Alma Mater L’altra faccia della terra-madre e nutrice


Alma Mater
Alma Mater photo © Paolo Chinazzi

In un bosco magico, 140 altoparlanti in pietra e terracotta, diffondono nella Fabbrica del Vapore a Milano, cantiere della creatività, una polifonia di voci arcane unita a suoni naturali, eco di abissi e di gocce d’acqua dall’effetto ipnotizzante che sembrano catturare il ritmo ancestrale della Terra.

Suoni e proiezioni fanno da sottofondo a un video suggestivo, proiettato su una sorta di quinta teatrale flottante nello spazio dall’anima industriale, di figure danzanti interpretate da Liliana Cosi e Oriella Dorella, étoile della Scala di Milano, intense nel ruolo di “vestali” di antichi riti dedicati alla dea Madre Terra. L’installazione multimediale culla l’attività di autentiche tessitrici, merlettaie di Cantù, di scena live, dal volto antico, solcato dal tempo, osservate da visitatori curiosi di carpirne i segreti di lavorazione, mentre tramano e intrecciano con il loro telaio un misterioso inno all’Alma Mater (Madre Nutrice).
Questo è il titolo significativo di un’opera iconica e sonora, site-specific e immersiva che celebra la Natura, capace di annodare racconti, nenie e canti di nonne da tutto il mondo, mamme di mamme, custodi della memoria, simbolo di saggezza e di forza dall’alba dei tempi: un valore immateriale che la nostra cultura post-tecnologica ha perduto.

L’Alma Mater è donna, sublimata in una Dea della fertilità come Cerere e Cibele, qui rappresentata con un’installazione in bilico tra installazione e performance sinestetica e trasversale ispirata al “grembo materno”, avvolgente, più da vivere che da raccontare, ideata da Yuval Avital. Dall’Afghanistan alla Brianza, attraverso particolari effetti di luci e di ombre progettate “ad hoc” da Enzo Catellani: nella penombra dell’ex edificio industriale, trasformato in un imponente laboratorio di nuove estetiche, danzano bagliori emessi da quaranta dischi leggerissimi in lenta oscillazione, rivestiti di foglia d’oro e illuminati da micro LED di 1 W, che tracciano un’ideale onda vibrante, una calotta sinuosa, ispirata ai cieli dorati dell’iconografia bizantina. Il visitatore, varcata la soglia d’entrata, percorre metaforicamente vie fuori dal tempo e dalla storia, perdendosi in un’aurea mistica e sacrale carica di suggestioni. Sono scenografici, seppure non invasivi, i suoi dischi-asteroidi dai volumi tattili increspati, forme ellittiche sinuose che dialogano con lo spazio e simulano volumetrie organiche della crosta terrestre o lunare; tutto dipende dai punti di vista. Queste misteriose sorgenti di luce illuminano gradualmente gli spazi in penombra con bagliori modulati e diffusi intorno al Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, simbolo di equilibrio tra il mondo naturale, quello artificiale e umano, adagiato sul pavimento, per la prima volta realizzato con la torba lombarda: una terra fertile e generosa, come la Natura.

I dischi (di 170 cm di diametro), fluttuanti come i pianeti intorno alla Terra, riconfigurano e alterano la percezione dello spazio, materializzano corpi organici luminosi che emanano un’indescrivibile sensazione, un desiderio di tornare nel grembo della Terra, al di là delle tenebre, fino alla soglia della vita, dove tutto si origina, e dove spirito e materia convivono in equilibrio perfetto. L’autore-artigiano, parmense di origine e lombardo di adozione, imprenditore appassionato per vocazione di oggetti luminosi che plasmano e sperimentano la potenzialità espressiva di materiali diversi, è il fondatore dell’azienda “Catellani e Smith”, a Villa al Serio (Bergamo), attiva dal 1989. Non si definisce designer né tanto meno artista, perché lo imbarazza; di sé è solito dire, con la verve ironica di chi non si prende mai troppo sul serio, che ama la cultura del fare, il dare corpo alla luce inseguendo visioni di forme originali, uniche, fuori da mode e tendenze, con l’onestà di un autentico “operaio” con le mani impastate nella materia, come un mago appassionato nell’inventare forme in bilico tra tradizione funzionalista e ispirazione organica, una bio-scienza che non esiste in natura. Le sue lampade, dalle esplicite ispirazioni alla natura e al cosmo, hanno conquistato il mercato internazionale e caratterizzano l’eccellenza italiana nel competitivo mondo della produzione di illuminazione, dove nulla è facile come appare.

Catellani ha debuttato a metà degli anni Ottanta alla Fiera Ambiente a Francoforte con Turciù, una lampada realizzata con una pioggia di 22 rami modellabili in diverse misure e materiali, nata nel sottoscala del suo negozio, capace di incarnare tensioni di luce e plasmare lo spazio circostante. Con l’opera “Alma Mater”, per la prima volta, l’autore affronta una sfida superando la barriera tra design, scultura e prodotto. Mette in gioco, in modo essenziale, la natura stessa dell’identità dello spazio con intuizioni luminose dalla forte tensione immaginativa, con un evento multimediale che sarebbe piaciuto a Lucio Fontana (1899-1968), padre dello Spazialismo (1946), affidando ai dischi di luce l’ambizioso compito di riprodurre la luce e l’energia intensa del Sole, dal calore alle irradiazioni, tramite giochi di rifrazione che materializzano penombre magiche altrimenti enigmati - che e impercettibili.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°313, settembre 2015.

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