La ricerca di Miguel Chevalier 


"Dear world... Yours Cambridge", King's College Chapel, Cambridge

Le sue opere avvolgono monumenti e palazzi di tutto il mondo, ma quando a 24 anni cominciò la sua avventura il successo non era cosi scontato

 

Il progresso, la più ingegnosa e crudele tortura dell’umanità. Chissà a quali meraviglie dell’epoca si riferiva Baudelaire, quando scrisse questa frase nei Fiori del Male: sicuramente ad oggi, qui nello studio di Miguel Chevalier, possiamo interpretarla molto bene. Cosa di più straordinario di un laboratorio dove il progresso della tecnologia e la libertà della fantasia si sono uniti?
Entrando si ha il presentimento di varcare la soglia di un nuovo mondo e si è sollecitati e avvolti, nell’immediato, dalle realtà virtuali da lui elaborate.
Una grande sala delle sperimentazioni luminose, e non solo, è il terreno di studio e gioco dove l’artista con i suoi stretti collaboratori elabora, progetta e declina i diversi lavori prima di presentarli al grande pubblico. Ed è qui che i sensi vengono sollecitati.
Si accendono i proiettori, e la grande curva dello schermo s’illumina e inizia a muoversi. Il pavimento, traslucido, aumenta la percezione di essere avvolti dall’opera di luce. I sensori si attivano e le figure proiettate captano il movimento e ci seguono.

A partire dagli anni ottanta lei ricerca ed evolve, al passo con la rivoluzione tecnologica, il suo immaginario creativo. Cosa l’ha spinta, sin dai primi anni dell’Accademia des Beaux-Arts a Parigi, a prendere questa direzione?
Ben presto sono stato attratto dalle nuove forme d’espressione. Come molti grandi prima di me ho voluto trovare un modo per andare oltre ai mezzi già conosciuti e sviluppare un mio vocabolario.  Affascinato da artisti come Nam June Paik e le sue manipolazioni del tubo catodico, da Man Ray e le sue sperimentazioni con la rayografia, o come da Fontana con lo Spazialismo, ho cercato il mio mezzo d’espressione e l’ho trovato nella luce e nelle sue onde. La stessa pulsione l’avevano avuta Seurat e Monet. Il loro studio sulla scomposizione della luce fu una visione che ha aperto una porta sull’oltre, furono dei grandi precursori.

Da cosa è caratterizzato il suo universo? Quali sono gli elementi che lei predilige?
Lo studio della luce e la vibrazione delle sue onde. La possibilità di ricrearne il movimento, che si perpetua all’infinito, che crea e modifica la sua forma, creando nuovi universi all’infinito.
Tutto questo è possibile oggi grazie al processo innovativo delle nuove tecnologie e alle competenze dei miei collaboratori, come ad esempio Cyrille Henry e Antoine Villeret per i softwares, o Claude Mossessian per i video. Quando ho cominciato era tutto meno evidente, le macchine erano meno potenti, molto più ingombranti e non mi davano l’indipendenza che posso avere oggi.

 

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