La sua luce è qualcosa di straordinario

Come in una sua installazione, lo studio è avvolto da una luce soffusa che richiama il crepuscolo, mentre dalle pareti emergono i bozzetti e disegni preparatori, anticamera delle sue visioni notturne.

Da più di trent’anni lei gioca e progetta con la luce. Per lei rappresenta un elemento o un mezzo? È qualcosa da utilizzare o da rivelare?
La luce è di per sé una materia, fa parte della materia. Non è uno strumento, ma qualcosa di straordinario.
La mia capacità di scolpirla deriva dal contatto attraverso la natura, e dal percorso che intraprendo per arrivare alla realizzazione del progetto. Per me si tratta di toccare con gli occhi, per poi arrivare a toccare anche la luce. Sì, perché per me la luce si tocca ed è il mio mezzo di approdo per l’espressione artistica.

Come arriva a toccare la luce?
Facendola emergere. Parto da una tavola nera, la notte, e dall’ambiente nel quale devo intervenire. Per poi immaginare come dal tramonto al crepuscolo si possa trasformare la percezione di chi ne usufruisce. Il modo di avvicinarmi a questa materia nera, è immergendomi in essa. Come nella gravure cerco di rivelare il chiaro nel buio. Mi approprio di quello che per molti è l’invisibile, e ne scolpisco, tramite l’immaterialità della luce artificiale, delle linee, cercando di dare presenza e corpo a un’essenza.

Quindi gli spettatori sono parte integrante del suo lavoro?
Quello che mi auguro è di stabilire un legame con il visitatore, farlo partecipare e renderlo parte attiva e attore stesso dell’installazione. Coinvolgerlo utilizzando la sua presenza.

Come per esempio fece al teatro dell’Opera di Lione con “Theatre temps” nel 1993?
Esatto, se la sala era gremita di spettatori, la luce esterna dell’installazione mutava, e respirava con intensità luminosa. A sala vuota, senza spettacolo, il teatro si spegneva non solo al suo interno, ma anche esternamente sulla sua volta.

 

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