“La luce serve a rendere viva l’opera d’arte. Noi non possiamo quasi mai sapere con quale luce l’autore dell’opera ha pensato di illuminarla”

Francesco Murano si occupa di illuminazione e di luce da molti anni. Laureato in Composizione Architettonica, dottorato di ricerca in Disegno Industriale al Politecnico di Milano, master in Disegno Industriale alla Domus Academy di Milano, è docente della Scuola di Design del Politecnico di Milano. Ha avuto come insegnanti Maestri come Ettore Sottsass, Mario Bellini, Alessandro Mendini, Clino Trini Castelli e Gianfranco Ferré, per citare i più famosi. Lo abbiamo incontrato nel suo studio a Como.

Architetto Murano, come si è avvicinato alla luce e al lighting design e qual è il suo rapporto con la luce?
Mi sono avvicinato alla luce con la mia passione per la fotografia, da ragazzo. Ho passato anni in camera oscura sviluppando foto in bianco e nero, affascinato dai contrasti di luce e dalle immagini dei gruppi di persone che trasformavo in silhouette nere su panorami sfocati. Laureato in architettura ho smesso e non ho più ripreso. La fotografia è una disciplina severa, e se si smette non si può riprendere saltuariamente: detesto il dilettantismo bulimico delle fotocamere dei cellulari, e se decidessi di rifare foto smetterei con tutto il resto. Con la fotografia ho compreso come la luce sia una sostanza immateriale ed eterea, potente e capace di modificare gli oggetti, di plasmarli, trasformandoli fino a stravolgerli. Ma quello che mi affascinava anche allora era il passaggio dalla luce all’ombra, che volevo violento, immediato, drammatico. Il tema del passaggio tra la luce e l’ombra, e in genere tra la luce e il buio, definisce il carattere dualistico della luce ed è il tema che mi ha attratto nel tempo e sul quale continuo a riflettere e a lavorare anche oggi.

Quali spazi preferisce illuminare? Un progetto che affettivamente sente più suo e che più le ha dato soddisfazione professionale?
Senz’altro l’illuminazione delle opere nelle mostre d’arte: illuminare un dipinto o una scultura dà un piacere immenso, esiste un preciso momento nel quale l’opera risponde in quella che Cesare Brandi definisce “l’astanza”, cioè il suo definirsi atemporale, nel manifestare la presenza viva del proprio io comunicante. In quell’istante l’opera si disvela e attraverso il buco temporale della luce ci appare attuale e presente, dialoga con chi la guarda e con le altre opere che l’accompagnano.
In tal senso una mostra d’arte è un atto corale, e quando mi è successo di illuminare opere esposte da sole, come La Tempesta di Giorgione a Palazzo Grimani a Venezia o For the Love of God di Damien Hirst – il celebre teschio tempestato di diamanti, N.d.R. – a Palazzo Vecchio a Firenze, mi è parso di percepirne la solitudine e il silenzio che le circondava, insieme al rimpianto di non avere a fianco altre opere sorelle.

 

Leggi l’intervista completa su LUCE digitale

Precedente NUOVA LUCE PER IL SALONE DEI CINQUECENTO
Prossimo SHAY FRISCH