Steve Lieberman. Illuminare le emozioni


EDC Las Vegas
EDC Las Vegas, 2016 photo©Adam Kaplan-Ask Media

È da circa dieci anni che il mondo della musica elettronica è protagonista di un’espansione costante, sia in termini di popolarità che dal punto di vista del business a esso collegato, non solo perché l’industria discografica in questo settore gode di una salute decisamente migliore rispetto agli altri generi musicali, ma anche perché il mercato degli eventi live continua a crescere senza sosta. I festival internazionali più famosi attirano decine di migliaia di spettatori, pronti ad assistere alla performance dei loro DJ preferiti, immergendosi nell’atmosfera creata da palchi giganteschi, scenografie, immagini e luci potenti e ricchissime di colori. L’enorme valore economico che questo ambiente è in grado di generare (6,2 miliardi di dollari secondo stime recenti) ha permesso agli organizzatori di investire grandi risorse nella produzione dei loro show, contribuendo all’affermazione di nuove forme di spettacolo, nuovi linguaggi artistici e nuove figure professionali. Tra di loro c’è Steve Lieberman, fondatore della SJ Lighting Inc., azienda leader nel lighting design e nella progettazione degli stage per i più importanti festival di musica elettronica negli Stati Uniti e in Europa. Ecco che cosa ci racconta:

Quello degli show legati alla musica elettronica è un mondo per molti ancora sconosciuto e che ha visto nascere nuovi linguaggi creativi e nuovi profili tra i professionisti della luce. Per cominciare, vorrei quindi chiederle di definire il suo lavoro.
Nell’ambiente creativo, production design, lighting design e video design sono tre discipline che si mescolano tra loro. Il mio lavoro è definito dalla situazione in cui mi trovo, e si adatta in continuazione alle condizioni del momento. Prima di tutto sono un production designer e porto tutte le mie idee e le mie competenze nel progetto di cui mi sto occupando. Il mio studio produce documentazione tecnica, come file CAD, modelli 3D, rendering fotografici e anteprime video. Una volta che un design è completato, ne curiamo ogni aspetto della produzione fino alla fine dello show, inclusi controllo e programmazione di luci ed effetti.

Ultra Music Festival
Ultra Music Festival, photo©Adam Kaplan-Ask Media

Adesso parliamo di lei: da quanto tempo lavora in questo settore? Ha avuto qualche maestro o mentore che l’ha aiutata a crescere come professionista?
Ho iniziato a lavorare nel mondo dei club nel 1987. I primi anni ‘90 sono stati quelli in cui la scena ha cominciato a espandersi negli Stati Uniti, nell’ambito di eventi underground e di nicchia. Io avevo un amico che si occupava di programmare le luci per questo genere di serate e ho avuto l’occasione di assistere al suo lavoro e dargli una mano: è stato il mio primo incontro con questa realtà e, a partire dal 1995, è diventata la mia professione. A quei tempi la community era veramente ristretta e l’ambiente delle produzioni “mainstream” – per esempio quelle legate al rock show – non era interessato a figure di questo tipo, per cui mi sono formato completamente da solo, sul campo, in un’epoca molto diversa da oggi, dove tutto era più ridotto: le dimensioni degli stage, l’equipaggiamento a disposizione, il pubblico presente…

Il suo lavoro identifica un nuovo modo di produrre spettacolo, in cui l’utilizzo di laser, luci motorizzate, ledwall e fuochi d’artificio si è consolidato ormai come uno standard. Sono dell’idea che l’introduzione di questi elementi scenici abbia contribuito alla creazione di un nuovo linguaggio artistico, è d’accordo? 
Sono perfettamente d’accordo: l’esperienza che ho accumulato nel corso degli anni, all’inizio come partecipante e poi come organizzatore, mi ha permesso di vivere in prima persona l’evoluzione di questo ambiente. Prima che il mondo degli show legati alla musica elettronica si espandesse, gli addetti ai lavori non seguivano una formula collaudata o delle linee guida ricorrenti durante la progettazione dell’evento, ma si ispiravano esclusivamente alla propria sensibilità e al proprio gusto: per me è stato lo stesso, e fortunatamente la mia visione e le mie idee hanno trovato l’approvazione del pubblico, permettendomi quindi di crescere come professionista. Credo che la nuova forma di linguaggio di cui parlavi sia proprio questa: la grande libertà di espressione artistica che guida il mio lavoro è diventata nel corso degli anni una consuetudine comune ai professionisti di questo mondo e ha reso il mio ambiente più innovativo e all’avanguardia rispetto agli show e ai concerti “tradizionali”.

  • Coachella Yuma Tent
  • Coachella Yuma Tent
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Crede che ci siano ancora differenze tra la scena europea e quella americana? In passato gli eventi nel nostro Continente erano perlopiù circoscritti alla dimensione dei club e delle discoteche (a eccezione dei festival organizzati nel nord Europa), e la componente visiva non era così rilevante. Le cose sono cambiate da quando la musica elettronica ha acquisito la popolarità di cui gode oggi…
In passato il layout dei locali non era costruito attorno alla figura del DJ. La postazione della consolle era spesso confinata in un angolo della sala e, in generale, il DJ non riceveva le stesse attenzioni di adesso: solitamente aveva un contratto con un club in cui si esibiva regolarmente tutte le settimane e per tutta la durata della serata. Nel corso degli anni la line-up (l’elenco dei DJ presenti ad un festival, N.d.R.) è diventata un fattore determinante per attirare pubblico a un evento e aumentarne l’appeal, e di conseguenza anche la posizione della consolle ha acquisito un peso maggiore in fase di progettazione. A differenza degli Stati Uniti, in Europa il mercato dei festival ha da sempre goduto di maggiore credito sotto il profilo professionale e, quindi, per il business è stato più facile espandersi. Per questo non credo che gli Stati Uniti abbiano influenzato l’evoluzione del modo di organizzare grandi eventi in Europa, ma sono dell’idea che entrambi gli scenari siano cresciuti seguendo il proprio percorso.

Dopo questa breve panoramica del mondo a cui appartiene, parliamo del suo lavoro: come nasce il progetto per un festival? Segue delle linee guida durante il processo creativo oppure ha piena libertà decisionale?
Ci sono sempre delle linee guida da seguire e sono principalmente dettate dal budget a disposizione per il progetto. È fondamentale, inoltre, tenere conto di eventuali esigenze collegate all’esibizione di DJ che necessitano di setup o equipaggiamenti particolari. Infine vanno considerate le specifiche stilistiche del festival, che influenzano il design di diversi elementi. La progettazione di ciascuno stage è strettamente legata alla location: le variabili cambiano a seconda di un open air, di una tensostruttura o di un palazzetto. Personalmente, nel disegnare un nuovo progetto, mi faccio influenzare dal mondo dell’architettura oppure mi ispiro a set cinematografici o a figure geometriche. Comincio con semplici sketch, su quaderni o con la tavoletta grafica, in cui delineo i livelli fondamentali dello stage. Una volta individuato il concept ideale inizia il lavoro al computer: il team che lavora al mio fianco trasforma le bozze su carta in modelli tridimensionali e realizza i primi rendering video e fotografici su cui confrontarsi con il cliente e con le figure professionali che si occupano di altri ambiti della progettazione. In generale, ideare un progetto per un festival o un club è un’attività estremamente “multitasking” perché il processo creativo interessa, oltre a un grande numero di professionisti, anche un sacco di variabili artistiche e tecniche che devono essere prese in considerazione e inserite nel flusso di lavoro in modo che non interferiscano l’una con l’altra.

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Su quali tipi di tecnologie e attrezzature fa affidamento abitualmente?
Innanzitutto ci tengo a precisare che per me la tecnologia è solo uno tra i tanti strumenti a disposizione nella “cassetta degli attrezzi”. Non ha importanza scegliere un prodotto messo in commercio oggi o dieci anni fa, ciò che mi interessa è come quel prodotto può essermi utile per raggiungere il risultato che sto cercando. Detto ciò, credo che le nuove tecnologie abbiano innalzato il livello delle produzioni e mi piace farne un utilizzo bilanciato. Laser, luci stroboscopiche, ledwall, fiamme, cannoni di CO2… ciascuno di questi elementi trova spazio nei miei progetti. Scegliere una tipologia di proiettore per volta dà la possibilità di applicare pattern differenti allo stesso stage e così facendo riesco a valorizzarne il design in tanti modi diversi. Considera per esempio i ledwall: sono in grado di trasformare radicalmente l’immagine di un palco a seconda dei colori e delle immagini che trasmettono. Un ledwall completamente bianco ti permette di ottenere lo stesso effetto di un accecatore; proiettare grafiche particolari animandole a tempo di musica, invece, crea sincronia tra audio e video e aiuta a immedesimarsi con il brano in riproduzione. C’è poi una differenza sostanziale tra un club e lo stage di un festival: in un club puoi scegliere praticamente qualunque tipo di proiettore tu desideri, poiché viene inserito nel materiale da acquistare per realizzare Coachella Yuma Tent 2016 la location. Nel caso dei festival, invece, tutto l’equipaggiamento è noleggiato; bisogna riflettere bene su quanti e quali prodotti sia più conveniente utilizzare nella costruzione dello show e si deve fare i conti con l’attrezzatura che l’azienda di service ha effettivamente a disposizione, specialmente se – come nella maggior parte dei casi – il progetto riguarda più di uno stage.

Ha la possibilità di confrontarti con i DJ per chiedere loro informazioni durante la realizzazione di uno stage o di un progetto luci?
Nel 99% dei casi la risposta è no. Normalmente il DJ si presenta poco prima della sua performance e sale direttamente sul palco, a decine di metri di distanza dalla nostra postazione. Per questi motivi l’operatore che gestisce la consolle, detto anche VJ, oltre ad avere uno spiccato senso del tempo, deve conoscere molto bene la teoria musicale – suoni, metrica, tonalità… – la colorimetria e i modelli di colori. È una figura in grado di gestire gli effetti di luce con una precisione nell’ordine dei millisecondi: deve letteralmente intuire “che cosa sta per succedere” alla traccia in riproduzione. Da questo punto di vista, la struttura modulare e facilmente prevedibile che caratterizza la musica elettronica è di grande aiuto al VJ. Un bravo operatore è capace di anticipare l’andamento di una traccia o la prossima mossa del DJ, trasmettendo al pubblico la sensazione che, brano dopo brano, stia sempre per succedere qualcosa di grandioso da vedere e da ascoltare.

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All’inizio di questa conversazione abbiamo parlato di “avanguardia”: che cosa ci possiamo aspettare dal futuro, secondo lei? Crede che ci sia ancora spazio per nuove innovazioni in questo ambiente?
C’è sempre spazio per l’innovazione, e le tecnologie si evolvono continuamente. Penso per esempio ai ledwall: prima che si affermassero come standard per la riproduzione di video ed elementi grafici, i videoproiettori erano molto più diffusi di adesso. Prima ancora i video non si utilizzavano proprio! Una nuova tecnologia a nostra disposizione è quella del motion tracking, la possibilità cioè di seguire con la luce elementi in movimento sul palco. La tecnologia rende le cose più semplici, sia economicamente sia dal punto di vista artistico, e ci permette di dare spazio a nuove idee che prima erano irrealizzabili. In questo periodo sono a lavoro con il mio team per la prossima edizione dell’EDC a Las Vegas e avremo a disposizione oltre 3.000 proiettori motorizzati e 3.500 m2 di ledwall: potere fare affidamento su così tanto materiale mi permette di progettare ambienti maestosi ed estremamente coinvolgenti, che non sarei mai stato in grado nemmeno di immaginare qualche anno fa, con tecnologie differenti e risorse più limitate.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°323, marzo 2018.

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