Piano nobile di luce


Elphie Berlino
photo ©Maxim Schulz

La Elbphilharmonie ad Amburgo, una complessa opera d’arte di luce illuminata da Ulrike Brandi

L’apertura della “Elphie” ha richiesto più di 10 anni di sforzi. Il costo della sua edificazione è lievitato a 789 milioni di Euro, contro la previsione iniziale di 77 milioni, di cui oltre il 90% coperti da fondi cittadini.
La Elbphilharmonie, degli architetti svizzeri Herzog & de Meuron – autori anche della nuova Fondazione Feltrinelli in Porta Volta a Milano e recentemente vincitori del concorso per il Museo del XX Secolo a Berlino –, si innalza per 108 m sulla città di Amburgo. L’ingresso, ritagliato tra il tetto del deposito preesistente e il nuovo edificio sovrastante e chiamato Plaza, è aperto al pubblico, a cui offre una meravigliosa vista sulla riva di uno dei due rami dell’Elba e sul quartiere HafenCity nel centro della città, sede anche del porto. La sala principale, disegnata dall’ingegnere acustico giapponese Yasuhisa Toyota, è il più grande dei tre auditorium con i suoi 2.100 posti a sedere – distribuiti intorno al palcoscenico secondo lo stile vigneto inaugurato dalla Filarmonica di Berlino negli anni ‘60 – e contiene 1.200 corpi illuminanti di vetro soffiato a mano. Imbottiture di piume e 10.000 pannelli acustici di carta e intonaco intagliati separano la sala dal resto dell’edificio per isolarla acusticamente, mentre 600 lastre di vetro ricurvo spesso 48 mm sono incorporate nella facciata.
Il progetto è nato dal sogno di Alexander Gérard, costruttore privato e vecchio compagno di studi di Herzog e de Meuron, che aveva sperato di finanziare il piano con 45 appartamenti di lusso e un hotel di 250 stanze, anch’essi situati all’interno dell’edificio di vetro.
Con questi numeri il galeone di vetro – tra le più grandi ed acusticamente avanzate sale da concerto al mondo – è stato varato a gennaio. L’idea principale era “usare il Kaispeicher A (il deposito preesistente, NdR) come piedistallo, collocandoci qualcosa sopra che, in contrasto con l’arcaica solidità del magazzino, avesse una forma espressiva completamente diversa”, dichiara Herzog al Der Spiegel. Questa affermazione suggerisce di interpretare la gigantesca scatola di vetro al piano superiore come un piano nobile di Luce: il trionfo della musica – o più in generale della sua raffinata sofisticatezza – sull’indole bestiale del commercio al piano inferiore – il porto – , come nei palazzi rinascimentali. Ulrike Brandi, che ha diretto il lighting design di questo progetto mastodontico, ne ha un’idea più modesta e meno elitaria: “Certo si tratta di un edificio culturale inserito in un’area industriale, cosa apprezzabile perché ora l’intera area portuale ha assunto una funzione diversa rispetto a 50 o 100 anni fa. Io sono stata coinvolta fin dalla fase preliminare del progetto. Dopo aver vinto la competizione indetta per ottenere la commissione, ero felice perché mi piaceva molto quell’architettura. Il vecchio deposito Kaispeicher A era stato costruito con i mattoni rossi negli anni ‘60 dall’architetto Werner Kallmorgen, all’epoca molto famoso in Germania. Le sue architetture sono limpide e modeste, sempre in relazione all’ambiente circostante e al contesto urbano. In questo caso la funzione dell’edificio era principalmente depositare merci in un magazzino, con poche finestre molto piccole: l’idea di H&dM di una sala concerto in cima al palazzo esistente era fantastica. L’umanità ama godere della musica: credo sia bello poterla gustare insieme, in una meravigliosa luce. Nonostante ciò non so se userei parole come trionfo. Quando faccio lighting design o quando mi occupo di luce per l’architettura, si tratta per me sempre di un’espressione dell’umano in quanto essere sociale”.

elbphilharmonie
photo ©Thies Raetzke

Secondo questa interpretazione sociale dell’architettura, l’edificio permette al pubblico di accedervi gratuitamente indipendentemente dai concerti.
Sì, l’accesso è libero nella Plaza, la piattaforma tra il palazzo in mattoni e la nuova struttura di vetro. Era un punto fondamentale del dibattito nella città di Amburgo, che non voleva un luogo dedicato esclusivamente a persone ricche e bene educate, a chi può pagare un biglietto decisamente costoso. I cittadini e l’amministrazione comunale di Amburgo volevano che questo palazzo fosse per tutti, con aree pubbliche ad accesso libero. Al suo interno ha luogo anche un nutrito programma educativo, dove scolari e bambini possono prendere parte a laboratori e attività simili. Era un chiaro obiettivo politico e fortunatamente la città di Amburgo è stata molto precisa in questo.

Che ruolo gioca la luce dall’esterno del palazzo di vetro?
Per la sua particolare location, l’Elbphilharmonie è unica in termini di condizioni di luce ed è ora diventata il nuovo emblema della città.
La parte superiore è in vetro: il fatto che gli eventi fossero sempre visibili dall’esterno, proprio grazie alla loro illuminazione, era particolarmente interessante per me. Quando le luci della sala principale, situata esattamente al centro dell’edificio, sono accese, le persone riescono a capire anche da fuori che avrà luogo un concerto. Prima di tutto ci siamo detti che l’architettura dell’Elbphilharmonie è abbastanza potente di per sé e non necessitava di un ulteriore spettacolo di luci all’esterno. L’illuminazione è complementare, modesta, e funziona secondo principi ottici semplici. Abbiamo deciso di non puntare nessuna luce sul blocco inferiore in mattoni – anche se trovandosi sotto al palazzo di vetro ora appare ancora più buio –, perché altrimenti sarebbe apparso artificiale e avrebbe assunto una rilevanza pari alla parte superiore. In questo modo, invece, la base in mattoni dell’edificio conserva la sua attitudine modesta e riceve solo un po’ della luce riflessa dall’area circostante.
Il mio approccio a questo progetto è stato quello di mantenere una forte relazione con il contesto e non iper-illuminare il palazzo soltanto perché è il più importante. Per me l’essenziale era mantenere la connessione tra esterno e interno in ogni ora del giorno. Il cielo, l’acqua e la vista panoramica sulla città dovevano restare esperibili anche dall’interno, perciò l’interno non doveva essere troppo illuminato. Siamo perciò andati nella direzione del bagliore, non dell’abbagliare come nelle pubblicità. Abbiamo anche previsto che le sorgenti di luce fossero regolabili tramite dimmer, così da poterle portare al settaggio più basso in tarda serata”.

Quale utilizzo avete fatto della luce naturale che attraversa la facciata in vetro?
Il tipo di vetro utilizzato ha molte funzioni, prima di tutto quella di isolare l’edificio dal calore e conservare una temperatura costante al suo interno. Per risolvere questa questione, abbiamo stampato svariati pattern a puntini all’interno di un vetro multistrato dalla tecnologia molto sofisticata. La luce qui, al contrario che nei consueti vetri che proteggono dal sole, non è filtrata in maniera uniforme sull’intera superficie della finestra. Abbiamo calcolato numero e densità dei puntini a seconda di quanta luce e calore volevamo venissero riflessi: più densi lungo gli angoli delle lastre, mentre nella parte centrale la vista resta libera. I punti sono argentei nella parte esterna così da riflettere la luce. Su un ulteriore strato sono invece contenuti punti neri, perciò non riflettenti. In questo modo è possibile guardare fuori senza essere accecati dal sole.

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  • Elbphilharmonie_iwan Baan

Zumtobel ha realizzato 1.200 corpi illuminanti sferici di vetro soffiato a mano e altri prodotti di alta tecnologia sviluppati per l’intero concept.
Il progetto di questo impianto è stato ideato nel nostro studio (Ulrike Brandi Licht, NdR) insieme a Herzog & de Meuron, dopodiché abbiamo scelto un’azienda che fosse in grado di costruire l’oggetto nei dettagli. L’idea era quella di avere dei corpi illuminanti posti al di sotto del soffitto, così che esso stesso venisse illuminato. Se avessimo semplicemente posizionato delle downlight incassate nel soffitto, esso non sarebbe stato illuminato, mentre le sfere di vetro permettono che la giusta porzione di luce venga riflessa anche su di esso. Al di sopra di queste palle di vetro sul soffitto si trova l’impianto tecnico, mentre all’interno del soffitto stesso sono collocate downlight con LED dimmerabili che conferiscono un caldo bagliore all’interno delle sfere di vetro.

Si tratta dell’unica fonte di illuminazione per uno spazio così grande?
No, poiché i musicisti necessitano di migliaia di lux sui loro posti a sedere per leggere la musica. C’è un enorme elemento sospeso al centro della sala, un grande riflettore acustico. In cima a esso ci sono luci che illuminano la calotta sottostante, che altrimenti sarebbe apparsa come un buco scuro. Al di sotto sono installate le luci del palco, con riflettori mobili e direzionabili che generano ancora più luce diretta sul palcoscenico. Altre luci dirette sul palco provengono da una fessura circolare sul soffitto, i cui corpi illuminanti e le relative sedi sono discretamente celate alla vista.

Elbphilharmonie_Michael Zapf

Il suo studio ha anche progettato l’illuminazione per i nuovi Theatre e Recital Hall della Royal Academy of Music a Londra, che apriranno entro fine anno. Quali sono le specificità del lighting design in tali spazi culturali?Questa è stata una bellissima esperienza.
Lo studio Ian Ritchie Architects Ltd è stato incaricato dalla Royal Academy of Music – parte della University of London e tra i migliori conservatori al mondo – della ristrutturazione del Theatre e dell’ampliamento della Recital Hall. Amo molto quando si ristruttura un edificio, perché si può vedere come questo è vissuto dalle persone. Dal cantiere potevo ascoltare le esercitazioni musicali dei giovani musicisti, provenienti dalla sala prove.
Del progetto mi piaceva anche molto l’idea di Ian Ritchie Architects per gli interni, completamente rivestiti di legno come un enorme strumento a corda. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello, invece del tradizionale lampadario centrale, che la luce venisse distribuita per l’intera sala. Così abbiamo ridisegnato i cristalli del tradizionale lampadario e li abbiamo disseminati lungo l’intera superficie del soffitto e delle pareti.

Lei è anche fondatrice del Brandi Institute of Light and Design. Perché ha sentito la necessità di sostenere la formazione in questa disciplina? 
Ho un’idea mia di come si impara a essere un lighting designer. Ho sempre pensato sia molto importante integrare la conoscenza degli aspetti estetici e tecnici legati all’illuminazione, l’osservazione e la comprensione degli svariati fenomeni che la luce può creare con una conoscenza più prettamente tecnica. Sia in fase di costruzione che di progettazione si lavora con numerose persone di formazione differente, e si deve essere in grado di comunicare con loro in maniera strutturata, a esempio essendo in grado di stimare i costi. Nei miei workshop analizzo queste questioni in sessioni di una settimana o tre giorni, e vedo che i giovani sono entusiasti di un approccio che non tenga separati questi tre aspetti. Imparano a tenere conto del budget fin dal primo momento e a comunicare con il cliente in termini di rapporto tra costi e qualità, per una buona consulenza finale.

Tornando alla Elbphilharmonie, come mai i costi sono stati rivisti in maniera così ingente?
Ci sono diverse ragioni per cui è costata molto più del previsto. Parte della responsabilità è attribuibile a come vengono assegnati gli appalti e sicuramente anche al fatto che abbia richiesto così tanto tempo per essere ultimata. Dal punto di vista dell’illuminazione non è però costata poi così tanto, perché io sono molto strutturata sotto quell’aspetto, come insegno nei miei corsi.

  • Elbphilharmonie_Michael Zapf
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Essere una donna ha influenzato la sua carriera?
Quando ho iniziato a lavorare come lighting designer trent’anni fa, c’erano pochissimi studi di lighting design diretti da donne.
Gli ingegneri elettrici all’inizio tendevano a testare le mie competenze, volevano vedere se ero in grado di rispondere con argomenti tecnici specifici, e solo dopo questo esame venivo accettata. Ora credo sia cambiato un po’, ci sono più aziende di donne. Una donna all’inizio deve fare qualcosa in più per essere riconosciuta, ma poi credo non ci sia differenza.

Illuminare la città: lei ha scritto un libro su questo tema. Che genere di innovazioni e nuove concezioni ci attendono nel prossimo futuro?
Quando una città ha bei palazzi e un bel contesto urbano è bene mostrarli, ma senza esagerare. Molte città hanno una giungla di differenti tipi di illuminazione, cosa molto dispendiosa anche dal punto di vista della manutenzione. Trovo positivo che le città ora siano coscienti che serve un concept per l’illuminazione, perché l’aspetto estetico ha la sua importanza. Certamente l’innovazione tecnologica ci permette di controllare le nuove sorgenti di luce in maniera impensabile solo dieci anni fa. Aree che necessitano molta luce per questioni di viabilità ora possono avere un’illuminazione più intensa durante le ore di punta, più tenue nelle ore meno trafficate, con un vantaggio anche dal punto di vista dei consumi e, quindi, dell’ambiente. Il buio è molto importante: più luce aggiungiamo, meno la pupilla riesce a regolarsi, cosicché persino aumentando ulteriormente l’illuminazione non saremo in grado di vedere meglio. Molto meglio usare meno luce, in modo da poter aprire di più gli occhi, allargare la pupilla e registrare più dettagli. Ad Amburgo, a esempi, l’illuminazione stradale fornisce solo la metà della quantità di luce fissata dagli standard dopo la crisi petrolifera degli anni ‘70. In ogni lampione erano installate due lampade, di cui una viene ora tenuta spenta: l’illuminazione media è ampiamente sotto lo standard, eppure non si registrano maggiori incidenti e tutto funziona perfettamente.

L’articolo è originariamente apparso su LUCE n°319, marzo 2017.

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