“CAFÉ SOCIETY”. Il FILM DI WOODY ALLEN, LA LUCE DI VITTORIO STORARO


Storaro

Café Society di Woody Allen – nelle sale in Italia da due settimane – è anche il primo dei 47 film che il leggendario regista newyorkese gira in digitale.
Il film è ambientato nel 1930, nella prima parte siamo a Los Angeles, nella seconda a New York. A Hollywood nascono i sogni e le aspirazioni del giovane protagonista; nel Bronx, con l’età adulta e la fine della spensieratezza e la grande Depressione si chiudono, così come si chiude quell’epoca magica non solo nella grande America.
Lorenzo Rossi, redattore di Cineforum scrive: “Café Society fotografato da Vittorio Storaro, è un film fatto soprattutto di luce, di colori e di atmosfere. Un film dove la confezione sembra contare più del contenuto e nel quale le scene, le ambientazioni e i luoghi parlano e dicono quasi più dei personaggi… Le scelte estetiche, assecondano questa contrapposizione. Se la capitale californiana risplende di luce e sembra rimandare alle atmosfere oniriche di un sogno a occhi aperti, New York è senz’altro più fosca e livida: perfetta antonomasia visiva di una realtà che non assomiglia per nulla alla fantasia. E se è pur vero che i seppia e gli arancioni di Storaro così come le tinte pastose degli arredi e dei costumi di Allen rendono in maniera visivamente troppo pesante tutto questo, è vero anche che l’accumulo degli elementi cromatici e scenografici rende ogni inquadratura talmente sovrabbondante da rendere esattamente l’idea di decadenza, malinconia e transitorietà che il regista ha in mente. Tanto che in questo film ogni cosa che si guarda sembra di poterla toccare”.

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Woody Allen e Vittorio Storaro sul set di “Café Society”
Quella di Allen con Storaro, è una collaborazione inedita che segna, come abbiamo prima scritto, anche il debutto in digitale del regista di Manhattan che definisce “genio” il maestro italiano.
Il maestro Vittorio Storaro, vincitore di tre primi Oscar (Apocalypse Now, Reds e L’Ultimo Imperatore) che in questo film dialoga con Alfred Stieglitz, Edward Steichen o Tamara de Lempicka o Edward Hopper, e dona poi al film la sua splendida insuperabile luce, quella con la quale gioca con meraviglioso talento, come solo lui può fare, dai tempi di LUX Film Studio.

Nella lunga intervista di Storaro a Peter Crithary di CineAlta Magazine, leggiamo: “Dal momento in cui ho incontrato Woody Allen, ho sentito che era giunto il momento di girare in digitale. Di solito la collaborazione migliore, almeno per me, nasce dalla possibilità di catturare un’idea intima del regista. Il progetto diventa allora prendere il sogno di un regista e farlo tuo… Abbiamo capito subito che il modo in cui egli concepiva questo film corrispondeva perfettamente alla mia personale lettura della sceneggiatura. Ho trascorso due ore con Woody parlando della nostra visione per il film”.

“Per tre volte avremmo dovuto lavorare insieme ma solo questa volta ci siamo riusciti – ha detto Storaro alla presentazione della pellicola selezionata come film d’apertura, fuori concorso, della 69° edizione del Festival di Cannes (Allen non partecipa mai a premi, ndr) – per noi immagini e colore sono gli strumenti come per lo scrittore le parole e il musicista le note, ma è solo grazie al lavoro del regista che io posso esprimere la mia arte… Per Allen abbiamo cercato di mostrare il Bronx, Hollywood e poi ancora New York con immagini specifiche. Ogni film detta un linguaggio diverso e noi dobbiamo seguirlo”.

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In Café Society, Storaro con la sua arte ha seguito l’arte di Allen, il film che voleva; e insieme, magistralmente, lui con la sua luce, l’altro con la sua malinconica saggezza comica, ci ricordano in questo grande affresco omaggio al “mito di Wolloywood classica” (G. Fofi) , attraverso le “loro” voci di narratori che “i sogni sono sogni”. Un omaggio al Cinema? O forse un sentimento di forte nostalgia per quel grande Cinema!

Marzia Gandolfi, brillante critico cinematografico, per MyMovies ha scrittto “… Allen dimostra cosa sa fare col dialogo e cosa saprebbe fare senza perché il suo è un film di décor sovradimensionato e sovraffollato, figurativamente audace. Dopo aver rivitalizzato il cinismo di Billy Wilder, con Café Society riemerge lo splendore sofisticato di Ernst Lubitsch svolgendo l’intermittenza amorosa di due personaggi inquieti lungo una superficie scintillante che lascia affiorare l’emozione, rimanda la realtà e approccia la morte non con l’arroganza di un giovane uomo che crede di aver scoperto i segreti dell’universo ma con la saggezza di un vecchio signore che sa bene che il solo viatico contro l’estinzione sono i ricordi. Quelli che disegnano il suo intimo skyline, quello concreto della sua infanzia e quello accessibile solo con l’immaginazione e la fotografia di Vittorio Storaro”.