Silvia Tarquini una storia editoriale illuminata


Teatro dei luoghi a Pomarance
Fabrizio Crisafulli, Teatro dei luoghi a Pomarance, Teatro dei Coraggiosi, Pomarcance (1998). Foto ©Davide Dainelli

Direttrice di Artdigiland, ha creato attraverso la ricerca e uno sguardo attento e raffinato di autrice-editrice, poco praticato nell’attuale editoria, un’importante collana di libri dedicata alla luce, tra cinema, teatro, arti visive

Come è nato questo interesse della casa editrice per l’argomento luce?
È una lunga storia. Mi sono formata con studi sul cinema d’arte e quindi il valore e i significati della luce sono sempre stati presenti nei miei interessi, ma in maniera implicita. In seguito mi sono avvicinata all’arte contemporanea e alla performance, fino a scoprire il lavoro di Fabrizio Crisafulli. All’interno del suo approccio al teatro fondato sull’ascolto profondo di persone, luoghi, memorie, atmosfere, identità, Crisafulli* usa la luce in un modo che non avevo mai visto prima, affidandole un ruolo strutturante, poetico, drammaturgico. La rende un “essere”, capace di mostrarsi, di camminare, di interloquire, di farci ridere e piangere: un elemento che si propone alla pari nelle relazioni con il performer, gli oggetti, il suono. Affascinata da queste potenzialità della luce ho cominciato a scrivere recensioni di spettacoli e installazioni di questo artista e poi ad approfondire sempre di più, fino a curare due volumi sul suo lavoro: Fabrizio Crisafulli: un teatro dell’essere La luce come pensiero (ambedue pubblicati da Editoria & Spettacolo nel 2010). Tutto questo prima della nascita di Artdigiland. In seguito, con i primi passi della casa editrice, ho esteso la mia indagine sulla luce ad altri autori, oltre a continuare ad occuparmi di Crisafulli, del quale ho tradotto in inglese, nel 2013, e in francese nel 2015, il volume Luce attiva, e sulla cui opera ho pubblicato un volume bilingue Place, Body, Light. The Theatre of / Il teatro di Fabrizio Crisafulli, curato da Nika Tomasevic.

Può accennare alle caratteristiche del progetto Artdigiland, che si avvale di numerosi elementi di novità nell’ambito di un panorama editoriale no- toriamente in crisi?
Mi sono sempre occupata di editoria, lavorando in riviste e case editrici di argomento cinematografico. Da anni seguo gli sviluppi del settore editoriale, legati alla “rivoluzione digitale”. Oggi esistono sistemi straordinari che permettono di abbattere i costi di produzione e distribuzione, e – fatto rilevante dal punto di vista ecologico – di eliminare gli sprechi di carta legati all’invenduto. Nel 2010 ho fondato la casa editrice Artdigiland a Dublino, grazie a un finanziamento pubblico irlandese rivolto a nuove start-up. Pubblichiamo in varie lingue, in formato ebook e cartaceo. Usiamo un sistema di “print on demand”, con un service di stampa internazionale affiliato, e distribuiamo in tutto il mondo, sia on line sia attraverso rivenditori in partnership. I libri cartacei sono il frutto di un processo digitale che sostituisce la tradizionale tipografia e permette di aggiornare il libro anche ogni giorno, rendendolo, per di più, “inesauribile”. Tra le prime proposte che mi sono arrivate c’è stata quella del critico cinematografico Alberto Spadafora: un libro-intervista sul direttore della fotografia Luca Bigazzi, uno dei più riconosciuti maestri della luce del cinema italiano. Il volume è uscito nel 2012 con il titolo La luce necessaria, ed è stato ripubblicato nel 2014, dopo La grande bellezza, ampliato. Continua così, in un nuovo campo, quello cinematografico, il discorso sulla luce che avevo intrapreso con sguardo rivolto a prendere in esame, in maniera molto dettagliata, le motivazioni poetiche, e la forma che esse prendono nelle concrete modalità di lavoro, dell’autore preso in considerazione. Sguardo che ritengo di grande interesse, ma poco praticato nell’attuale editoria.

Com’è stato lavorare con Bigazzi sul tema della luce?
Anche in Bigazzi abbiamo scoperto un artista estremamente consapevole e capace di raccontare in maniera chiara e organizzata i molti aspetti del suo lavoro. Le cose che mi colpiscono di più nel suo approccio, insieme a questa sua grande consapevolezza, sono il suo andare all’essenziale e il disincanto rispetto alla tecnica. Bigazzi tende a eliminare quanto, mezzo o esito, non sia strettamente necessario, ed ogni inutile tecnicismo.

Dopo il volume con Bigazzi?
A quel punto l’interesse per la luce si è trasformato in una collana editoriale. E ne sono molto felice perché, come dicevo, quello della luce è un campo di straordinaria ricchezza, ma ancora poco esplorato. Dal punto di vista del pubblico, poi, mi sembra vi sia una nuova attenzione al tema, non solo per quanto riguarda gli aspetti tecnici, ma anche quelli poetici e politici, intendendo per “politico” il senso di responsabilità e la lucidità rispetto a ciò che ci circonda. Ho proseguito con un libro-inter- vista sul direttore della fotografia Beppe Lanci, che appartiene a una generazione precedente a quella di Bigazzi, ma è sempre attentissimo al presente e ai giovani, tanto da scegliere di insegnare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel volume, che uscirà a fine 2015, la curatrice Monica Pollini ha ripercorso la carriera di Lanci, ricchissima di collaborazioni e con “sodalizi” importanti come quelli con i registi Marco Bellocchio (che ha fatto con Lanci 16 film) e Andreij Tarkovsky, che con Lanci ha realizzato quell’opera straordinaria, importantissima dal punto di vista della luce, che è Nostalghia. Con Lanci sono emersi, tra l’altro, gli aspetti simbolici che la luce può offrire al cinema. Ha illustrato, ad esempio, il concetto tarkovskiano di “luce dinamica”, una luce che si trasforma nel corso della scena, svincolandosi dal suo ruolo di illuminazione e dal realismo, per farsi puro veicolo di emozioni, stati d’animo, significati. Ma la carriera di Lanci è molto vasta e fatta di collaborazioni che vanno da Bolognini a Benigni, dai fratelli Taviani a Nanni Moretti, per cui sono tanti gli approcci alla luce che ha attraversato.

La formula del libro-intervista ha un intento particolare?
Questa scelta si fonda sulla convinzione che il lavoro artistico si intrecci profondamente con gli aspetti personali, con la vita. Per capire un artista trovo molto utile, se non indispensabile, partire dalla sua infanzia, dalla formazione, e poi seguire il suo percorso di individuazione, fatto di progressive prese di coscienza e scelte. Nel caso di Crisafulli e Bigazzi abbiamo scoperto che la loro estetica è profondamente legata a rigorose posizioni etiche; nel caso di Lanci, a un approccio fondato sulla spiritualità. In questi volumi cerchiamo di intrecciare e fondere il piano del racconto con quello della riflessione, applicata sia al versante estetico che a quello tecnico. Individuare la giusta struttura, diversa per ogni libro, è un lavoro molto creativo e appassionante, che richiede grande cura e un lungo periodo di lavorazione. Comporta un impegno notevole anche da parte dell’artista, che viene invitato a ricordare, riflettere, rimettere in campo pensieri, scelte ed esperienze in maniera particolareggiata.

Il successivo volume della collana?
È un libro-intervista sul direttore della fotografia e regista Daniele Ciprì, forse ancora oggi più noto per la sua lunga collaborazione con Franco Maresco, nel binomio Ciprì & Maresco. Ciprì è un un artista a tutto tondo e un grande direttore della fotografia. L’intervista è condotta da Elena Fedeli, a sua volta direttore della fotografia. Dai nostri primi incontri, ho capito che Ciprì è molto interessato ai nessi profondi tra luce e narrazione. È siciliano, e per lui è importante il “cunto”, il racconto. Mi ha sorpreso la sua posizione molto convinta a favore della pellicola e contro il digitale, posizione opposta, ad esempio, rispetto a quella di Bigazzi. Le argomentazioni che ha espresso in proposito le ho trovate sorprendenti, profonde. Ciprì ha una percezione dell’immagine in grado di distinguere tra immagine in pellicola e immagine digitale. Dice che l’immagine filmica deve formarsi rispecchiando l’immagine mentale del narratore, quindi dalla sua personalità, dal suo modo di sentire e immaginare. Per lui non può esistere un solo canone, un solo standard tecnico. La luce del film, attraverso la tecnica, deve riuscire ad essere la stessa dell’inconscio dell’artista, la stessa della sua visione interiore.

www.artdigiland.com

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°313, settembre 2015.

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