La luce essenza dello spazio, partitura ritmica di tempo e movimento

 

Lei è un milanese che ha vissuto in Sicilia, quanto ha inciso la luce particolare di quell’isola?
Devo ai miei genitori il dono di aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra Ragusa e Ibla, l’antico nucleo barocco della città, un dedalo di stradine scalinate e piazze in cui il sole insinua i suoi raggi tracciando prospettive culminanti in grandiosi effetti scenici in cui luce e architettura sono protagonisti assoluti. Questa luce è “il quinto elemento” che continua a influenzarmi.

Come ha influito la cultura classica nei suoi lavori che vertono sulla percezione?
Possiedo una ricca cultura visiva di origine classica, volevo fare l’archeologo e iniziai studiare e lavorare la ceramica, il materiale in cui è rintracciabile il DNA dell’intera cultura mediterranea. Nel mio lavoro non esiste il confine tra luce e scenografia, questi elementi fondendosi danno vita a un ibrido che mi consente con flessibilità di affrontare diverse tipologie di progetti. Ho una predilezione per le superfici scabre e irregolari, uso spesso materiali leggeri con diversi gradienti di trasparenza per creare piani e visioni oniriche, al limite della sfocatura, amo le superfici specchianti che provocano riflessi e visioni alterate, quasi mai limpide e nette. Uso la luce nella sua peculiarità unica di essere materia che si sottrae alla forza di gravità.

Perché ha scelto di frequentare il corso di scenografia all’Accademia di Belle Arti a Firenze e di diplomarsi con una tesi su Maria Lai?
Ero attratto dal teatro, dalle luci e dalla sua dimensione visiva. La scelta di studiare scenografia non fu immediata, mentre fu più chiara la scelta di Firenze dove frequentai un workshop di Maria Lai. Ricordo i suoi lavori densi di spiritualità, lei che disegnava su fogli bianchi, e il suo libro Tenendo per mano l’ombra. Provai subito una fortissima empatia con il suo universo e decisi di dedicarle la mia tesi, e fu un viaggio che ancora continua.

 

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