MI SENTI?


Maurizio De Caro

Il trattato sull’Architettura come comunicazione umana di Maurizio De Caro che farà molto rumore, e non per nulla!

Questo non è un libro e non è un saggio, ma un trattato che muove riflessioni, provocazioni ed esplorazioni filosofiche; schemi di autoriflessione sulle modalità del “sentire” più che del “vedere” o del “costruire”, architettura come prassi operativa che agisce sulla capacità comunicativa.

Se la cultura europea è caratterizzata dal desiderio di ricollegarsi a un “silenzio pre-semiotico”, De Caro, per superare le banalizzazioni dell’architettura contemporanea, si appella al sentire, a un ascolto empatico del suono ancestrale del mondo, perché “il silenzio conserva la memoria di tutti i rumori che l’hanno attraversato”. Così scrive nelle sue dissertazioni semantiche, frammenti narrativi come viaggi ermeneutici che rispecchiano il suo pensiero polimorfico che si avvale di discipline, tecniche e linguaggi diversi. La proposta di Maurizio De Caro – architetto dall’indole artistica, personalità sfaccettata, versatile, cultore di musica jazz e del cinema d’avanguardia, appassionato di arte contemporanea, critico e teorico dell’architettura, docente di Estetica e Landscape Design che vanta una intensa attività interdisciplinare – rispecchia il suo sguardo plurimo, fatto di innesti e sovrapposizioni, di intuizioni più che citazioni, investigazioni mai scontate, retoriche o nostalgiche.

De Caro nella scansione dei trenta fitti capitoli sembra seguire un ideale spartito musicale in cui indeterminatezza, improvvisazione e ritmo discorsivo sono elementi portanti di una struttura teorica, di un’opera aperta, direbbe Umberto Eco, non casuale, composta da lemmi, pensieri organizzati per incastri e sequenze tematiche che compongono una sceneggiatura di una ipotetica pièce teatrale intorno al grande tema dell’Architettura come attività cognitiva umana e non frutto della speculazione edilizia. È un trattato antropologico atemporale, che non è soggetto all’obsolescenza precoce, attuale sempre, dalla scrittura fluida, carsica ma complessa, di un’architettura come racconto fino all’origine dell’intuizione. L’unità del molteplice si riassume in questo trattato inusuale come mappa di frammenti concettuali e suggestioni emotive scritti non soltanto per gli addetti ai lavori, che hanno bisogno di molteplici letture. E come i testi di filosofia, anche questo trattato è alla ricerca di nuovi significati. Inoltre, i capitoli possono essere letti senza seguire un ordine preciso. Paradossalmente, il lettore diviene autore nella scelta di leggere capitoli seguendo una successione non lineare. Tutto ruota intorno al valore della pausa, l’intervallo indispensabile tra una riflessione e l’altra per sentire e accogliere l’opera in modo approfondito.

Maurizio De Caro
L’architettura come organismo vivente in costante movimento, costituita da elementi contradditori, che non può essere ridotta a un semplice valore di scambio tra forma e funzione. Ogni sua parola e pensiero, qualche frase in grassetto qua e là, trascrive un processo di autoidentificazione, come accade per la musica jazz, intrecciando trame sul perché astenersi dai vizi e poche virtù degli architetti vanesi contemporanei, attratti da fuochi fatui e dai paradisi dell’omologazione costruttiva, in preda a deliri onanistici e altre distrazioni effimere, semplicemente mettendosi in ascolto del mondo. Il percorso semiotico proposto dall’autore è sofisticato e questo trattato umanista redige un progetto di “cross-communication” di matrice fortemente critica, che parla poco di architettura e molto di altro per affondare con spirito dialettico una lama nella ragione dell’esserci qui e ora nel mondo, per sentire il senso dell’architettura, perché siamo ciò che sentiamo e lo spazio in cui lo ascoltiamo.

Appunti di un viaggio dentro cause ed effetti di contraddizioni dell’architettura che, al punto in cui siamo, deve ripensare sé stessa, ovvero partire dal non fare, dal silenzio, dalla pausa tra un respiro e l’altro, tra il pensare e il fare, dal dialogo tra spirito e materia. L’architettura ri-tratta sé stessa mettendo in discussione la bulimica frenesia dell’architettura non più pensata come opera che agisce sui sensi.

È un atto d’amore il suo trattato; un omaggio alla cultura occidentale, quella che si origina nel pensiero dei filosofi presocratici per arrivare a Levi-Strauss, Elémire Zolla e altri illustri pensatori. Ma De Caro lo fa con leggerezza, che non significa superficialità. Questi e altri confitti semantici, in bilico tra il significato archè e technè, gravitano intorno al significato della progettazione architettonica come pratica di conoscenza, comunicazione, formazione e informazione. De Caro eredita la componete sperimentale delle avanguardie artistiche del secondo Novecento, in particolare di John Cage e la sua rivoluzionaria opera 4’33” (1952), quando anche il silenzio, la pausa, il vuoto, assumono lo status di elemento musicale altrettanto importante quanto il “pieno”. L’altro innovatore a cui s’ispira è Joseph Beuys, al suo concetto di “Scultura Sociale” incentrato sulla necessità di un fare sociale vitalistico, germinante, all’insegna di una attività artistica immersa, contaminata nella realtà, partecipata, condivisa, perché siamo lo spazio e il tempo che sentiamo e l’architettura è anche vettore di energia, indice di un’evoluzione spirituale dell’umanità. Per De Caro, l’Architettura è conduttore di modalità innovative per riconfigurare il mondo, futuri imperituri che galleggiano nell’ambiguità. Per fare ciò bisogna però essere un po’ visionari, e Maurizio De Caro, fedele al suo principio dialettico, dal pensiero eccentrico ed erotico sul e nel mondo, per fortuna lo è.

Precedente MARIO PIAZZA E TONY BROOK ALL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI LONDRA
Prossimo FORMAZIONE IN LUCE AIDI-ASSIL: NUOVO APPUNTAMENTO