La Torre di Rem Koolhaas


Fondazione Prada
photo © Ugo Dalla Porta

Nove piani di cemento bianco di geometrica bellezza irrorati dalla luce

L’Arte “che sale” si vive affrontando la rampa di 300 gradini della Torre bianca della Fondazione Prada: spigolosa ma armonica, firmata Rem Koolhaas e studio OMA, conduce lo spettatore all’ultimo piano, belvedere con vista emozionate sulla Milano che cambia.

L’architetto olandese ha sovrapposto un modulo, il white cube, sviluppandolo in altezza, aumentando le sue proporzioni in scala. All’apparenza semplice, in realtà l’interno è molto complesso, con soluzioni spaziali differenti, progettate ad hoc per dialogare con le opere della collezione permanente. Ogni piano si espande salendo: provare per credere. Il primo ha un soffitto alto due metri e mezzo, l’ultimo otto. In via Giovanni Lorenzini, la Torre di 60 m – 9 piani, di cui sei destinati a mostre ed esposizioni, mentre gli altri ospitano servizi per il visitatore, un ristorante arredato con pezzi originali del Four Seasons di New York progettato da Philip Johnson nel 1958, una terrazza panoramica di 160 metri quadrati con rooftop bar – dialoga con la Torre Velasca, diventando il landmark del nuovo distretto dell’arte contemporanea ricavato da un ex distilleria. La Torre algida e maestosa svetta nel cielo, se vista da Porta Romana, affacciandosi sullo scalo ferroviario in attesa di riqualificazione. Sul retro del monolite, monumentale e scultoreo, un contrafforte bilancia la struttura, attraversato da un periscopio di vetro che appare dalla parte opposta. Sorprende l’interno, con ambienti pensati con proporzioni che si moltiplicano con le scale, l’elemento unificante intorno al quale si sviluppa la Torre in cemento bianco ottenuto con la polvere del marmo di Carrara.

Fondazione Prada
photo © Ugo Dalla Porta

La flessibilità dell’architettura è valorizzata da vetri cristallini utilizzati come separé suoi pianerottoli. Un parallelepipedo rivestito di specchi ospita i vari servizi. È stato lasciato grezzo il cartongesso rosa dietro ai reticoli di metallo chiaro, un espediente che conferisce all’architettura un cortocircuito visivo tra elementi curati nei minimi dettagli e altri volutamente non finiti, in cui spiccano le maniglie d’oro. Lusso, rigore e materiali innovativi e fintamente poveri sono il connubio geniale adottato anche nelle sale espositive, dove innesti di truciolare rivestono le pareti, alternati a superfici lucide e raffinate. La Torre è una scultura autoreferenziale, anche vuota emoziona per la sua geometrica leggerezza. Si consiglia di salire con le scale e di scendere con l’ascensore in marmo rosa (in plastica mimetica) che, sospeso nel vuoto, scivola lungo il lato esterno dell’edificio, spettacolare nella sua austera maestosità. I grandi spazi espositivi sono destinati a ospitare installazioni della collezione del XX e XXI secolo di artisti italiani e stranieri di fama internazionale.

Le opere selezionate da Miuccia Prada, con la collaborazione di Germano Celant, sono ospitate nei sei piani della Torre. L’ascesa nell’empireo dell’arte incomincia con i grandi trasparenti di Carla Accadi e un’opera di Jeff Koons, i Tulips, palloncini pop oversize, coloratissimi, in acciaio dipinto e metallizzato. Toglie il fiato l’installazione di Walter De Maria Bel Air Trilogy, con Chevrolet “Bel Air” infilate da una barra di metallo, super car, icone del boom economico anni ‘50. Sorprendono, al quarto piano, le opere di Edward Kienholz e, dal punto di vista architettonico, il fatto che a ogni livello la forma degli ambienti cambia, passando dal triangolo al trapezio. Cambiano anche la posizione delle vetrate: alcune si affacciano verso lo scalo, altre sui lati nord e sud dell’area, da cui si gode il privilegio di vedere Milano da diverse prospettive. Tra le altre opere non si dimentica l’installazione Confluenze di Pino Pascali e, giunti all’ottavo piano, passando tra decorazioni optical bianche e nere dei pavimenti o di alcuni servizi, le trasparenze della terrazza sul tetto, da cui si gode uno spettacolo mozzafiato. Cercate gli inquietanti box di Damien Hirst, catalizzatori di centinaia di mosche posizionati davanti a una vetrata, e, se l’opera turba, guardate fuori. Trovate anche gli Upside Down Mushrooms di Carsten Höller, enormi funghi in polistirene e poliuretano appesi al soffitto a testa in giù, e tre capolavori sconosciuti in ceramica e mosaico di Lucio Fontana, che fanno pendant con il fregio di Arlecchino ospitato nel teatro. Il lato sud della Torre si unisce al Deposito, innestandosi con l’edificio esistente in largo Isarco, l’olimpo dell’arte contemporanea.

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