Pietro Palladino. Il professionista (della luce) è d’obbligo


Salone dorato poldi pezzoli
photo©Alessandra Magister

La luce è materiale di creazione, il più eterno e universale. Progettare la luce significa stabilire un rapporto tra uomo e ambiente attraverso la definizione di scene fatte di luci e ombre.

Pietro Palladino

Per Pietro Palladino la luce non è solo illuminazione. Il lighting engineering nasce agli inizi del secolo con due soli obiettivi: garantire la visione e razionalizzare l’uso dell’energia. Oggi sappiamo che la percezione visiva è affidata a un sistema complesso e articolato che si relaziona con tutti i sensi. L’illuminazione non è solo per vedere e non è solo risparmio energetico, ma l’approccio attuale non si discosta molto da quello degli inizi del secolo. Ciò trova conferma in tante realizzazioni progettate “per le norme”: i numeri tornano, ma l’illuminazione non è giusta. Talvolta arriva a creare disagio. È molto frequente imbattersi in realtà nelle quali la luce è casuale, disordinata, poco ergonomica, fastidiosa, inopportuna, sgradevole, inadeguata, irrazionale. Nasce dunque un’esigenza legittima: rendere questi temi più facilmente comprensibili, per coloro che la propongono – direttamente o indirettamente – e per quanti la utilizzano. In altre parole, dobbiamo creare la cultura del progetto d’illuminazione.

Poldi Pezzoli
Salone dorato del Poldi Pezzoli, Milano. Per la casa museo sono stati realizzati dei lampadari di dimensioni estese ma estremamente leggeri, sospesi in ogni sala espositiva. Ogni braccio presenta un sistema di Led con canali regolabili, che consente un tuning fine per valorizzare la palette di colori di ciascuna opera illuminata. photo©Alberto Bertini

Da dove parte per affrontare un progetto, dall’osservazione del luogo? Dalle sensazioni che le trasmette?
Il progetto parte innanzitutto dalla conoscenza delle potenzialità della luce. Quando si vuole creare una specifica scena, dei pattern visivi ben definiti, si immagina mentalmente di creare alcune situazioni che possono generare emozioni o “feeling” particolari. Tutto ciò deve essere validato dalla sostenibilità. Si osserva, si analizza il luogo e si valutano le soluzioni sostenibili. In altri termini, un buon “concept”, per essere realizzato, prevede l’uso appropriato di tecniche e di tecnologie. Ma vale anche l’opposto: senza un buon “concept” non può esistere una buona illuminazione. A volte, anche definendo buon “concept”, i risultati tradiscono le aspettative perché è venuta a mancare la sostenibilità.

Il Duomo di Milano e la Chiesa di Sesto San Giovanni di Cino Zucchi. Stessa funzione, con architetture diametralmente opposte. Quale approccio ha impiegato per progettarne la luce?
Le chiese sono sempre caratterizzate da una funzione duplice. Sono luoghi di culto e monumenti allo stesso tempo. Tralasciando il contenitore, alcune di esse potrebbero anche essere considerate dei veri e propri musei. La progettazione dell’illuminazione viene coniugata privilegiando a volte l’una, a volte l’altra funzione. Nel caso del Duomo di Milano, si tratta dell’unica cattedrale gotica “vivente”: la cava di Candoglia fornisce ancora il marmo per costruire pezzi che all’occorrenza sostituiscono quelli originali, perché strutturalmente danneggiati. L’obiettivo principale era mostrare la complessità costruttiva e le caratteristiche di un’architettura maestosa e ancora viva a circa cinque milioni di visitatori che ogni anno arrivano da tutte le parti del mondo per ammirare un’opera unica. Utilizzando tecnologie avanzate è anche possibile gestire l’illuminazione per funzioni religiose ed eventi particolari: accendere, spegnere o regolare i circa 900 proiettori installati, semplicemente sfiorando delle icone su un tablet.

Mostra dei Pollaiolo
Mostra dei Pollaiolo al museo Poldi Pezzoli. Per la prima volta nella storia le dame dipinte da Antonio e Piero del Pollaiolo sono riunte all’interno di un’unica esposizione. Gli apparecchi di illuminazione sono stati progettati per essere utilizzati per mostre temporanee, ciascuno dotato di tre Led controllati da lenti terziarie. photo©Andrea Martiradonna

Al Museo Poldi Pezzoli vi siete dovuti confrontare con materiali, supporti e opere tra le più diverse: dai metalli preziosi ai dipinti, alle ceramiche. Ci vuole raccontare questo progetto?
Uno dei progetti più completi e sofisticati mai affrontati. Il Poldi Pezzoli è una casa museo, un luogo dove coesistono molte diverse situazioni espositive. Condizioni di contorno diverse, sala per sala, e oggetti in esposizione di ogni tipologia. Siamo partiti dall’idea di studiare un sistema meccanico in grado di fornire la necessaria flessibilità. Per ragioni legate al contenimento dei pesi abbiamo optato per l’uso di materiali compositi. Gli apparecchi sono stati progettati per emettere un flusso radiante con spettro variabile, utilizzando un sistema mix custom a quattro canali.
Le soluzioni e le tecnologie adottate per l’illuminazione del Poldi Pezzoli hanno consentito di realizzare un sistema che può essere considerato una pietra miliare nell’illuminazione museale a Led.

A Milano, per il Memoriale della Shoah ha usato una luce “dura”, come la storia del luogo. Cosa l’ha guidata nelle scelte?
In alcune zone del Museo la luce è angosciante, distaccata, tagliente, insufficiente, fastidiosa. È l’emulazione della luce fioca delle lampade a filamento avvitate nei riflettori di porcellana sospesi ai soffitti e della luce penetrante delle torce portatili, indirizzate verso le persone che salivano sui vagoni diretti verso i campi di concentramento.

I cosiddetti “non luoghi”, teorizzati da Marc Augé, come le stazioni e gli aeroporti, come possono trasformarsi con la luce?
La luce è materiale di creazione, il più eterno e universale. Progettare la luce significa stabilire un rapporto tra uomo e ambiente attraverso la definizione di scene fatte di luci e ombre. Comunicare stati d’animo, sensazioni, emozioni: per rendere possibile tutto ciò il progettista deve modellare un agente fisico e lo fa usando un linguaggio riconducibile al suo pensiero e alla sua cultura. Esistono sfere esplorative che inducono un progettista a considerare la luce come materiale di costruzione: è l’approccio giusto per caratterizzare i non luoghi, per renderli unici e inconfondibili. L’aeroporto di Malpensa è un ottimo esempio di come l’illuminazione – pur in una semplice operazione di restyling – può dare valore aggiunto all’architettura. Il problema è che non sempre il progetto d’illuminazione delle stazioni e degli aeroporti è affidato a un professionista specializzato: una pratica comune è inserire l’illuminazione tra gli impianti tecnologici e approcciarla esclusivamente dal punto di vista quantitativo.

arrivi aeroporto Malpensa
Arrivi extra-Schengen a Malpensa. L’illuminazione è integrata con elementi in materiale composito che si estendono nello spazio dando un senso di leggerezza. Le “ali” sono distribuite lungo le colonne ad un’altezza che va dai 4 agli 8 metri, munite di sorgenti luminose Led diffondenti montate sulla parte superiore. photo©Max Pintus

In una recente intervista su LUCE, una giovane lighting designer affermava che “disegnare la luce è divertente”. Cosa ne pensa?
Sì, è una bella professione. E un’arte, ma solo attraverso un iter conoscitivo articolato si possono raggiungere risultati considerevoli. La luce è cosa complessa e la buona illuminazione è frutto di una meticolosa cura del dettaglio. È come un piatto di alta cucina: apparentemente semplice, tutti possono potenzialmente gustarne e apprezzarne le peculiarità, ma solo un grande cuoco sa prepararlo in quel modo, mescolando ingredienti, professionalità e creatività. In un’epoca di continua evoluzione, dove sempre più la specializzazione appare elemento determinante per il raggiungimento dell’eccellenza, il professionista della luce è ancora una figura poco diffusa e poco richiesta.

Tra università e associazioni del settore che rapporto ci dovrebbe essere? Che cosa si potrebbe costruire assieme?
Si potrebbe fare tanto, ma le logiche del settore sono attualmente congelate: nella maggioranza dei casi si stabilisce un rapporto diretto tra chi vende e la committenza. Difficile creare una catena del valore che prevede la presenza sistematica del professionista. Allo stato attuale, né le università né le associazioni del settore hanno la forza sufficiente per cambiare le leggi del mercato. Le cose potranno migliorare, certo, ma non sarà un processo a breve termine.

Duomo di Milano
Vista della navata centrale del Duomo di Milano in occasione dell’inaugurazione del 1 maggio 2015. L’obiettivo di base è quello di dare una lettura dell’intera costruzione, illuminando la superfice marmorea in maniera uniforme pur mantenendo un buon contrasto chiaroscuro nella parte dello statuario. Per questo evento la zona dell’altare è stata volutamente mantenuta in penombra. photo©Max Pintus

Nello scorso Congresso Nazionale di AIDI al MAXXI di Roma ha preso parte alla tavola rotonda sul futuro dell’illuminazione e le nuove frontiere che l’evoluzione tecnologica ha aperto. Vuole approfondire per noi questo argomento?
Prendo in prestito una frase di Bertrand Russell: “Uno dei mali della nostra epoca consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce”. Il ritardo culturale gioca negativamente in due sensi: da una parte limita la capacità e la possibilità di accedere all’innovazione
in modo intelligente, dall’altra apre spazi al consumismo tecnologico, che, oltre a essere costoso, alla fine risulta anche dannoso. Ed è ciò che sta accadendo. La luce allo stato solido è una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma ci trova impreparati. La tecnologia Led è attualmente utilizzata in modo grossolano, in alcuni casi le nuove installazioni offrono prestazioni inferiori rispetto a quelle precedenti. L’evoluzione tecnologica nel campo dell’illuminazione ha creato le potenzialità per cambiare in modo radicale, ma il modo di pensare non è cambiato. Siamo ancora saldamente ancorati a concetti superati e questo genera risultati mediocri. Abbagliamento, spostamenti di colore, flickering: a volte si arriva a maledire la luce Led. E poi l’elettronica. Il consumismo tecnologico
ci offre componenti e dispositivi a basso prezzo, ma di scarsa affidabilità. Al punto in cui siamo, non è facile per un progettista trovare nel mercato la qualità che ricerca.


Pietro Palladino è un ingegnere elettrotecnico, titolare dello studio Ferrara Palladino e Associati che a Milano opera nel campo del light design sin dal 1990. È professore al Politecnico di Milano presso le Scuole di Architettura e del Design e docente del Master “Lighting Design & Technology”, Poli.Design Milano. È inoltre consulente tecnico per amministrazioni pubbliche, aziende costruttrici e aziende di servizi del settore. È stato presidente dell’APIL (1998-2004) e direttore scientifico della rivista Luce & Design (2003 -2013). Autore e curatore di numerose pubblicazioni sull’illuminazione, tra le quali: Lezioni di illuminotecnica (Tecniche Nuove 2003); Manuale di illuminazione (a cura di P. Palladino, Tecniche Nuove 2005); Manuale di Lighting Design (Tecniche Nuove 2018).

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°325, settembre 2018.

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