Come si impara a creare scenografie e spazi con la luce?
Le tecniche e le esperienze per l’illuminazione di una scena architettonica le ho apprese maggiormente dal lavoro di Ezio Frigerio, forse il più grande scenografo italiano degli ultimi decenni, famoso per le sue ricostruzioni di soluzioni architettoniche monumentali. Ha compiuto nel modo migliore il passaggio tra la scenografia dipinta bi-dimensionale e quella tri-dimensionale cinematografica, che si è sviluppata a partire dagli anni ’70. Per illuminare questo tipo di scenografia è necessaria una tecnica estremamente complessa e articolata che ha come finalità la valorizzazione descrittiva e il potenziamento dell’immagine.
La professionalità si acquisisce con l’esperienza, lo studio e la sensibilità. Non so se il nostro lavoro si possa definire artistico, certo talvolta esprime anche un valore artistico, in alcuni casi può esprimere una cifra stilistica. Sicuramente la sensibilità verso l’equilibrio dell’immagine e la sua interpretazione creativa sono requisiti fondamentali. Le variabili di uno spettacolo teatrale sono infinite: ci si trova sempre a confronto con situazioni nuove e di difficile soluzione, infatti non si può costruire una teoria della luce che sia sempre valida.

Lei ha lavorato con grandissimi registi: Strelher, Zeffirelli, Lepage, Ronconi. Se un regista si presenta con il proprio light designer come reagisce?
Si tratta di un aspetto molto interessante da dibattere. In passato, da parte di chi mi ha preceduto, c’era un certo fastidio. Per me non è così per diversi motivi: il primo è che non potrei seguire tutti gli spettacoli di una stagione, sarebbe un impegno troppo gravoso. Quando si è impegnati su numerose produzioni, su concezioni dell’opera e ambientazioni profondamente diverse tra loro, difficilmente ci si riesce a sintonizzare in tempi brevi e ad avere energie creative per essere efficaci. Mettere in scena un’opera è molto stressante e richiede un momento di pausa per ricaricarsi e intraprendere un nuovo lavoro. Un altro motivo è dato dal fatto che quando arrivano in teatro professionisti esterni, cerco sempre di imparare qualcosa. Il nostro lavoro richiede una crescita continua, dobbiamo vedere, conoscere, assorbire il più possibile, non possiamo fermarci. Un light designer americano, per esempio, porterà con sè una visione e soluzioni diverse per cultura e background. Per me il confronto è sempre positivo.

Marco Filibeck
Faust

Marco Filibeck
Prisonnier

Secondo lei la ricerca del light designer italiano è un po’ ferma rispetto all’estero o si distingue per una particolare sensibilità, che è anche il nostro punto di forza?
È una domanda un po’ scomoda, ma le esprimo con sincerità il mio pensiero. Credo che al momento in Italia, in ambito teatrale, non ci sia un panorama molto vivace, ci sono molti bravi professionisti e alcuni grandi nomi non più giovanissimi. Non vedo ancora un ricambio generazionale significativo. Però posso aggiungere che la nostra tradizione illuminotecnica è molto apprezzata all’estero. C’è in atto un profondo cambiamento nel modo di lavorare con la luce, ma è ancora presente un linguaggio che appartiene alla scuola del passato. Mi aspetto dai più giovani un contributo importante.

Leggi l’articolo completo su LUCE digitale

 

Precedente Hervé Descottes un francese a New York
Prossimo Artissima e Torino