Piero Lissoni. La luce è un buco nel buio


Oberoi Al Zorah
Oberoi Al Zorah Beach Resort, Ajman, 2017

Signore dell’eleganza e progettista rigoroso, Piero Lissoni è un flusso, e come tale lo intercetto in movimento in una giornata intensa come molte altre per lui. I suoi progetti si estendono a livello globale, includendo ville private e yacht, progetti residenziali e grandi alberghi. La vera potenza dello studio Lissoni è la capacità di resa di un oggetto dal micro al macro senza che perda equilibrio e forza.

Architetto Lissoni, considerando che ci sono poche cose che non ha sperimentato nella sua vita professionale, mi chiedo quanto sia importante per lei la paternità di un progetto una volta che lo ha realizzato.
Tralasciando la visione romantica del progettista, che ci vede come esseri folgorati dall’illuminazione, il progetto, in realtà, è un piccolissimo percorso all’interno di un processo più complicato. Ogni qualvolta che lavoro a una nuova idea, le basi sono già state gettate prima. Di come gli altri lavorino non ne ho cognizione, so come lo faccio io.

E lei come lavora?
La progettualità è un insieme di sinergie che agisce per lo stesso fine. Ciò che distingue il progettista dal resto del team è la forza di prendere la decisione e di mettere la parola fine ai lavori. Di assumersi così la responsabilità di continuare, oppure di fermarsi. E le assicuro che non è una scelta facile. Più che pensare alla paternità, parlerei piuttosto di maternità. La gestazione è complessa, ed è piuttosto la capacità di accogliere tutte le energie che arrivano dal gruppo di lavoro che permette di arrivare alla forma finale. Ogni volta che finisco un progetto normalmente non mi piace, per lo stesso motivo per il quale volendo si potrebbe non finirlo mai. Allo stesso tempo, come ogni bambino che si rispetti, non vedo l’ora di iniziarne uno nuovo.

Piero Lissoni
Ritratto di , montaggio da una foto di Giovanni Gastel

Quanto è importante per lei l’elemento del gioco, e quanto influisce nella sua produzione? 
È un elemento fondamentale per generare e rigenerare quello che in apparenza potrebbe essere sempre la stessa cosa. Riuscire a fare nuovi progetti vuol dire ogni volta iniziare da capo. Non necessariamente partendo dal punto zero, ma trovando un’evoluzione, un ennesimo cambiamento. E come ogni bimbo che si rispetti, anche se “il gioco” assomiglia a un altro, l’idea di trovarne uno nuovo è quello che poi genera la sua diversità. Ed è per questo che di giochi ne abbiamo molti a disposizione.

Il suo bisogno creativo è spinto dalla necessità di stimolare piacere negli utenti, o di saturare la sua vulcanica creatività?
Come il gioco innesca lo stimolo per iniziare il nuovo, un altro elemento dal quale non potrei separarmi è la curiosità. Delle volte è poco finalizzata, mi faccio affascinare da una storia che magari avrà il suo epilogo molto tempo dopo. Ma senza di essa non sarei spinto ad andare oltre. Il gioco, se non accompagnato e sostenuto dalla curiosità, non permette uno spettro più ampio di possibilità di trasformazione. Questo mi permette di evolvere. Sono interessato a tutto il processo e a come si svolge, e mi piace molto sapere cosa devo progettare domani, quale sarà la mia prossima sfida.

  • Lobby

A proposito di nuove sfide, da pochissimo è stato inaugurato l’Oberoi Beach Resort a Al-Zorah. Un altro importante progetto dove l’architettura occidentale si raccoglie e si confonde con il gusto dell’architettura tradizionale orientale.
Il resort è suddiviso in tre piattaforme che funzionano in parallelo all’oceano e ogni edificio è posizionato in modo accurato in relazione alla sua funzione. Le piattaforme si alzano dal fronte dell’oceano e l’altezza
degli edifici aumenta con ciascuno, in modo da garantire splendide viste da tutte le aree del resort. Il centro termale è un mondo privato e appartato in attesa di essere scoperto dagli ospiti, ispirato alla disposizione di un’antica Medina. L’uso di grandi aperture trasparenti e pareti geometriche in legno permette all’occhio di viaggiare liberamente all’orizzonte lontano.

Quanto influisce l’elemento luce nei suoi ambienti?
Chiunque faccia questo mestiere disegna tra la luce e l’ombra, quindi senza luce non arrivo nemmeno a immaginare un edificio. Contemporaneamente, quando ho la luce, in qualche modo la devo controllare, capirla secondo l’ambiente o il luogo in cui sono portato a lavorare. Ogni volta la luce è una matrice quasi più difficile da trattare di quello che noi chiamiamo il contesto. È un punto di partenza molto preciso; ogni paese ha la sua, ed è doveroso tenerne da conto. A Gerusalemme la luce è tagliente, totalmente differente da quella, per esempio, di Amsterdam.

Se la luce è una matrice importante tanto quanto il contesto, sarei curiosa di sapere come lei l’approccia. Come la tratta nei suoi progetti?
Immagini di scavare il buio. La luce è un buco nel buio. Immaginatela come una composizione. Idealmente la si può paragonare alla musica. Se si pensa a un compositore, la sua bravura non sta solo nella consecutio delle note, ma anche nella capacità di generare spazio e pause tra loro. Spazi vuoti, silenzi: la luce è questa cosa qui. La luce è questa pausa tra una nota e un’altra, tra un buio e un altro.

Conservatorium Hotel, Amsterdam,
Conservatorium Hotel, Amsterdam, 2012 photo©Amit Geron

Per lei, quindi, è indifferente giocare con la luce naturale o quella artificiale?
La luce naturale si muove con dei ritmi, dei modi e degli errori. In alcuni momenti ti può inviare delle lame taglientissime, e cinque centimetri dopo c’è l’ombra più potente, i contrasti possono essere molto forti. La luce naturale è piena di difetti. Viene continuamente modificata da quello che è l’ambiente e il contesto. Noi esseri umani siamo abituati a vivere con questo tipo di intermittenza luminosa, e quando disegno delle lampade cerco di riprodurre esattamente il modello della luce naturale, cioè quella sbagliata, con i suoi ritmi o i suoi difetti!

Cosa pensa dell’imperfezione?
Fondamentale. Senza non ci sarebbe nulla. Noi ragioniamo in termini troppo costretti e legati alla visione della perfezione. I robot montano oggetti perfetti, lavoriamo tentando di avvicinarci alla perfezione. Ma è di una noia mortale. La bellezza è controllare l’imperfezione, così da non oltrepassare il limite oltre il quale diviene volgare. Controllarla significa saper moderare questa specie di linguaggio, che diviene poi eleganza, di cui tutto fa parte, dai gesti al nostro modo di vestirci. “Nessuna tecnologia può essere realmente efficace, per quanto ben costruita, se a monte manca l’elemento umano, la volontà e la determinazione per farla funzionare” (Cordell Hull).

Spa, The Middle House, Shanghai
Spa, The Middle House, Shanghai

Che cosa pensa dell’illuminazione urbana, la interessa?
Certo che mi interessa. Dai suoi lati più funzionali, come quello dell’illuminazione stradale, a ovviamente quella monumentale o di aree pedonali. C’è da dire che, nonostante noi siamo una delle nazioni con la tecnologia più evoluta, siamo anche uno dei modelli più involuti sul suo utilizzo. Ci vogliono più strumenti culturali per riuscire a illuminare quelle che sono le aree pubbliche. I parchi urbani in Giappone, in Cina o in alcuni paesi nordici sono esempi da cui trarre spunto e forza di iniziativa.

Quindi, accetterebbe una proposta?
Certo, sugli spazi pubblici c’è un mondo di cose da fare, e le città hanno bisogno di emozioni. E se arrivasse un incarico di certo non mi tirerei indietro!

Qual è il momento della giornata che preferisce?
Non esiste una sola luce, ce ne sono milioni! Per parlare di emozioni si ha bisogno del buio, soprattutto quando devi lavorare con le luci artificiali. E hai bisogno del buio per donare una certa sensualità. Ma forse il momento che preferisco è quello dell’alba, perché è in divenire, e la luce si apre indefinita e irreale. È questione di attimi, cambia velocemente, e in pochissimi minuti diviene il giorno.

Yacht SX88 Sanlorenzo
Yacht SX88 Sanlorenzo photo©Leo Torri

Dall’illusione di un mondo perfetto, quanto l’evoluzione delle macchine ha influito sul suo lavoro? Penso alle nuove tecnologie, all’intelligenza artificiale, alle stampanti 3D… 
L’utilizzo è fondamentale, ma negli ultimi tempi se ne è persa una visione lucida. Tutti questi modelli o serie di oggetti che fanno cose, o ne pensano alcune per noi, sono in realtà degli strumenti, e non dei fini. Il vero errore è produrre contando su di un pensiero virtuale. Penso che un algoritmo resti un algoritmo, e che dietro a esso ci voglia una mente che lo veicola. Mi piace l’ibridazione, gli errori e le miscele che non sono troppo controllabili. Penso che si generi un genuino senso di alchimia, dove molte cose accadono per caso.

Piero Lissoni ha progettato prodotti per molte aziende prestigiose. Come spiega, non è l’oggetto ultimo in cui si trova il suo interesse, ma l’indagine di “forme, dimensioni, proporzioni, materiali e nuove tecnologie”.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°323, marzo 2018.

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