Conversazione con Pasquale Mari

Debutterai con l’Andrea Chénier il 7 dicembre al Teatro alla Scala, ma se volgi un attimo lo sguardo indietro, quali sono i momenti e le immagini che ricordi dei tuoi primi lavori?
È vero, lo ammetto, sento questo debutto all’inaugurazione della stagione scaligera come uno dei punti nodali del percorso fatto fino a questo momento. Non avrei mai pensato, né desiderato, quando ho cominciato, che mi capitasse un giorno.
Non pensavo neanche che avrei mai lavorato nell’opera lirica; non pensavo neanche che avrei lavorato per sempre in teatro…
Ecco, l’approccio da neofita è stato la costante del mio percorso.
Ero un film-maker e critico in erba quando ho fondato nel 1979 Falso Movimento (con Angelo Curti, Mario Martone, Andrea Renzi); i nostri lavori erano di genere performativo, site specific, come si direbbe oggi, e multi-mediali, come si diceva allora, e prevedevano la nostra presenza accanto alle nostre tecnologie – proiettori Super8, proiettori per diapositive – sulla scena.
Studenti di Lettere con indirizzo verso lo Spettacolo, ci siamo trovati sui palchi di mezza Italia, impreparati, a farci insegnare le tecniche della messa in scena e a sentirci ripetere che no, non avremmo più smesso di fare quel mestiere… E così è stato.
La vocazione unica verso la luce però, una specie di chiamata, io l’ho sentita nel corso della preparazione di uno dei nostri lavori più ambiziosi, Ritorno ad Alphaville, riscrittura per spazi non teatrali del film Alphaville di Godard, nel 1986.
Una scena del film che stavamo studiando, in particolare.
All’improvviso in un grande ambiente del set fantascientifico di Godard si accende una lunga teoria di tubi al neon, spostando la scena dal nero al bianco, e qualcuno commenta: “Toh, si è fatto giorno…”.

Durante i tuoi esordi quali sono state le influenze che hanno agito nel formare il tuo pensiero e il tuo approccio metodologico con la Luce?
La mia influenza principale è stata la luce cinematografica.
Il bianco e nero del cinema nordeuropeo d’anteguerra – Murnau, Lang, Dreyer – e del cinema americano anni ‘40 e ‘50, la cui luce eccellente era in molti casi fatta da operatori transfughi della guerra in Europa.
La luce graffiata sui singoli fotogrammi dei suoi film da uno sperimentatore come Josef Kubelka, che progettava utopistiche sale di proiezione dove ottenere la concentrazione assoluta dello spettatore.
E infine la luce del cinema americano anni ‘70 delle strade (Scorsese) e dei grandi racconti epici (Coppola). Ricordo un giorno intero chiusi in casa con il gruppo di amici già citati a guardare in sequenza Il Padrino I e II.

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