto tutte in estrema competizione tra loro. È una battaglia dura, perché lo sviluppo tecnologico nell’industria dell’illuminazione in questo momento corre molto veloce.

Keith Sonnier,
Keith Sonnier, Tunnel of Tears for Unna, 2002

Anche la Light Art sta cambiando insieme alle nuove tecnologie?
La tecnologia diventa realmente sempre più complessa. Quasi tutti i progetti e le installazioni proposti all’International Light Art Award necessitano di massicci software digitali. Certo con la luce oggigiorno si possono ottenere molti più effetti rispetto a vent’anni fa, e gli artisti li stanno sperimentando tutti. La qualità estetica in questa fase non è sempre al primo posto. Il pericolo è che arrivi il momento in cui ci si chiede: “questa è arte o è kitsch?”. Ad esempio i Led possono cambiare colore, ma questo può facilmente scadere nel kitsch. Molti progetti per l’edizione 2017 lavorano esclusivamente con la luce: nello spazio espositivo non si vede alcuna installazione, bensì unicamente l’effetto stesso della luce, alla maniera di James Turrel. Molti artisti usano le proiezioni, ma non la consideriamo Light Art, e lo stesso vale per il video mapping: può essere molto artistico, ma non è Light Art. Per entrambi, infatti, una fonte luminosa singola viene utilizzata come mezzo per mostrare altro, mentre nella Light Art l’artista deve usare la luce come materiale primordiale, tanto quanto il pittore con il colore. Dopodiché potrà usare anche altri materiali o tecniche miste – metallo, legno, vetro, specchi, qualsiasi cosa. Ma la luce deve restare il cuore dell’opera.
In conclusione direi perciò che gli aspetti tecnici diventano via via più complessi e gli artisti cercano di spingersi fino al limite, ma facendo così perdono spesso di vista l’elemento artistico. In ogni caso la Light Art cambierà.

Martin Hesselmeier & Andreas Muxel
Martin Hesselmeier & Andreas Muxel – The weight of light, 2015 (I ed. International Light Art Award, 1° prize)

La Commissione Europea ha vietato prima la lampadina a incandescenza, poi la lampada alogena: altre fonti luminose spariranno dal mercato molto presto. Le lampade fluorescenti, da tempo comunemente usate nelle installazioni, diventano oggi sempre più rare e vengono progressivamente sostituite dai Led. Sarà perciò interessantissimo – e credo che il museo abbia colto l’ultima occasione per farlo – realizzare l’anno prossimo una mostra di ready-made di luce. Proprio quelle lampade fluorescenti e altri prodotti dell’industria dell’illuminazione come i ready-made di luce industriali, assieme ai neon di Dan Flavin: un tributo alle fonti di illuminazione di altri tempi.

Dirk Vollenbroich
Dirk Vollenbroich – Erleuchtung | Enlightenment, 2015 (I ed. International Light Art Award, 3° prize)

*L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°318, dicembre 2016.

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