Human scale lighting


illuminazione urbana
La situazione di illuminazione tipica (a) di uno spazio urbano può essere riassunta con un focus sul piano orizzontale. Riferendoci alla teoria di Berlyne questo può essere assimilato con la prima frase d’esempio (Colin Ellard) ovvero all’evidenziazione di elementi molto comuni e quindi privi di informazioni. Un’illuminazione più vibrante, con accenti su superfici verticali, evidenzia gli elementi più ricchi di informazioni e crea un ambiente socialmente più interessante e psicologicamente più ricco di identità (b)

La luce come strumento sociale che interviene sull’esperienza emotiva, visuale e biologica delle persone

Durante la notte, come un filtro, la luce permette agli esseri umani di vivere lo spazio che li circonda. Ed è tramite questo filtro tra noi e la realtà notturna che viene condizionato il modo di percepire e apprendere l’ambiente in cui siamo immersi e, di conseguenza, di viverlo. Molto spesso ci troviamo di fronte a situazioni luminose condizionate da limiti tecnologici o da considerazioni economiche. A volte anche alcune bizzarre teorie come “il più è meglio” (spesso associato all’idea di sicurezza[1]) dominano la scena o altri temi come il sempre più consistente problema dell’inquinamento luminoso, portano a illuminare i contesti urbani con distorte soluzioni illuminotecniche e abnormi effetti luminosi, molto spesso estranee a quello che dovrebbe essere il rapporto dell’uomo con l’ambiente urbano, la sua storia, la sua anima, i suoi attori e ovviamente la naturale condizione notturna: il buio. Forse allora era meglio quando le fiaccole illuminavano i vicoli delle città e, così come l’architettura nasceva spontanea, anche la luce seguiva le pure esigenze dei suoi abitanti.
Tuttavia abbiamo oggi raggiunto un livello di qualità nella concezione degli spazi (e della loro vivibilità) tale da poterci chiedere come questo “filtro” debba agire nello spazio affinché l’essere umano possa qualitativamente vivere i luoghi, tenendo conto di svariate condizioni al contorno che interagiscono e convivono insieme ad esso, in quello che è l’ecosistema notturno.

L’obiettivo di questo articolo, però, non sarà quello di cercare una specifica metodologia per disegnare la luce in uno spazio esterno ma, piuttosto, di riflettere su come si possano raggiungere i valori di benessere, interazione umana e identità sociale con un mezzo chiamato luce, all’interno di un determinato ambiente urbano che inevitabilmente muta nel passaggio dal giorno alla notte e con esso mutano i comportamenti, le percezioni e le attività del protagonista di questa storia: l’uomo.

“Dobbiamo considerare la città non soltanto come una cosa in sé, ma come essa viene percepita dai suoi abitanti. […] Il paesaggio urbano, tra i sui tanti ruoli, ha anche quello di essere osservato, ricordato e goduto”

KEVIN LYNCH
The Image of the City

La città
Attualmente più della metà della popolazione mondiale risiede in un contesto urbano (e si prevede che nel 2050 la percentuale salirà a 75%). La crescente richiesta di spazi vivibili all’interno delle città, la loro riconversione, la loro progettazione, congiuntamente alla nascita di nuove e molteplici attività legate ai nuovi flussi di persone, innovativi sistemi di trasporto e avanzate infrastrutture di comunicazione fanno sì che la città viva 24 ore su 24. E così i cinque elementi della struttura urbana definiti da Kevin Lynch in The image of the city (percorsi, margini, quartieri, nodi, riferimenti) acquisiscono sempre più importanza all’interno della società anche nelle ore notturne. Così come assumeranno maggior valore anche i caratteri di ”imageability” e “wayfinding”[2] di uno spazio urbano dopo il tramonto. Molti tra i più importanti studi di architettura e pianificazione del territorio sostengono nuove teorie sullo sviluppo delle città e promuovono le ultime tendenze di trasformazione urbana, dalla riqualificazione e riconversione di edifici industriali all’intera progettazione di nuove città satellite. Esistono anche delle classificazioni di città, a seconda della loro vocazione economica, sociale, tecnologica, storica ecc. all’interno di una visione unica globale. Si parla infatti di resilient citytactical citysmart citycompetitive cityinnovative citymixed-use citylocal/global city, etc. Questa varietà di caratteristiche che una città può assumere è essenzialmente legata alle tipologie di attività che l’uomo può avere in questi contesti. Queste classificazioni, identificazioni, tendenze sono quindi strettamente legate all’essere umano e alle sue attività in determinati ambiti. Ciò significa che una percentuale sempre maggiore della vita economica e sociale delle città avviene anche durante le ore notturne. L’idea della città che vive 24 ore porta a far sfumare il passaggio tra il giorno e la notte. La quasi assenza di soluzione di continuità all’interno delle 24 ore, dal punto di vista dei comportamenti umani o delle attività che hanno luogo in uno spazio cittadino, ci porta a dover analizzare le ore notturne in maniera differente rispetto ai tempi passati. L’individuazione di attività umane o di specifici periodi notturni ci può aiutare ad analizzare in maniera più consapevole e ed efficace quelle che sono le attuali esigenze delle persone durante la notte.

Le persone
Sebbene non debba essere soltanto l’essere umano al centro di una progettazione degli spazi e della luce ma anche tutto l’ecosistema naturale, ci occuperemo qui di analizzare come le persone percepiscono l’ambiente esterno. Come sosteneva Daniel Berlyne, l’uomo è in costante ricerca di informazioni dal mondo reale. Le maggiori informazioni che una persona può ottenere, molto spesso derivano dal livello di unicità del soggetto osservato. Colin Ellard, riferendosi a Berlyne, spiega con un esempio questa teoria: “Immaginate di recuperare un messaggio dalla vostra Segreteria vocale. Il messaggio è piuttosto disturbato, ma riuscite a capire alcune parole. Se sentiste un messaggio tipo ‘…per…ti…io…’ capireste ben poco. Il valore informativo dell’enunciato sarebbe pari a zero. Se invece sentiste ‘Sto…cenare…chiamo…dopo’ riuscireste probabilmente a capire il significato di buona parte del messaggio. In termini di teoria dell’informazione, i due enunciati contengono lo stesso numero di parole. La differenza è che il primo messaggio contiene solo parole che appaiono molto frequentemente nel linguaggio; contengono pochissime informazioni. Il secondo messaggio, invece, contiene parole che compaiono meno frequentemente, quindi si hanno più informazioni” [3].

Se adesso immaginiamo che la frase completa (ipotizzata nell’esempio precedente) sia la situazione diurna del nostro luogo, dovremmo quindi sforzarci di comprendere quanto sia importante lavorare con la luce durante la notte per riuscire ad evidenziare le giuste “parole”, al fine di far comunicare al meglio la scena con i propri attori. Questa teoria può essere presa in considerazione sia per l’illuminazione di una facciata che nella progettazione illuminotecnica di una piazza o di una strada (Figura 1). Jan Gehl, a riguardo del rapporto tra le città e le persone, parla spesso di “invitare” le persone ad agire in un certo modo.


Tale approccio sta sempre più prendendo piede; si possono già vedere, infatti, i primi risultati in città come Copenaghen, New York, Melbourne. La sua teoria si basa sul fatto che, implementando gli elementi che caratterizzano una determinata attività, s’invitano le persone a svolgere l’attività stessa. Aumentando il numero di strade s’invita all’utilizzo dell’auto, e quindi si aumenta il traffico motorizzato; aumentando il numero di piste ciclabili si invitano più persone a spostarsi con la bici, ecc. Il risultato più interessante ottenuto da Gehl, però è quello che riguarda le aree pedonali: migliorando le condizioni di queste aree, non solo si incrementa il traffico pedonale (dato positivo dal punto di vista della salute, della sicurezza e della sostenibilità) ma si rinvigorisce la vita cittadina. Ciò, quindi, dimostra in che modo l’aspetto emozionale e psicologico, legato alla percezione dei luoghi e al livello di qualità del benessere degli stessi, può influenzare le varie attività che hanno luogo in uno spazio urbano. Ulteriormente, in specifici luoghi, agendo sui sopracitati aspetti si contribuisce a migliorare anche l’interazione sociale.

Sägerbrücke, Dornbirn, Austria
Sägerbrücke, Dornbirn, Austria –
nel 2016 il vecchio spazio urbano è stato trasformato in un luogo con una specifica identità sociale grazie a una rinnovata architettura ed un’illuminazione a scala umana
Sägerbrücke, Dornbirn, Austria_b

Un nuovo ruolo della luce nell’illuminazione di spazi esterni?
Ludovica Scarpa sostiene: “…il benessere economico, in Europa e nel Nord America, dalla seconda guerra mondiale è cresciuto costantemente, contrariamente al grado di soddisfazione e al benessere psicofisiologico. Se si prende come indicatore del grado di sicurezza del singolo la sua capacità di provare “fiducia negli altri”, esso è oggi diminuito. La società diventa anonima, in spazi anonimi che rendono anonimi, in cui i contatti umani sono casuali e occasionali, per cui sviluppare la fiducia è più difficile. Vale la pena dunque mettersi alla ricerca del contributo spaziale all’attuale stato di depressione della società” [4]. Come abbiamo già evidenziato, l’aspetto psicologico e quello comportamentale all’interno di uno spazio antropizzato si muovono di pari passo con le esigenze che un essere umano ha anche durante le ore notturne. Quindi, il fine di operare su questi aspetti potrebbe essere quello di migliorare il livello sociale degli spazi stessi.

Studi dimostrano che quando le persone si incontrano con amici, parlano con i vicini o interagiscono con sconosciuti, tendono a percepire un forte senso di appartenenza a quel luogo che invoglia questo tipo di attività sociali. Se ormai è già consolidata l’idea che l’approccio illuminotecnico di spazi esterni non debba soltanto soddisfare un mero scopo funzionale o rispettare le normative in materia, è possibile adesso pensare di utilizzare il “filtro luce” come se fosse parte dell’ambiente costruito e di gestirlo come avviene nell’illuminazione teatrale. Considerando il nostro spazio urbano come un palcoscenico, modificando o sostituendo il filtro (o i filtri) si ottengono differenti scenari luminosi, in modo da poter soddisfare i vari requisiti umani che prendono luogo nei vari periodi della notte. Tramite queste considerazioni, grazie ad un progressivo sviluppo tecnologico, possiamo avanzare l’ipotesi di un approccio illuminotecnico delle aree urbane basato su più livelli (o layers) di luce. Così come i programmi CAD ci permettono di visualizzare o nascondere diversi layers a seconda delle informazioni che vogliamo mostrare o ricevere dal disegno, in un ambiente urbano dovremmo esser capaci di gestire differenti scenari luminosi (attivando o disattivando i vari layers di luce) in base alle variabili condizioni del luogo influenzate, ad esempio, dalle attività umane e dal periodo temporale.

  • prima serata
  • notte
  • mattino presto

In Figura 3 si osserva come nello stesso ambiente urbano si possono avere differenti attività umane o esigenze che caratterizzano i vari periodi notturni. Nella Figura 3a, nelle prime ore serali, c’è una maggiore necessità di vivere il parco di fronte alla stazione che a sua volta caratterizza l’ambiente essendo un punto di riferimento spaziale, un landmark che orienta. In Figura 3b, in piena notte, il senso di sicurezza è importante così come il rispetto per l’ecosistema notturno. Considerando il buio come situazione naturale di partenza si può pensare a un’illuminazione funzionale adattiva, pur mantenendo un sufficiente livello di illuminamento verticale. Così come hanno dimostrato diversi studi, la luce artificiale può influenzare gli animali più sensibili alla luce e alterare, ad esempio, la procreazione delle piante distraendo gli insetti impollinatori. Da qualche anno Rogier Narboni ha introdotto il concetto di “dark infrastructure”, utilizzato come un layer aggiuntivo per la pianificazione illuminotecnica di piani urbani [5]. Narboni sostiene fermamente l’importanza del buio come elemento fondamentale della notte, non solo per ragioni di sostenibilità ma anche per migliorare la percezione delle atmosfere urbane e per rafforzare la connessione tra le persone, la natura e la città. Inserire specifici elementi o aree buie può essere utile anche a preservare l’identità di un luogo. In Figura 3c, al mattino presto, il layer dedicato all’orientamento dei pendolari è predominante, ma anche uno scenario stimolante può essere importante per incrementare il livello di interazione sociale in “non luoghi” [6] come appunto una stazione ferroviaria. Ridimensionare l’illuminazione a una scala umana (Human Scale Lighting), fisicamente e concettualmente, è quindi necessario per fare un passo avanti, guardando al futuro, e soprattutto al graduale mutamento delle nostre città, della società, dell’uomo e dei suoi comportamenti. La sfida è quindi quella di adattare quello che può essere considerato un elemento dell’ambiente costruito, la luce artificiale, alle dinamiche umane e alle caratteristiche morfologiche dello spazio attorno a noi. Sono quindi le attività che possono avere luogo in uno spazio urbano a mutare, ma anche a definire il livello di benessere. Adattando la luce alle varie esigenze, facendone un utilizzo quasi sartoriale nei modi e nei tempi, saremo in grado di portare l’illuminazione degli spazi ad una scala più umana. Questa permetterà di trasformare gli spazi in luoghi con una specifica identità, elevando la qualità della vita dell’ambiente costruito, costruito dall’uomo e che dovrebbe essere costruito per l’uomo.

Riferimenti bibliografici
[1] “M. Sloane, D. Slater, J. Entwistle, Tackling social inequalities in public lighting, a report by the Configuring Light/Staging the Social Research Programme, LSE, 2016
[2] Kevin Lynch, The image of the city, The MIT press, Cambridge (USA), 1960.
[3] Colin Ellard, Places of the heart. The psychogeography of everyday life, Bellevue Literary Press, New York, 2015.
[4] Ludovica Scarpa, “Spazi urbani e stati mentali: come lo spazio influenza la mente”, in Il paesaggio nell’era del mutamento, Atti del Convegno Nazionale di Studi, Mantova, 2007
[5] Roger Narboni, “A framework of darkness: Lighting master plan for the City of Rennes”, PLD magazine n.89, Via Verlag, 2013.
[6] Marc Augé, Non-places: Introduction to an anthropology of supermodernity, Verso, 1995.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°325, settembre 2018.

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