Be naïve – Intervista a Ron Gilad


Ron Gilad

Abbiamo incontrato Ron Gilad, designer e creative director di Danese Milano, durante le accelerate giornate della Milano Design Week presso Villa Danese a Milano, con una mostra da non perdere. Immancabile sigaretta, succo di frutta e un sorriso, nonostante la fatica dei giorni precedenti; “Andrea, you are my personal journalist”, anche se ci siamo incontrati tre volte.

Sulla luce, durante la nostra prima intervista su LUCE 318, aveva mostrato idee molto precise: “Voglio essere sincero, non sopporto la luce artificiale. La posso apprezzare durante la notte, ma se mi sveglio al mattino e devo accendere una lampada, sono nel posto sbagliato, ho bisogno di sapere dove mi trovo. Quando mi trovo nel mio studio a Tel Aviv mi sento confortato e fortunato, poiché ci sono grandi finestre a sud, est e ovest, al mattino è un po’ più complicato perché non ho la luce diretta del sole e quindi mi muovo tra le stanze seguendone il movimento, lo seguo ovunque, questa è una mia ossessione riguardo alla luce”.
Oggi parliamo invece di oggetti, di nuove visioni e programmi. Ascolta con attenzione le domande, una piccola pausa di riflessione, con voce leggera inizia il suo racconto.

Un anno fa iniziava la sua avventura con Danese, che bilancio ne fa?
A un anno di distanza comincio a capire che l’operazione, l’evoluzione e il rinnovo dell’azienda non è tanto questione di creare una nuova collezione e pulire il catalogo da pezzi non più rilevanti. È un’azione molto più ampia e molto più grande di quanto le mie spalle possano reggere, poiché non richiede un solo designer, ma un vero e proprio team. Credo che la riorganizzazione debba riguardare molteplici aspetti dell’azienda e non il solo rinnovo del catalogo.

Dopo aver riordinato il catalogo, quali sono le novità che presenterete quest’anno?  E quali le novità per Ron Gilad?
Il mio lavoro come direttore creativo e i prodotti della scorsa collezione hanno ricevuto feedback piuttosto buoni dal mercato; non voglio usare la parola “successo” perché mi riferisco a una situazione specifica. Il successo di Danese non è quello di Alessi o di Driade, ci rapportiamo ad una scala differente. Sai, a un anno un bambino non può certo correre, cammina a malapena. Quest’anno abbiamo lavorato su due direzioni. La prima è stata quella di continuare la mia ricerca personale all’interno dell’azienda con i progetti che presento qui, in un certo modo rilevanti e legati a quelli dell’anno scorso. I prodotti dello scorso catalogo erano studi e ricerche alla base di quelli di quest’anno. La seconda è stata quella di spargere nuovi semi nel giardino: in questo caso, Michele De Lucchi e Richard Hutten. L’idea è stata quella di dar loro la possibilità di definire progetti a una scala maggiore, più commerciali e che potessero evolvere in un sistema e non fossero qualcosa di statico. Non c’è conflitto tra quello che faccio io e quello che fanno loro. Potenzialmente, il sistema di Hutten può evolversi ed essere adatto al mercato del contract; quello di De Lucchi è più prezioso in termini di materiali, la struttura più complessa e quindi più da mercato di alta gamma. L’installazione dei prodotti è una riproposizione di quello pensato l’anno scorso, perché volevo che il visitatore si concentrasse sull’oggetto, sui dettagli e sui materiali e non venisse distratto dall’ambiente.

Un consiglio per un giovane designer?
Ai giovani designer suggerisco di restare naïve e di non seguire la dottrina dell’industria.

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