La luce come formante plastico dell’architettura


stazione di Firenze S.M. Novella
Gruppo Toscano, fabbricato viaggiatori della stazione di Firenze S.M. Novella, 1935

Gli Autori
Carla Balocco-Dipartimento di Ingegneria Industriale, Università di Firenze
Mauro Cozzi-Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale, Università di Firenze

Per uno storico dell’architettura parlare di luce e di illuminazione significa citare Vitruvio e il suo De Architectura. Corretto orientamento e disposizione per la migliore captazione della radiazione solare sono infatti per Vitruvio i cardini del progetto di un edificio: la distribuzione funzionale degli spazi interni è legata alla luce e alla “luce d’apertura”, cioè la luce provenente dalle porte/finestre (con lumen se ne definisce l’ampiezza). Lo storico insiste poi sulla cultura Occidentale: la luce è nel mito di Prometeo, dall’immaginario simbolico; dalla luce fatta di ombra e oscurità del Medioevo, alla “Pittura di luce” del Rinascimento, fatta di luce e colore e colore della luce nelle profondità, forme e “prospettive aeree”, fino alla luce artificiale della seconda metà dell’Ottocento, da cui ha origine l’esplosione di architetture luminose e di espressioni artistiche e pittoriche del Moderno e delle Avanguardie.

Su questo sfondo si introduce il fisico, che richiama la relatività e la meccanica quantistica. Il fisico evidenzia come lo spazio rappresentato, vissuto e costruito oggi, così come le tecniche e tecnologie di cui disponiamo, sarebbero impensabili senza una riflessione sulle straordinarie proprietà fisiche della luce, la sua indipendenza dal sistema di riferimento dell’osservatore, la sua velocità di propagazione nel vuoto. Il legame e quindi la comunicazione tra storico e fisico sta proprio nella luce e nella sua capacità di trasmettere informazione e, quindi, di collegare soggetti con formae mentis e approcci diversi.

cinematografo Stadio
Nello Baroni, cinematografo Stadio (1947-51), Firenze

La luce difatti mette in moto processi di semiosi, pur non rientrando in alcun sistema di significazione: non è un “testo”, è materia “imponderabile”, e la sua sub-segnicità orienta le azioni, contribuisce alla comunicazione/trasmissione di pensieri, sentimenti e sensazioni, al ritmo circadiano, alle scelte nel fare. La luce, direbbe Peirce, è un representamen, un segno che crea nella mente del soggetto che lo riceve un segno equivalente, una rappresentazione mentale, l’idea posta nel confine tra sensorialità e cognizione. La luce è canale di comunicazione tra due soggetti con linguaggi differenti, divenendo interpretante del primo, trasmesso al secondo.

La luce dà forma, senso e significato agli oggetti e agli spazi e li colora evidenziando luminosità, contrasto e brillantezza. Il dialogo tra storico e fisico si riconduce dunque a leggere il significato di una forma (architettonica) nel suo contorno, in quanto l’occhio, unico sensore efficace del contrasto, rileva (meccanismo della visione) la quantità di luce che la investe; il valore di questa stessa forma, cioè il suo contenuto informativo, sta nella qualità della luce trasmessa/comunicata.

Se si riflette sull’evoluzione del rapporto tra luce e architettura nel corso della storia, ci si scontra con una questione molto intrigante: architettura illuminata architettura illuminante, che rimanda in ambito illuminotecnico al rapporto tra la progettazione della luce e con la luce. Se si guarda il rapporto tra architettura, ingegneria e design, ovvero con una lettura semiosica della loro interazione, si deduce un legame molto stretto tra approccio deduttivo (base della progettazione architettonica e posizione dello storico), induttivo (base della modellazione e sperimentazione ingegneristica e posizione del fisico) e abduttivo (su cui si basa il design e il lighting design, risultato dell’interdisciplinarietà). Il lighting design non è la semplice progettazione dell’impianto di illuminazione, e nemmeno del prodotto di illuminazione, ma l’insieme di queste posizioni concettuali e quindi il risultato di un approccio interdisciplinare integrato in funzione degli utilizzatori e osservatori. Su questo si fonda la forte relazione tra architettura della luce e architettura con la luce, architetture luminose e architetture illuminate. Sembrerebbe quasi una tautologia.

cinema teatro Rex
Nello Baroni, cinema teatro Rex, Firenze, via Nazionale 1937

La luce che pensiamo e progettiamo come fisici tecnici –per il controllo ambientale, termico e luminoso di edifici e spazi circostanti– e come storici dell’architettura –per tracciare la conoscenza, la distanza, la spazialità e temporalità– coinvolge l’aspetto della percezione emozionale e, quindi, più fattori che concorrono alla creazione di un’atmosfera che accoglie e stimola il visitatore/osservatore: strumenti progettuali, l’uso del colore, dei materiali, delle luci, tecniche di controllo e regolazione finalizzate a movimenti ottico-percettivi e propriocettivi, interazioni e connessioni di tutti i linguaggi non verbali che trasmettono con maggior immediatezza e universalità lo stesso contenuto di un messaggio segnico, pittorico, testuale o verbale, cioè il “senso comune”. Le visite ai musei e alle esposizioni sono oggi visite esperienziali, emozionali, quindi una combinazione tra le scelte visive, ottico-percettive di prodotti, oggetti, opere di arte (beni materiali ma anche servizi) e le scelte per i benefici ricercati. Il progetto di luce deve partire dalla definizione e dallo studio del clima luminoso presente per ricomporre con luce di qualità uno spazio dinamico, un percorso filologico di interazione di ambiti luminosi e di esperienze percettive. Spazi somatici (personali e di individuazione della posizione del proprio corpo), espositivi-museali, socio-relazionali, emozionali, di rappresentazione vengono scanditi con architetture di luce in cui il soggetto esperisce il contorno luminoso. Qui sta il legame e il pensiero condiviso tra storico e fisico: il concetto di luce come formante fisico e plastico dell’architettura.

Riferimenti

  • Canesi, G. e Cassi Ramelli, A., Architetture luminose e apparecchi per illuminazione. Milano, Hoepli Editore, 1941.
  • Balocco, C., “Riflessioni su luce, comunicazione visiva e percezione”, LUCE 317, 2016, pp. 1-5.
  • Balocco C., Baldanzi E., Farini A., Tito A., e Raffaelli M., “Luce e arte: stimoli percettivi e tecniche eye-tracking”, LUCE 320, 2017, pp.101-106.
  • Cozzi, M., “Luminous Architecture around the mid-1930s: some Italian Cases”, paper from a colloquium held at Ecole nationale supérieure d’architecture de Nantes, Dec. 10-12, 2009.
  • Cozzi M., “I palazzi delle poste italiane. 1919-1943”, in Andrea Giuntini (a cura), Le Poste in Italia tra le due guerre. 1919-1945, Roma e Bari, Laterza, 2007, pp. 211-242.
  • Cozzi M., “Altri turismi per le città d’arte”, ANANKE 83, 2018, pp. 141-144.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°325, settembre 2018.

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