Keith Sonnier. Light Works, 1968 to 2017


mostra “Keith Sonnier. Light Works, 1968 to 2017
Veduta della mostra “Keith Sonnier. Light Works, 1968 to 2017”, Galleria Fumagalli, Milano (27 settembre-19 dicembre 2018). photo ©Antonio Maniscalco. Courtesy Galleria Fumagalli

Nel 1930 il neon incomincia a interessare gli artisti; Moholy-Nagy, protagonista del Bauhaus, è tra i primi a intuire le potenzialità espressive della luce e, affascinato dall’illuminazione notturna delle grandi città, l’ha sperimentata in strutture sinestetiche. Da allora il tubo fluorescente, prima bianco poi a colori con Dan Flavin, Maurizio Nannucci e Bruce Nauman, tanto per citarne alcuni, è materia dell’effimero, dell’arte di ieri e di oggi.
La Galleria Fumagalli di Milano, dopo l’indimenticabile mostra personale dedicata a Maurizio Nannucci, in cui il colore è scritto e illuminato, continua l’incursione intorno alle possibilità poliedriche della luce, in particolare del neon, il cui nome deriva dalla parola greca “neos” (nuovo), quale catalizzatore di sensazioni, riflessioni e visioni sempre nuove e in relazione allo spazio.

Lit Circle Red with Etched Glass, 1968_Kate Sonnier
Lit Circle Red with Etched Glass, 1968 photo ©Antonio Maniscalco. Courtesy Galleria Fumagalli

“Light Works, 1968 To 2017” è il titolo della prima importante mostra personale di Keith Sonnier (1941) in Italia, dove l’artista è ancora poco conosciuto. L’autore della serie Neon Wrapping Incandescent, lavori innovativi del 1970, ha animato con sculture curvilinee e fluide, arabeschi fluorescenti colorati e altre strutture sensoriali gli ambienti algidi della galleria, trasformata per l’occasione in un atelier emozionale con stimolatori psichici e visivi. Questa mostra ha documentato le evoluzioni sperimentali di ricerca di Sonnier, post minimalista, attivo nell’ambito della Arte Processuale, interessato alla ricerca Anti-Form indagata da Robert Morris, riconoscibile per le strutture “fluide”, non rigide, in antitesi alle forme geometriche del Minimalismo. Sonnier, raffinato maestro della percezione, debutta nel 1968 nella collettiva ideata da Robert Morris, ex esponente del movimento minimalista americano, “9 at Leo Castelli” a New York, accanto a Joseph Beuys, William Bollinger, Eva Hesse, Bruce Nauman, Richard Serra, Gilberto Zorio e Giovanni Anselmo. Nello stesso anno espone alla John Gibson Gallery nell’ambito della mostra “Anti-Form”, l’anno successivo al Whitney Museum nell’ambito di “Anti-illusion: procedures/materials” e, nel 1970, a “Information” al MoMA. Seguiranno altre importanti mostre alla galleria di Leo Castelli, suo mecenate.
Sonnier lavora in serie e incentra la sua ricerca sul polimaterismo sin dagli esordi, introducendo materiali organici e industriali, come feltro, lattice, raso, specchi, schiuma, gommapiuma, oggetti trovati, radiotrasmettitori, telefoni, video, film e altri strumenti tecnologici. L’obiettivo dell’artista americano è di mettere in discussione i limiti della scultura tradizionale per indagare il rapporto tra arte, scienza, spazio, luce e sensazioni, e l’introduzione del neon ha contribuito con altri media a valorizzare ambienti dal ricercato effetto teatrale, in bilico tra ragione e sentimento. Sonnier, abile “cosmologo” dell’effimero, è l’inconfondibile autore di forme fluttuanti realizzate con tubi fluorescenti colorati; coglie il dinamismo insito in natura attraverso linee fluide e sinuose come la Struttura al neon di Lucio Fontana del 1951.

Comus Sel Series_Kate Sonnier
Comus (Sel Series), 1978-2003. Neon, argon, pittura, cavo e trasformatore 237x102x18 cm photo ©Caterina Verde. Courtesy Galleria Fumagalli Milano


Di Lit Circle Red with Etched Glass (Lit Circle Series, 1968), scultura esposta a terra appoggiata al muro nella galleria milanese, la protagonista è l’energia che genera sensazioni, inglobata nel trasformatore e cavo elettrico e attraverso il neon rosa dell’opera di vetro. Questa scultura sembra una grande lente d’ingrandimento capace di amplificare la tensione di superamento dei limiti tra materiali e parete, e attraverso il neon tenta di liberare il gas del tubo fluorescente, potenziando il dialogo tra l’architettura e l’opera per creare una connessione con lo spazio e lo spettatore. Anche nelle altre sculture a muro il colore disegna circuiti polisensoriali che alterano la percezione dello spazio, combinando elementi tecnologici con temi organici: un mix inusuale che sottende l’imperfezione, poiché in natura nulla è quadrato o perfettamente circolare, ma tutto è fluido, dinamico e in perenne trasformazione. Dagli anni Settanta in poi, le sue opere di varie dimensioni si caratterizzano per una ricercata tensione scenografica, in cui in maniera equilibrata si fondono elementi astratti con evocazioni figurative, l’effimero con l’architettura in chiave pop concettuale
con raffinate invenzioni formali. Sono note le sue installazioni ambientali anche a scala monumentale, come le varie declinazioni della serie Ba-O-Ba, dedicata alla sezione aurea, per gli esterni della Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe a Berlino, nel 2002, e per la Lever House di New York nel 2003. Si distinguono tra le altre le sue Sel Series (1978-2003), soluzioni formali indefinibili, pseudo figurative, che evocano creature misteriose, sagome fantastiche e presenze aliene luminose accattivanti che derivano da un’antica astratta forma di scrittura cinese, nominata Sel-calligraphy, e introducono il rapporto tra forma, colore e linguaggio, testo e immagine, architettura e spettatore.

  • Motodom_Keith Sonnier
  • Lichtweg_Keith Sonnier

Sono capolavori il tentacolare Prairie (Gran Twister Series, 2012)la serie Chandelier Series degli anni Duemila, che trasuda di energia capace di configurare impulsi elettrici e cosmologie di cablature sotterranee, e gli archi evocati da Floating Grid Series (2017). Nelle sue installazioni ambientali Sonnier trasforma il colore in volume in cui la luce materializza spazi luminosi dentro architetture preesistenti. In una intervista l’artista ha dichiarato: “Sono attratto dal neon perché questo è, letteralmente, un gas intrappolato, un colore reale non applicato a una superficie nel senso di dipinto, ma un colore che bagna o riempie in maniera naturale l’ambiente a lui immediatamente vicino”. Nella galleria milanese, con una ricercata selezione di sculture, hanno impressionato i lavori recenti, sculture luminose solide e pulsanti, ideate come protocolli sperimentali risolti in ghirigori di linee contorte che evocano il volo degli insetti o le “incursioni aeree” di stormi di uccelli migratori dalla forte carica vitalistica, rigenerante. Convince la sua riconoscibile cifra stilistica di sovrapposizione di forme ellittiche con tubi sinuosi al neon variopinto; riflettori, un trasformatore di acciaio saldato e altri materiali configurano sculture possenti e fragili insieme, capaci di generare soggetti nuovi, stupefacenti. Scaturite da immagini personali, sono opere per un fruitore dallo sguardo dinamico e mutevole, in cui la luce si fa oggetto del pensiero sulle modalità del fare arte.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°326, dicembre 2018.

Keith Sonnier, nato nel 1941 in Louisiana, tra i principali esponenti del Minimalismo, e tra i primi artisti a sperimentare alla fine degli anni Sessanta l’utilizzo delle luci al neon nella scultura, è morto lo scorso 18 luglio 2020 dopo una lunga malattia a Southampton, New York.
Lo ricorderemo come il Poeta della Luce, come ricorderemo la grande retrospettiva che la Galleria Fumagalli di Milano gli ha dedicato nel 2018. L’articolo che pubblichiamo, firmato dalla storica e critica d’arte Jacqueline Ceresoli su LUCE n°326, dicembre 2018, parla di questa grande mostra e delle sue opere in cui la luce si fa oggetto del pensiero sulle modalità del fare arte.

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