L’INVISIBILE SI FA LUCE

L’energia, più della luce, è il “campo” di connessioni tra visibile e invisibile, scienza, arte e percezione investigato da Shay Frisch, classe 1963, artista israeliano ed ex industrial designer che, dopo aver frequentato un master alla Domus Academy a Milano nel 1990, ha scelto la luce per dare forma a uno spazio cosmico e assoluto attraverso componenti elettrici modulari, spine, adattatori e conduttori di elettricità che plasmano tensioni spirituali altrimenti impercettibili. Frisch, in linea con i principi analitici privi di riferimenti iconografici di semplificazione e riduzione, ripetizione e serialità della Minimal Art americana, assembla conduttori di elettricità, elementi modulari di uso comune, prevalentemente di colore bianco e nero, per trasformarli in campi visivi, sculture e, soprattutto, ambienti. Lo si distingue per opere site specific di grande formato che valorizzano l’aspetto plastico e una vocazione tridimensionale condotta per mezzo di campi energetici come strutture di trasmissione di reazioni percettive dello spettatore. A Milano, l’artista ha per la prima volta esposto al Centro San Fedele, nell’ambito di una mostra ecumenica sul tema della luce intitolata Connessioni luminose 37586_B/N, a cura di Andrea Dall’Asta e Dorothee Mack, pastore della chiesa metodista. Opere rigorosamente in bianco e nero, composte con 37.586 elementi modulari capaci di generare campi elettrici, grandi cerchi, volumi, quadri rettangolari; ambienti in relazione allo spazio nei quali si alternano alterazioni percettive che emergono da fondi monocromi. Sagome geometriche semplificate che ricoprono le pareti e perimetrano “campi” elettrici, spie luminose che sembrano evocare sottese reti globali in cui la luce valorizza passaggi di elettricità dal potenziale ancora tutto da esplorare attraverso moduli sequenziali a muro o adagiati sul pavimento come presupposto di costruzione di uno spazio altro autoreferenziale.

 

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