Nella luce di Dante O. Benini


Dante Benini
photo ©Beppe Raso

Qualsiasi atto del pensiero che crea un luogo architettonico non può non interagire con la luce, sia per gli interni sia per gli esterni

Non le chiedo cos’è la luce, perché forse nessuno lo sa con precisione; le chiederò invece cosa è per lei la luce, e cosa rappresenta nel suo lavoro di architetto
La luce è materia che plasma la forma. In assenza di luce nessuna dimensione può acquistare volume, profondità, dinamicità; attraverso la luce si produce la sensazione compiuta dell’architettura, di cui è un elemento fisico e spesso metafisico. Qualsiasi atto del pensiero che crea un luogo architettonico non può non interagire con la luce, sia per gli interni sia per gli esterni. La forma di un oggetto di design è resa tangibile dalla sua dialettica col progetto illuminotecnico che lo determina. Non è dunque un abbellimento romantico, ma un elemento fondamentale della progettazione, fin dall’ideazione preliminare.
In quest’artificio si nasconde lo stupore mai definito di uno spazio. Un mio cliente mi aveva confessato, tempo fa, che non era riuscito a scoprire fino in fondo il mistero della sua grande casa, e questo grazie al mutare e al dialogo tra la luce artificiale e quella naturale.

Beppe raso
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Come cambia l’architettura rispetto alla luce, naturale e artificiale?
Frank Lloyd Wright definiva il tracciato di una casa “from in to out”, perché lo studio della luce artificiale (parliamo di molti decenni fa) determinava la profondità di campo; come Scarpa per cui lo spazio non era altro che l’illusione che se ne dà. Entrambi sono stati maestri della manipolazione luminosa per le esigenze più alte del progetto d’interni. Un grande artificio, la scenografia dell’architettura pura. La luce naturale, invece, delimita i contorni, le masse e le componenti anche attraverso la produzione delle ombre, che non tutti colgono, poiché la percezione è “contaminata”. L’osservatore indifferenziato passa e attraversa l’architettura, ma questo non influenza lo sforzo dell’architetto per creare la giusta dialettica con la luce naturale, e, in effetti, col giungere della notte torna lo stupore, l’effetto speciale e la città diventa un’immensa scenografia da ammirare.

Esiste secondo lei un rapporto tra la luce naturale e quella artificiale in architettura: la prima in relazione all’orientamento dell’edificio, le aperture, mentre la seconda diventa protagonista nello spazio costruito?
Scusa se parlo di un mio edificio, ma nel progetto di via Valtellina a Milano ho disegnato due corpi con uno “zaino” che assembla tutti gli impianti dell’edificio, coperto da un gigantesco scudo microforato – per altro una delle prime applicazioni di questa tecnica. Di giorno l’edificio era percepito poco, ma di notte per effetto dello spettacolo luminoso le auto si fermavano per ammirarlo. Non dimenticare che io disegno principalmente di notte e dunque inconsciamente creo un “effetto notte”, indago sulle possibilità di percezione della mia architettura nella miglior ora possibile, quando la luce mi consente di dare spettacolo sulla città. Poi non dimenticare che la mia posizione teorica è organica, da Zevi a Scarpa e a tutte le declinazioni legate alla dinamicità dell’architettura, e dunque l’orientamento diventa un aspetto vincolante nel processo di costruzione di qualsiasi progetto, è un racconto che la luce modifica fino a sorprendere l’architetto stesso. Le forme del disegno diventano “altre”, quasi che il progettista non ne fosse consapevole fino in fondo. Un’incidenza morfologica che non ti aspetti, una collaborazione necessaria per un risultato inaspettato, e questo dà forza e corpo all’architettura; per gli interni c’è maggiore possibilità di controllo, ma è fondamentale il rapporto con il lighting designer che possa interpretare quel tracciato che è il programma di ogni progetto. È un lavoro di team.

Nella sua lunga carriera ha avuto modo di collaborare con lighting designer, oppure è un settore specifico esistente all’interno del suo studio di Milano?
Sempre e solo all’esterno: ho collaborato con studi di lighting designer, non ho mai avuto all’interno del mio studio professionalità di questo tipo, anche se ho una grande passione per questa materia, ma il confronto di competenze mi piace e migliora, ottimizza ogni progetto. Io esisto come architetto perché esiste la multi-disciplinarietà, ho sempre bisogno di un tavolo di confronto, ma in un ambito che mi è congeniale, ogni collaboratore deve condividere esperienze e visioni di una modalità di produzione della mia architettura. Non è quindi solo uno specialista, ma deve avere quella sensibilità per capire che tipo di edificio voglio e devo realizzare. Ho collaborato con Castagna e Ravelli, che di fatto lavorano per il teatro, che sanno usare la luce, ma anche con molti altri anche se oggi mi impressiona per la sua capacità Dean Skira.

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photo ©Beppe Raso

Come è mutata nel corso degli anni l’attenzione degli architetti rispetto al progetto illuminotecnico degli edifici?
Rispetto al passato è cambiata molto anche perché un uso intelligente della luce artificiale, oltre agli aspetti energetici, aiuta molto il progetto, qualsiasi progetto; nel nostro mestiere si ha bisogno di un uso corretto della luce.

Quali sono secondo la sua esperienza le scuole nazionali con un interesse maggiore sull’argomento light design?
Esistono scuole per interessi storici consolidati, nati da esperienze antiche, come nei paesi anglosassoni che sono sempre stati più attenti alle questioni del progetto illuminotecnico; in generale i paesi nord-occidentali sono gli esempi di questo studio dedicato alla luce come componente determinante dell’architettura nelle migliori Università nel corso del tempo. Ma questo dipende anche dalla specializzazione sempre sentita in quei paesi che si contrapponeva al progetto dell’“architetto tuttofare”, esempio romantico e artigianale dei paesi del sud Europa. Questo prima della nascita del design moderno del dopoguerra, in Italia soprattutto, quando l’aspetto della scienza illuminotecnica, in cui i paesi nordici erano molto più avanzati di noi, è stato stritolato dall’estetica iconica delle nostre lampade, oggetti di culto che enfatizzavano la bellezza, spesso senza guardare alla scienza, come è giusto nell’evoluzione del design. Oggi l’ambito etico (risparmio energetico, inquinamento, ambiente) ha trovato la giusta dimensione rispetto allo spettacolo estetico, anzi è diventato l’aspetto determinante nel nostro lavoro e in quello del lighting designer.

Il progetto d’architettura spesso divora tutte le sue componenti, quanto incide il controllo poetico della tecnologia sul risultato finale di un edificio?
Incide molto, in tutti processi di costruzione dell’involucro; è presente in ogni ambito, con un effetto che potenzia positivamente il risultato finale.

Raso-Benini
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Mi può fare un esempio, tra i suoi edifici realizzati, dove la dinamica tra le componenti del progetto “luminoso” ha raggiunto una sua caratteristica esplicita?
Usando la lamiera microforata ho potuto sperimentare l’evoluzione dal rapporto tra masse costruite e luce nel corso delle ore del giorno; dall’esterno sembra una lamiera piena, dall’interno la massa sparisce, e come se avesse una sua autonomia, e la luce ne esplicita queste caratteristiche. Vedi in via Valtellina con questo edificio che ha cambiato il volto della via, della zona, o come nel palazzo della Geox in via Torino, con quello scudo policromo chiuso di giorno che di notte esplode con un fascio di luci che si perdono nel cielo di Milano.
Due episodi lontani tra loro, il primo del 2000 e il secondo di dieci anni più tardi. O nel grattacielo di Istanbul, dove abbiamo usato per la prima volta lampade a Led, su un edificio di 160 metri che di giorno è materia, mentre di notte rimane il telaio luminoso della massa costruita.

Mi parli brevemente della sua passione per le barche, che nasce dalla sua grande attrazione per il mare come luogo di avventura e di mistero. 
Argomento tutto da scoprire; in barca servono luci di riferimento (non vado a sbattere il naso), luci di atmosfera (guardo negli occhi una signora), luci di gala (splendiamo anche noi, invitati): ecco un vero servizio alla progettazione di uno spazio molto particolare. Ho disegnato barche da 14 a 120 metri, una palestra di sperimentazione da applicare a tutti gli altri ambiti progettuali, di cui, come il mare, pensiamo di conoscere il mistero e invece è tutto da esplorare.

Se dovesse scegliere un solo edificio per raccontare la sintesi nella capacità didattica luce/architettura, cosa sceglierebbe, anche nel lavoro dei suoi colleghi?
Esempi lontani. Di Herzog & de Meuron o Coop Himmelblau mi piace tutto, ma il Duomo di Milano spento o acceso, quelle vetrate così profonde, è un bel racconto, non raggiungi mai la fine di quell’abisso di bellezza; o il crocefisso di Santa Maria delle Grazie, illuminato sempre alla stessa ora, artificialmente, al tramonto, ecco prima della luce non c’era e ora invece esiste. Come capolavoro.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°320, giugno 2017.

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