KEITH SONNIER ALLA TORRE VELASCA


keith sonnier
© -gm- (Flickr)

Quasi a completamento della splendida mostra personale “Light Works, 1968 to 2017” da poco conclusa alla Galleria Fumagalli di Milano – la critica d’arte Jacqueline Ceresoli ne parla sul numero di dicembre di LUCE –, Keith Sonnier torna a Milano, alla Torre Velasca (Piazza Velasca 3/5), da giovedì 10 gennaio alle ore 18.00 fino al 16 gennaio (dalle 5 del pomeriggio fino alle 6 di mattina) con una serie di 6 corti realizzati negli anni Settanta e mai presentati in Italia.

Progettata nei tardi anni Cinquanta dallo studio BBPR (fondato nel 1932 da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers) e di proprietà del Gruppo Unipol, che sostiene questo importante evento milanese, l’iconica Torre Velasca porterà in scena i seguenti video del grande artista statunitense:

PAINTED FOOT: BLACK LIGHT, 1970 (16min)

Il performer entra nello spazio attivato e sistema al centro della visuale gli oggetti di scena – un barattolo di vernice luminosa e un’asse di legno lunga circa 60cm (2 piedi). L’azione suggerisce una manipolazione ritualistica degli elementi: si applica lentamente il pigmento al piede, muovendosi fino al ginocchio, mentre la luce stroboscopica definisce una cadenza ritmica. Sposta ripetutamente a ritmo il piede dall’area del pavimento schizzato di vernice all’asse di legno, flettendo la caviglia, tenendo il piede in posizioni diverse. La performance termina con la testa dell’esecutore posizionata contro l’asse di legno, ora ricoperta dalle impronte del suo piede.

NEGATIVE, 1971 (11min)

Una fotocamera fissa si concentra su una gamba, dal ginocchio in giù, al centro della ripresa, mentre si muove con il tallone al ritmo di un metronomo. L’obiettivo della fotocamera viene aperto e chiuso allo stesso ritmo.

POSITIVE-NEGATIVE, 1970 (12min)

Due telecamere incorniciano la testa del performer, ruotandovi attorno a 360°. Le viste complementari sono simultaneamente proiettate su ciascuna metà dello schermo, una in positivo e l’altra in negativo. Mentre il performer si gira, le videocamere riprendono autonomamente il viso e la parte posteriore della testa, o i suoi profili sinistro e destro, mantenendo una relazione binaria costante.

RUBDOWN, 1970 (11min)

Il busto di un uomo sdraiato supino riempie metà del fotogramma. Nell’altra metà, una mano sfrega un tappetino di gommapiuma.

LIGHTBULB AND FIRE, 1971 (21min)

Una lampadina ad accensione magnetica viene accesa e spenta da mani o piedi che lasciano impronte di vernice argentata. Una polvere infiammabile cosparsa sul pavimento circoscrive l’azione, venendo poi accesa quando la lampadina viene rimossa.

DIS-PLAY, 1969 (11min)

Due specchi quadrati appoggiati contro pareti opposte consentono ai performer di vedere ciò che fanno in tempo reale. Un proiettore per diapositive proietta una luce bianca a intervalli di mezzo secondo, inframmezzati ogni tanto da diapositive che riportano le attività delle sessioni precedenti. Una cortina teatrale appesa al soffitto tra la parete di proiezione e il proiettore crea uno schermo galleggiante. I performer orientano la loro azione sui riflessi negli specchi e sulle loro ombre ingrandite sulla tela.

Un solo show che apre la serie di Art Tales nata dalla collaborazione tra Converso_Offsite – il ramo di Converso, la piattaforma dedicata a tutti i linguaggi espressivi dell’arte contemporanea che ha riportato in vita la sconsacrata Chiesa di San Paolo Converso, che si apre dal 2018 a collaborazioni con spazi architettonici altri –  e Urban Up | Unipol Project Cities, con la collaborazione di The National Exemplar Gallery di New York.

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