Correva l’anno 1996: scompare Dan Flavin, nato a New York nel 1933, tra i protagonisti del Minimalismo americano, dal carattere burbero, solitario, appassionato del costruttivismo russo e della pittura come forma pura, cui la Fondazione Prada a Milano dedicò l’anno successivo una mostra a cura di Germano Celant con la collaborazione della DIA Foundation Beacon (New York).
Alla mostra inaugurata nella prima sede della Fondazione Prada, in via Spartaco, a Milano, si affianca il progetto dell’installazione ambientale Untitled, opera site-specific permanente ideata dall’artista per la Chiesa S. Maria dell’Annunciata in Chiesa Rossa, progettata da Giovanni Muzio negli anni Trenta, e realizzata dopo la sua morte.
Non fu un’impresa facile convincere Flavin ad accettare la proposta di don Giulio Greco – parroco in un quartiere periferico, dove abitano criminalità, degrado e flussi migratori che passano e non s’incontrano – di illuminare la Chiesa Rossa, ma, in seguito a una lettera “laica”, disse sì.

Citiamo solo alcuni passaggi significativi della convincente lettera datata 12 maggio 1996 di don Giulio, scritta per smuovere la sensibilità di Flavin, ostile alla chiesa cattolica dopo i suoi studi giovanili condotti in un seminario gesuita, di cui conservava un pessimo ricordo. Scrive don Giulio: “Questo spazio è ancora lì: un po’ rovinato dai colori insignificanti posticci. Ora vorrei ripristinare lo spazio del Muzio, che è lo spazio della nostra Chiesa, punto d’incontro del nostro attuale quartiere disturbato dalla nuova selvaggia immigrazione, dal disordine amministrativo, dall’enigma islamico, dalla paura di espulsione di tanti uomini, ingiusti ma pur sempre uomini…La luce trafiggente del dolore umano continua da noi il grande dolore del Calvario. Proprio perché tentiamo sempre di dimenticare quello che ferisce, vorrei che l’interno della chiesa ricordasse tutte le sofferenze della città di oggi. Ma anche nella luce di un’espressione che è già dialogo con qualcuno, che ascolta e che può sommare tutto il male della croce. Questa collocazione è significativa: indica la strada della speranza. Anche il male non può essere l’ultima parola, ma la richiesta di una presenza, di un’energia che si aggiunge a contenere l’esagerazione che ci piega. Come la Pietà Rondanini che si conserva al Castello Sforzesco: il sofferente sostiene la Madre svuotata dal dolore”.

 

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