Alexander Bellman. Tra coraggio, ricerca e visioni


Unicredit Pavillion
E3 West Unicredit Pavillion, Milano, 2015. Cliente: Unicredit

La richiesta della committenza sul lighting design sta crescendo notevolmente; è compito di chi fa questa specifica professione portare avanti una politica di sensibilizzazione generale

Alexander Bellman

Architetto Bellman, lei si definisce “animato dalla volontà di disegnare la luce”, ispirando così un approccio al progetto romanticamente visionario e premonitore. Osservando bene si avverte però anche un forte senso umanista e terreno, fatto di precisione e ambizione di controllo…
Come architetto sono convinto che la luce sia la cosa più difficile da disegnare, quindi anche da pensare e, soprattutto, da prevedere. Sono del segno della Vergine: ho un’ossessione per il controllo, e il disegno, per un architetto, è strumento principe di ricerca e di sintesi. È un’ancora e, insieme, un paio d’ali per volare. Tra l’altro adesso di strumenti ne abbiamo veramente tanti e a noi di C14 piace moltissimo unire le tecniche della tradizione – schizzi e disegni a mano – con sistemi virtuali avanzati di sperimentazione visiva e modelli di calcolo sempre più complessi. Tuttavia sarebbe riduttivo affermare che traduciamo le nostre visioni o la nostra ispirazione in tecnica. Direi, piuttosto, che la nostra è una visione artistica che affonda le sue radici nella tecnica ma, allo stesso tempo, ci litiga e ci combatte costantemente. È da questa dialettica, da questa insuperabile alterità di un elemento rispetto all’altro, che sono nati i nostri migliori lavori.

Alexander Bellman
Alexander Bellman

Quali storie e impressioni legate alla sua progettazione illuminotecnica le fa piacere svelare e condividere?
La prova generale, in cui tutto viene acceso e calibrato insieme, costituisce l’emozione più grande. Niente è comparabile alla “sorpresa” della realtà, la prima accensione di un progetto nel suo complesso, il cosiddetto fine tuning che si fa in campo. Un campo sul quale, spesso, ci si trova a dover improvvisare, portando anche modifiche di non poco conto. Personalmente amo la sensazione d’imprevedibilità che quel momento mi regala: siamo alle ultime battute, alla fine di un lungo lavoro, ma tutto può ancora cambiare. Devo farmi trovare pronto, e questa consapevolezza è per me un forte sprone alla creatività. Poi di aneddoti ce ne sono tanti, anche curiosi. Ad esempio mi piace molto, in quei momenti, intervistare le persone, soprattutto se sono inconsapevoli di parlare con il progettista.
Una volta mi sono finto il guardiano di una mostra che avevo appena progettato e ho raccolto, insieme alle firme di presenza, i commenti più diversi: da “meraviglioso!” a “non si vede nulla, chi ha fatto la luce?”. Trovo anche divertente il fatto che un bel po’ di anni fa, all’inaugurazione del nostro primo progetto interamente Led, ho ricevuto tantissimi complimenti per aver resistito e usato ancora le alogene.

Allontanandoci dalla vista del singolo, è importante ricordare “il gruppo” C14. L’essere spicchio di un team è per molti progettisti la chiave del successo…
Non c’è alcun dubbio. Siamo un gruppo che lavora insieme, che si aiuta a vicenda e che proviene dai più disparati luoghi dell’Italia e del mondo. Caratteristica fondamentale di C14 è che tutti hanno la possibilità e l’onere di partecipare attivamente alla fase creativa di un progetto, indipendentemente dalle specifiche competenze ed esperienze. Questo modo di procedere complica senza dubbio la gestione e il coordinamento del lavoro, ma permette alla creatività di correre libera da preconcetti o prescrizioni. Devo ringraziare tutte le persone che lavorano con me, in primis i miei partner Matteo Nobili e Alessandra Lemarangi, per il sovraccarico emotivo e professionale che sopportano.

Tralcio di luce, 2009
Tralcio di luce, 2009. Lampada da tavolo a batteria con struttura in ottone brunito e riflettori rivestiti in foglia d’oro. Prodotta in collaborazione con Viabizzuno

A fronte del ventennio d’attività, le chiedo come vede considerato oggi il lighting design.
Premetto che il continuo sviluppo tecnologico e la miniaturizzazione delle sorgenti, insieme all’evoluzione dei sistemi di controllo su larga e piccola scala, hanno aperto infinite possibilità per i progettisti, sia per quanto riguarda il design dei singoli apparecchi che la progettazione degli effetti luminosi. Anche temi importanti e decisamente attuali come il risparmio energetico possono essere affrontati con un occhio completamente diverso e con la consapevolezza di vivere un momento di grande trasformazione. E poiché la richiesta della committenza sul tema lighting design sta crescendo notevolmente, credo che sia in parte proprio compito di chi fa questa professione specifica, del resto piuttosto recente, portare avanti una politica di sensibilizzazione generale. Certo è un percorso difficile, basti pensare che nella committenza e nel pubblico esiste comunque un’idea di fondo (che in un certo senso è verissima e allo stesso tempo fasulla) che identifica la luce – nell’ambito delle discipline di architettura – come un intervento estremamente “leggero” e reversibile facilmente, conseguentemente accessorio. Ma da un punto di vista percettivo, però, siamo tutti consapevoli che il cambiamento tra illuminato non illuminato, tra il prima e il dopo, è enorme e improvviso. Inoltre, l’utente finale ha spesso bisogno di protocolli
di controllo avanzati, e non soltanto di interruttori on/off. Non si progetta quindi uno stato fisico predeterminato, ma le regole che definiscono un insieme di possibilità.

C14 merita dei complimenti anche per il Journal che riesce a editare da anni. Soprattutto per la voglia d’investire in qualcosa che richiede particolari forze per confrontarsi con coraggio e cultura su ciò che si pensa.
Il progetto del Journal costa molte energie, è vero, ma in parte ci permette anche il recupero delle stesse perché ideato e prodotto internamente; dalla grafica ai testi. Ogni membro del team partecipa alla redazione della rivista, anche solo con il piccolo contributo di una rubrica: in quest’ottica ritengo che il Journal si possa considerare non solo uno strumento pubblicitario, ma anche un’esperienza di crescita personale e collettiva, che permette di guardare il proprio lavoro dall’esterno. O meglio, di guardare se stessi dall’esterno, di valutare la propria quotidianità con ironia, senza perdere di vista il mondo fuori dallo studio. Anche il lavoro più prestigioso e importante del mondo è fatto, alla fine, di momenti quotidiani: allora, a mio avviso, è necessario bilanciare le minuterie del giornaliero con il sublime di certi momenti creativi, sapendo che la vita ha bisogno di entrambi.

  • Showroom Hangzhou China

Quotidianità e affezione. Molto del vostro lavoro verte sul tema della casa; un sistema complesso che lei stesso descrive (giustamente) essere “rifugio e palcoscenico”.
La casa è uno specchio di chi la abita, ma è uno specchio deformante. Per questo la sua progettazione è, a mio avviso, una sfida umanamente impegnativa per un architetto. Il dato oggettivo viene spesso a mancare, sostituito da un amalgama di velleitarismo, di piccole realtà, di un incallito desiderio di apparire, dietro cui pigola la voglia di nascondersi. Interpretare è difficile, richiede un buon allenamento, ma è ancora più difficile gestire l’intimità con uno sconosciuto, un cliente che – volente o meno – si mostra ai nostri occhi molto più nudo di quanto pensi. L’ho scritto, e lo riscriverei: non c’è luogo più difficile da progettare della casa. Poi, certo, è divertente.

Come immagina il futuro di C14?
Ciò che accomuna i nostri progetti è il metodo e non lo stile, termine più adatto al mondo della moda. C14 continuerà a ricercare l’equilibrio tra interpretazione artistica e approccio scientifico, perseguendo un ideale progettuale che sappia essere davvero sintesi tra due poli opposti ma entrambi necessari. Ricordo spesso la vocazione umanistica della nostra professione, il fatto che l’architettura si fonda sull’uomo. Quello che sogna in grande, quello che poi si china a lavorare con il foglio e la matita, e l’ultimo, quello che infine, osservando e fruendo, riesce a meravigliarsi sognando il sogno di un altro. Homo sum, humani nihil a me alienum puto: il buon architetto deve interpretare il cuore degli uomini sia come singoli individui che come community. Il nostro scopo è di migliorare sempre, avendo il coraggio di non tirarci mai indietro.


Alexander Bellman, dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Milano,
si specializza ad alto livello nel Lighting Design; è fra i primi a sperimentare modelli di calcolo virtuale per la simulazione e a intuire come la ricerca tecnologica possa portare concreti benefici al settore. Nel 2003 a Milano fonda C14, un team composto da architetti, designers, grafici e multimedia designers specializzato nello studio dell’evoluzione applicativa delle tecnologie dell’illuminazione e dei suoi usi in architettura e design – operando nel panorama internazionale in progetti di interior, lighting, retail ed exhibit, tra cui ricordiamo gli edifici nell’area di Porta Nuova a Milano, lo showroom Kiton di Palazzo Gondrand, i concept per Illy Cafè, la collaborazione con MSC Crociere. Dopo avere insegnato per anni allo IULM e al Politecnico di Milano, Bellman collabora attualmente con l’Università L.U.N.A. di Bologna.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°326, dicembre 2018.

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