La luce per gli edifici storici. E non solo


La luce negli edifici storici. Balocco

Illuminare è un’operazione multidisciplinare molto complessa che restituisce a questi spazi il loro valore di opera d’arte. L’approfondimento con Carla Balocco, Università degli Studi di Firenze.

Professoressa Balocco, cosa vuol dire illuminare il patrimonio storico architettonico del nostro Paese, non solo sul piano della disciplina strettamente illuminotecnica o tecnica?
Illuminare uno spazio storico non significa soltanto stabilire la corretta quantità e qualità di luce, valutando la combinazione ottimale tra luce naturale e artificiale, assicurando qualità di visione e percezione e al contempo la tutela e conservazione preventiva del Cultural Heritage, del patrimonio storico-architettonico e dei beni in esso contenuti; significa anche coinvolgere il luogo, l’architettura, la storia. Progettare la luce in uno spazio storico architettonico significa recuperare la sua memoria storica; significa osservare, ri-vedere, ri-leggere, re-interpretare con gli “occhi” del sapere e del pensiero scientifico che oggi ci possiamo permettere. Dunque, anche saper vedere e sviluppare una lettura filologica di questo spazio in modo che la luce possa restituirgli valore culturale, storico-architettonico, emotivo e percettivo. Troppo spesso il progetto illuminotecnico viene affrontato in termini pragmaticamente tecnici, con la definizione di soluzioni tecnologiche adeguate dal punto di vista energetico e dei risultati quantitativi, senza valutare gli aspetti qualitativi e percettivi che tali soluzioni comportano. Ancora meno frequenti sono i casi in cui il progetto illuminotecnico muove da approfondite analisi di monitoraggio ambientale del clima luminoso preesistente (illuminotecniche, colorimetriche, ottico-visive, percettive) e un attento studio delle condizioni di conservazione e di fruizione ottimali degli ambienti museali e delle opere d’arte esposte. Affrontare un progetto illuminotecnico in soli termini funzionalisti e pragmatici può portare a una soluzione tra le tante, sicuramente rispondente ai limiti di normativa, financo alla riduzione dei consumi energetici, ma porrebbe la questione del devastante concetto di “schema”, di schematizzazione e di riduzione del progetto stesso al controllo della sola quantità e non qualità della luce, che è incipit di benessere visivo, efficacia, salute e successo dello stesso progetto. Mi permetto di dire, ricordando e citando Barthes, che dal momento in cui vi è società ogni uso si converte in segno di quell’uso… Solo apparentemente l’architettura e l’architetto sembrano “non comunicare” ma “funzionare”; in realtà, tutti i fenomeni di cultura sono sistemi di segni e quindi la cultura, specie la cultura della Luce, è essenzialmente comunicazione.

Significa anche inserire sistemi tecnologici in questi edifici con grandi vincoli strutturali…
Il progetto per una nuova luce all’interno degli edifici storici e dei musei significa anche gestire il difficile inserimento di sistemi tecnologici e impiantistici contemporanei in un contesto architettonico che non li prevedeva, individuare soluzioni tecnologiche adeguate non solo dal punto di vista energetico e dei risultati quantitativi, ma per i fondamentali aspetti qualitativi e percettivi che tali soluzioni comportano.

Possiamo dire che illuminare è sempre un’operazione multidisciplinare molto complessa che restituisce a questi spazi il loro “valore” di opera d’arte?
Sono fortemente convinta, per gli studi e la ricerca operativa che ho condotto in merito, che il progetto illuminotecnico di qualità nasce da un approccio metodologico integrato che coinvolge discipline e soggetti competenti diversi, a partire dalla definizione del clima luminoso esistente, attraverso campagne di misure sperimentali spesso supportate da simulazioni transienti, fino alla definizione del concept progettuale e, quindi, alle verifiche su campo con prove di luce e del suo indirizzamento e controllo. Solo in questo modo il progetto di luce promuove e comunica le funzioni da espletare, promuove un certo modo di vedere e di percepire e significa proprio quel modo di vedere e percepire con e attraverso la luce. Il progetto di luce di qualità (di visione e percezione, risparmio energetico, salute, sicurezza, benessere…) è di per sé un atto pratico come segno di comunicazione e si fonda sulla ricerca operativa, su idee e conoscenze che, come tali, sono segni comunicativi pratici-concreti perché comunicano l’esistenza di funzioni possibili e quindi comunicano anche se non sempre utilizzati. Il progetto allora assume forma compiuta, nella sua perfezione e bellezza di sistema calibrato, ma anche come forma aperta e significante, ovvero possibilità di essere opera aperta e interpretata in molti modi diversi, tanti quanti sono le possibilità di interpretazione e di assegnazione di contenuti e significati senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Questi progetti di luce fanno sì che ogni fruizione sia un’interpretazione e un’esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva filologica originale, e che il visitatore e osservatore più distratto si approccino a essa convertendo ogni uso e funzione in “segno e senso comune” di quello stesso uso e funzione. Uso e funzione che vengono dunque “trasmessi e comunicati”.

Una fruizione o godimento dello spazio museale e delle opere d’arte, una comunicazione che fa rivivere la storia, l’ambiente culturale, dunque narratività tra una dimensione sintattica e l’altra semantica di quello che vediamo?
Progettare la luce di questi patrimoni storici architettonici va inteso come processo di significazione e di comunicazione, proprio perché la luce dinamica e modulata per emissione spettrale fornisce la misura di una possibilità di scelta nell’interpretazione e selezione di messaggi, cioè informazione e contenuti informativi trasmessi con la luce. Il progetto è costruzione scenografica dei fenomeni e oggetti di valore etico-storico-percettivo del contesto- significante, come segni di una cultura che è essenzialmente comunicazione e possibilità di lettura, interpretazione ed elaborazione di significati e funzioni.

Comunicare la Bellezza e la Storia attraverso la luce: un compito ambizioso e affascinante?
Il progetto illuminotecnico per i Beni Culturali appartiene alla Storia della Bellezza come organizzazione di forme che sappiamo trarre dalle realtà, che esprimiamo giorno per giorno, come stimolo alla visione e percezione di opere d’arte e di spazi, proprio per il modo in cui sono fatti e per ciò che apparentemente sembrano dire. Il progetto per questi spazi restituisce e porta in “nuova luce” la nostra storia e cultura, sollevando la nostra inquietudine, il nostro incanto e disincanto, le nostre esperienze tattili, cinestetiche, sinestetiche e percettive, in un’esperienza emozionale dove l’ambiguità (il vero contenuto informativo) non può essere riducibile all’innovazione, alle impressionanti tecnologie applicate, alla rottura delle aspettative tradizionali e progettuali, alla modularità e reversibilità delle soluzioni tecnologiche. La nuova luce sicuramente è anche questo, ma soprattutto vuol dire “sovrappiù di senso”, “polisemia”, processo semiosico informativo, ovvero apertura al senso comune, alla cultura comunicativa che solo la luce, se ben progettata, è in grado di fornire, perché suggerisce qualcosa di più e talora quasi il contrario di quello che in primo acchito era sembrato dire/comunicare.

Lei, parlando di “esperienza emozionale” e di “sovrappiù di senso” che la luce dovrebbe offrire al visitatore, pone l’accento su un tema sempre attuale, con tenaci difensori in Italia tra alcuni lighting designer e in molte sovrintendenze. Riguarda lo studio e la progettazione illuminotecnica delle architetture storiche, i loro interni ed esterni, quando la luce rischia di diventare “una macchina pigra” – come il “testo” per Eco – se privata del suo valore di comunicazione e del ruolo fondamentale che svolge il fruitore o il visitatore. Senza il loro intervento, diceva Eco, il senso del “testo” resterebbe lettera muta. Anche la luce allora può essere muta, cosa ne pensa?
Certamente. La luce può anche essere “muta” come un “testo” che, scritto da un autore (la sorgente), non comunica ai lettori (riceventi) in quanto privo del “canale” di trasmissione che è appunto il linguaggio (senso) comune, mancante dell’interpretazione (come insieme dei possibili modi di lettura, rappresentazione mentale e interpretazione) di questo stesso testo. Ma aggiungo anche che può essere “muta” come un’aula delle nostre Università: manca comunicazione e dunque formazione e possibilità di scambiare informazione, come insieme di segnali a loro volta costituiti di messaggi (culturali), se mancano i riceventi (gli interlocutori, lettori, studenti); il soggetto comunicante (la sorgente appunto, il testo…) ed i canali di trasferimento dei segnali (mezzi/strumenti didattici) possono esserci, ma non hanno più senso…
Come ho scritto in un recente articolo per LUCE (n.320-2017, N.d.R.), risultato di un approccio multidisciplinare integrato, l’analisi dell’esperienza sensoriale e percettiva dei soggetti messi di fronte a differenti scene di luce (ottenute con sorgenti LED diverse per temperatura di colore e spettro di emissione) può essere anche condotta valendosi di una lettura termodinamica della teoria dell’informazione. È questo uno dei miei settori di ricerca che amo molto, perché di fatto permette di dare significato concreto e quantificabile alla “sostenibilità”, parola talmente usata che oggi, a mio avviso, può essere svilita fin tanto che non la si definisce e quantifica.

La lettura termodinamica della Information Theory applicata all’illuminotecnica porta al concetto di “sostenibilità energetica”, che inevitabilmente significa operare/ controllare/direzionare quantità discrete di luce (naturale e/o artificiale) di alta qualità e che quindi assicura qualità di visione e percezione oltre che ergonomia della visione e uso razionale (termodinamico) dell’energia. Questa lettura permette di quantificare la percezione come organizzazione di dati sensoriali in un’esperienza complessa, ovvero in un prodotto finale di un processo di elaborazione dell’informazione. La luce costituisce il canale di trasmissione di messaggi che dall’oggetto/opera/emittente giunge al soggetto/osservatore/ricevente.

La luce, dunque, “canale” di trasmissione di messaggi che dall’opera giunge al soggetto, può modificare il senso o meglio l’esegesi di chi osserva, del visitatore?
Sì è proprio così. La luce può modificare il comportamento del ricevente: la diversa illuminazione del significante (oggetto/opera) può alterare il significato e, quindi, l’interpretazione e la percezione di colui che ne fruisce e l’osserva. La scelta dell’illuminante e del colore della luce si connette al rapporto tra il numero dei casi favorevoli al verificarsi dell’evento percettivo e il numero di casi possibili, ovvero alla probabilità di rendere comune (comunicare nel suo valore semantico) la rappresentazione mentale dell’esperienza percettiva-cognitiva: ciò costituisce il calcolo informazionale secondo cui l’opera può essere investigata in termini di comunicazione e il suo significato può essere ricondotto a tutti i comportamenti comuni della semiotica del processo comunicativo.

Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, nella prefazione del libro L’illuminazione delle opere d’arte negli interni (edito da AIDI nel 2013, a cura di Mario Bonomo e Chiara Bertolaja, N.d.R.) si chiede, riaffermando il principio che l’opera d’arte è la sola ad aver diritto al ruolo di protagonista: “L’illuminotecnica è disciplina a evidenza fondamentale. Se il Museo moderno è strumento irrinunciabile di educazione e noi vogliamo che continui a esserlo perché è questa la nostra missione primaria, le opere devono essere viste. Hanno dunque bisogno della luce artificiale. Ma come deve essere l’illuminazione all’interno dei Musei”? A questa domanda lei ha già dato riposta, ma cosa aggiungere di non ancora detto che possa essere un utile contributo al franco confronto tra chi ha il compito della tutela e chi ha il compito di valorizzare e comunicare le opere?
Il progetto di luce per i musei, o in genere ambienti di edifici storici convertiti a museo, dovrebbe trovare il giusto ed equilibrato compromesso (dunque “Bello” nella sua accezione greca) tra la conservazione preventiva del bene (opera, ma anche edificio/ambiente che lo contiene; in altri termini, contenuto e contenitore), la sua salute, tutela e sicurezza, e la salute, ovvero il benessere visivo e percettivo, delle persone (visitatori, ma anche operatori). La luce di qualità può risolvere ed evitare che il progetto illuminotecnico risenta del problema dello schematismo, della praticità minimalista e funzionalista. Questo è un problema che ritroviamo in molte realizzazioni perché sofferenti della mancanza di un approccio metodologico fisico consistente e di un retroterra storico-culturale. Il progetto di luce e con la luce dovrebbe rimettere in scena un personaggio contestuale particolare: il senso comune.

Ciò richiede immaginazione e rappresentazioni mentali: “rappresentare storie”, eventi della nostra cultura illuminanti e illuminati che sono proprio quelle storie di luce sorprendenti in cui le persone si comportano secondo il senso comune, avendo recuperato la memoria storica del loro vissuto attraverso la luce.

Professoressa Balocco, mi dà una sua personale definizione della parola Luce?
La luce è un fenomeno fisico noto e ben descrivibile. Nota è la sua definizione, rappresentazione e quantificazione. Alludo alle leggi della fisica, della meccanica quantistica e dell’ottica. Ma la Luce è un fenomeno che ogni giorno, in ogni momento della nostra vita, leggiamo attraverso i suoi effetti e interpretiamo. Ci interessa e ci coinvolge emotivamente perché porta e fornisce senso e significato a ciò che ci circonda in quanto innesca e suscita, comunque in tutti, una risposta interpretativa. Forse la Cultura della Luce sta proprio in questo: la consapevolezza da parte di tutti, tutte le persone e non solo chi si occupa di fisica e di illuminotecnica, che la luce è strumento di cultura e canale di trasmissione di informazione; informazione fatta di oggettualità, fattità, materialità delle cose, insieme di sensazioni (tattili, cinestetiche, visive) prima che diventino pensiero.

La Luce è Arte del vivere e quindi pensiero.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°323, marzo 2018.

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