PREVEDIBILE, PIÙ CHE “IMPREVEDIBILE”

Alla Fondazione Golinelli è stato inaugurato il nuovo Centro Arti e Scienze, nell’omonimo opificio, con la mostra “Imprevedibile. Essere pronti per il futuro senza sapere come sarà”, a cura di Giovanni Carrada per la parte scientifica e Cristiana Perrella per la parte artistica e visitabile fino al 4 febbraio 2018. Innestato in un edificio preesistente. questo nuovo “cuore”, costato 3 milioni di euro, è progettato da Mario Cucinella Architects. La “città della conoscenza e cultura”, in un anno, raggiungerà un’area di 14 mila metri quadrati, di cui 10 mila saranno destinati a servizi vari. Il padiglione, ancora stile anni ’90, non brilla d’intuizioni innovative, presentandosi come un parallelepipedo minimalista di grandi dimensioni (circa 700 mq), uno spazio privo di ripartizioni interne per garantirne la massima flessibilità e pareti semi trasparenti. L’unica nota caratteristica è l’aver imbrigliato il nuovo volume in una griglia modulare metallica visibile all’esterno, sul modello dei cubi bianchi di Sol LeWitt. Non è, inoltre, nuovo puntare sulla sua illuminazione notturna per caratterizzare il “land” industriale in cui si colloca, e sarebbe stato più smart puntare anche su aree di verde, dato che qui mancano.

Centro Arti e Scienze
Centro Arti e Scienze Golinelli
photo © Rodolfo Giuliani

È il caso di dire che, purtroppo, il contenitore anticipa i contenuti deludenti della mostra sull’imprevedibilità del futuro. Questa è la settima mostra prodotta dal 2010 dalla Fondazione Golinelli (fondata nel 1988 e considerata punto di riferimento nel campo della promozione della cultura scientifica, formazione e cultura), ma tradisce le attitudini di nuovo che il titolo promette. Le tematiche indagate nelle mostre precedenti, ideate e prodotte dalla Fondazione, sono state: l’atmosfera, il rapporto tra uomo e tecnologia, le nuove età della vita, le energie della mente, la scienza del gusto, la libertà. Con quest’ultima esposizione sull’imprevedibilità del futuro, si capisce che il nuovo non è qui! Un tema così complesso meritava opere site specific, interattive, partecipate e condivise in relazione con il luogo, anziché opere esposte “conservative”, prevedibili o già note e neppure in relazione con il contesto. Questo “cuore” della progettazione, come è stato definito dai curatori, non batte al ritmo veloce della iper-modernità: qui tutto appare statico, un “deja-vu” fermo agli anni ’80/’90.

Centro Arti e Scienze
“Imprevedibile. Essere pronti per il futuro senza sapere come sarà”, vista dell’allestimento.
In primo piano, Very Yao di Ai Weiwei; sullo sfondo, Work No 291 (Don,t Worry) di Martin Creed
photo © OKNOstudio

Il percorso espositivo si snoda in sei sezioni – Il futuro arriva comunque, Il futuro crea più di quanto distrugga, Il futuro non si lascia prevedere (per fortuna), Il pregiudizio contro le cose nuove, Fare i conti con la natura, Chi non innova rischia di perdere anche il proprio passato –, ma duole ammettere che a parte i video documentari scientifici di carattere divulgativo, concepiti sullo stile di quelli di Piero Angela e visibili sul sito del museo (www.artescienzaeconoscenza.it), molte opere, per lo più sculture, sono d’appeal decorativo. Paolo Bronstein, Martin Creed, Flavio Favelli, Martino Gamper, Tue Greenfort, Ryoji Ikeda, Christian Jankowski, Elena Mazzi con Sara Tirelli, Tabor Robak, Nasan Tur, Tomas Sarceno, Yinka Shonibare MBE, Little Sun, Superflex, Joep Van Lieshout e Ai Weiwei hanno esibito eccellenti opere, ma, in questo contesto, dato l’ambizioso tema, una griffe non è necessariamente una garanzia di intuizioni brillanti, soprattutto se le opere esposte sono già viste. Il futuro non esiste, è una proiezione umana necessaria contro l’incertezza e la complessità del presente: un antidoto alla paura di un domani imprevedibile e dell’impossibilità di controllare le evoluzioni della nostra civiltà secondo schemi prefissati, perché non tutto va come pianifichiamo.


Interessante l’unica installazione multimediale sui Big Data (2011), del compositore giapponese di Ryoji Ikeda(1966). Christian Jankowiski (1968), con un video Telemistica (1999), esposto nell’ambito della 48°Biennale di Venezia, è paradossale e datato, ma sono illuminanti le sue tematiche dei crossmedia nella babilonia della comunicazione contemporanea.

Olafour Eliasson (1967), artista ingegnere danese noto per opere ambientali site specific spettacolari, in questa occasione presenta un progetto etico condiviso: Litte Sun, una piccola lampada a forma di girasole che funziona a energia solare, creata con la collaborazione dell’ingegnere Frederick Ottosen. Questo nuovo indirizzo di un’arte sociale, a favore di una cultura sostenibile-imprenditoriale, ha l’obiettivo etico di portare la luce ed energia là dove manca, coniugando tecnologia e design: ci piace, è nuovo.

È interessante il video Mind Map (2017) di Tabor Robak (1986): visioni di grafismi seducenti digitali, sviluppato utilizzando il linguaggio dei videogames che invita a riflettere sul potenziale dei new media art, un tema attuale ma qui solo accennato, peccato!

Sono vintage ma non retoriche, sul filo del ricordo del passato, le opere di Flavio Favelli (1967), presente con una serie di insegne luminose Mille luci (2017), icone del linguaggio dei notturni urbani dell’Italia tra il boom economico e gli anni di piombo, con scritte, nomi e prodotti, loghi e disegni luminescenti, in stile Las Vegas.

Centro Arti e Scienze
Flavio Favelli, Mille Luci (Valvoline), 2017
assemblaggio di insegne trovate, 132 x 10 x 94 cm
Foto © Trapezio-Roveda
Courtesy Francesca Minini Milano

Centro Arti e Scienze
Flavio Favelli, Mille Luci (HiFi), 2017
assemblaggio di insegne trovate, 105 x 12 x 91 cm
Foto © Trapezio-Roveda
Courtesy Francesca Minini Milano

Di Tomas Saraceno (1973) c’è una grande scultura fluttuante nello spazio, Cosmos Fabric (2011), dalle solite forme naturali come “antipasto” sulla biodiversità ambientale: una sfida del futuro per eccellenza, ma avremmo gradito vedere qualcosa di nuovo. Di Ai Weiwei (1957), pop star del dissenso, c’è Very Yao (2008), maxi scultura composta con assemblaggi di bicicletta, il mezzo di trasporto della Repubblica Popolare Cinese oggi desueto, già vista a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della sua mostra personale.

Queste opere documentano ciò che sapevamo già. In ogni caso, la mostra, didascalica e compilativa è utile come esperienza di conoscenza con l’obiettivo trasversale di vedere la cultura scientifica declinata nelle arti visive. E qui l’imperativo categorico è: senza immaginazione non c’è un futuro che poi passerà.

Precedente RITORNANO GLI STATI GENERALI DEL PAESAGGIO
Prossimo La sede digitale della Fondazione Agnelli